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Oggi le nostre case e le nostre fabbriche sono talmente affollate di elettrodomestici o di apparecchi elettronici, pronti ad essere attivati con la semplice pressione di un pulsante, che nessuno quasi pi si accorge della fatica e del tempo ch'essi fanno risparmiare rispetto all'antico.
In passato non era cos: in cucina la casalinga, in bottega l'artigiano avevano bisogno di appositi strumenti da usare con competenza e olio di gomito. Le donne logoravano le proprie reni al lavatoio e la propria pazienza davanti ai fornelli, gli uomini si facevano le mani callose maneggiando per dodici o quattordici ore martelli, vanghe, cazzuole. .
Quegli strumenti rappresentano il segno e costituiscono la modesta eredit di un'epoca trascorsa, superata, troppo spesso ignorata dai pi giovani. Un oblo peccaminoso, questo, perch il passato padre del presente e noi non potremmo godere del progresso se esso non avesse avuto una base di partenza e l'apporto di un costante pungolo all'ingegnosit dell'uomo.
Per fortuna, c' qualcuno che dissente, che non rifiuta ci che caduto in disuso e anzi vuole in qualche modo, pi che ricordarlo, glorificarlo. E cos nascono non solo nelle grandi citt ma anche nei piccoli paesi, i musei, veri templi della cosiddetta civilt contadina, dove vengono raccolte le vestigia di epoche che erano fortemente e penosamente legate al lavoro manuale.
Un museo del genere, primo per nascita nel Lazio e ricco di duemila pezzi (in parte ancora da catalogare), aperto a Roviano, a testimonianza di come si vissuto per secoli e secoli nelle case e nei luoghi di lavoro della media Valle dell'Aniene. Lo ospita il castello baronale, che fu dei Colonna, dei Barberini, gli Sciarra Colonna, dei Massimo, dei Brancaccio, ma che oggi propriet del Comune e del popolo rovianese.
E' questa la sua seconda sede. La prima, obbligata per colui che fin da principio si assunse il compito di ricercatore e riordinatore di tutto il materiale demo-etno-antropologico, l'insegnante Artemio Tacchia, fu nel 1980 un umile montano, dimostratosi subito esiguo per il complesso, in continuo accrescimento, che doveva ospitare.
Oggi il museo ha spazio pi che sufficiente: gli oggetti esposti a tutt'aria o nelle apposite vetrine sono a completa e agevole disposizione dei visitatori. Le etichette documentative, concise ma esaurienti, aiutano a riportare la mente a quei tempi eroici, combattuti da generazioni di uomini e di donne votati giorno per giorno agli stenti e ai sacrifici. "Non un'operazione nostalgia" avverte Artemio Tacchia" ma una puntuale documentazione storica, di assunto anche didascalico, in cui compaiano tutte le articolazioni creative, che hanno pari dignit e diritto di essere rappresentate". A cui si aggiunge, nota Elisabetta Simeoni, direttrice dei Musei della Cultura di Riofreddo, la speranza di chi ha contribuito anche con un singolo oggetto di fare di questa esposizione "un luogo commemorativo" della propria famiglia.
In pi esce oggi un magnifico volume, che esalta il lavoro di quanti hanno contribuito e continuano a contribuire alla vita del museo. Vi sono riprodotti, in splendide illustrazioni, i principali pezzi della raccolta, con la loro carta d'identit, che per molti di essi si ripresenta, ampliata e precisata in ogni suo dettaglio, nelle ultime cinquanta pagine sotto forma di schede, in ciascuna delle quali viene dichiarata la provenienza, il donatore, la natura e l'ufficio cui ciascun pezzo era destinato nel mondo dei nostri avi.
N manca, a met del volume, a firma di Francesco Avolio, un rapido trattatello sui nomi e sulle frasi di quel dialetto rovianese, che per il Migliorini fa parte dell'area linguistica dell'"Italia mediana". La loro conoscenza permette al visitatore di trascurare la versione italiana presentata per ogni pezzo dalla targhetta che lo contraddistingue e di godere appieno quello speciale profumo che esala dal suo nome popolare, per cui si apprende che il banghittu con la forma era il deschetto del calzolaio, che la prtola era lo sgabello per la mungitura, che la trappola per topi un secolo e mezzo fa da queste parti si chiamava sorecra.
Resta poco da dire. Forse soltanto questo: che per tutti noi, indipendentemente dal luogo e dalla data di nascita, un bagno nella realt rievocata dal complesso museale di cui stiamo parlando non pu che essere salutare. La riscoperta del passato sempre un acquisto prezioso, riannoda un filo che forse tendeva a spezzarsi, ci assicura che esiste un'immortalit anche in termini terreni, riguardante ci che hanno prodotto i nostri predecessori, purch sia tenuto in vita come parte integrante della realt attuale.
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