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Da Roma ritornai a Rieti, dopo la proclamazione della Repubblica Romana": scrive Garibaldi nelle sue "Memorie", affermando che 1'8 febbraio 1849 alle undici di sera, fu uno dei primi "
a proclamare colla quasi unanimità quella Repubblica di sì gloriosa memoria, e che sì presto dovea esser schiacciata dal gesuitismo collegato come sempre all'autocrazia europea".
Verso la fine di marzo, poco prima dello sbarco dei francesi a Civitavecchia, ebbe l'ordine di marciare per Anagni con la Legione al fine di contrastare l'esercito borbonico.
Lasciato Rieti, Garibaldi ed i suoi sostarono ad
Orvinio e poi a
Vivaro Romano dove si sistemarono nella chiesa parrocchiale. Fu innalzato l'Albero della libertà e Garibaldi venne festeggiato con bevute in piazza e grida inneggianti alla Repubblica. Ma il paese non era a maggioranza repubblicano, anzi fece sempre "resistenza passiva" al nuovo governo, rallentando la vita amministrativa e boicottando in tutte le maniere. Arrivarono a
Vallinfreda, paesino dove la simpatia per i Piemontesi da parte di qualche signorotto della famiglia Bencivenga era nota anche alla polizia pontificia, ma sembra senza entrarvi. Discesero per
Riofreddo, che attraversarono tranquillamente, visto che già dal 9 marzo un "picchetto garibaldino" era acquartierato nei locali del convento di S. Giorgio, punto strategico di osservazione al confine con lo Stato borbonico.
La Legione raggiunse
Arsoli il 16 di aprile. Qui fece una sosta alquanto movimentata di due giorni. Ad Arsoli, infatti, era attivo un gruppo di repubblicani che, tra l'altro, già a marzo, in occasione delle elezioni amministrative, aveva provveduto ad erigere l'Albero della libertà e a demolire gli stemmi simbolo del potere temporale del papa.
Garibaldi "
appena arrivato chiese al Comune la somma di 200 scudi d'argento, pane, alloggi e quant'altro necessario per la sosta di tre giorni…Gli ufficiali, tra i quali era il cappellano Ugo Bassi, e Garibaldi alloggiarono nel castello Massimo accontentandosi di due stanzette tra il primo e il secondo piano; il generale minacciò di gravi sanzioni i soldati che avessero saccheggiato il castello" (W. Pulcini). Inoltre, Garibaldi chiese al comandante della Guardia nazionale mobile di Arsoli di fornire ai suoi soldati dei "
coturni", una sorta di calzature dalla suola assai alta e resistente.
Non mancarono, tuttavia, ritorsioni violente verso il clero, in particolare contro l'arciprete Giovanni Battista Lanciotti. Questi, a seguito dell'editto di Pio IX del gennaio 1849 con il quale si vietava ai cattolici di partecipare alle votazioni per la Costituente, sfidando apertamente i repubblicani arsolani, aveva letto dall'altare la sera del 20 gennaio la scomunica "
accompagnandola con tutti quei commenti, che potevano attendersi da un degno allievo di sì degnissimi maestri. Ciò fu causa che qualcuno di quei semplici popolani si astenesse per scrupolo di coscienza di recarsi alle sale del collegio elettorale" (Il Tribuno, 1849). Il parroco venne interrogato da Garibaldi e, mentre tornava a casa, fu colpito da un giovane garibaldino al basso ventre che lo fece stare per parecchio tempo male.
Alcune avanguardie garibaldine fecero puntate nei paesi vicini di
Anticoli Corrado e
Roviano per controllare la situazione, favorire l'erezione dell'Albero della Libertà da parte di comitati locali e sicuramente per convincere queste municipalità a contribuire alla raccolta dei 200 scudi richiesti ad Arsoli, in qualità di capoluogo del Circondario. Nell'Archivio Comunale di Roviano esiste un "
Minutario del Anno 1850 - 1851" contenente una serie di documenti riguardanti la restituzione di un prestito di 20 scudi fatto al comune di Arsoli per soddisfare le richieste di Garibaldi.
La mattina del 18 aprile Garibaldi lasciò Arsoli e marciando sulla Sublacense raggiunse nel pomeriggio
Subiaco. Qui, già dal gennaio 1849 erano arrivati 160 granatieri e fucilieri per mantenere l'ordine e il Generale alloggiò proprio in casa di Luigi Moraschi Matricola, un maggiore del Battaglione Civico. Il resto della Legione fu acquartierato principalmente nella caserma della Rocca Abbaziale.
Dopo che fu issato l'Albero della Libertà in Piazza S. Andrea, il cappellano della Legione, Ugo Bassi, tenne alla numerosa popolazione accorsa un vigoroso discorso a favore della Repubblica e della Libertà. Accaddero fatti di violenza che così racconta in un rapporto segreto al Prefetto di Polizia di Roma, il 20 aprile 1849, il Governatore di Subiaco: "
…Nel soggiorno qui fatto pochi individui della medesima (Legione)
si abbandonarono a violenze con le donne, e nelle osterie dove cibaronsi, e commisero pure qualche furtarello, nonché uno di questi si rese responsabile di ferimento mortale sopra un di lui collega… Ieri dopo mezzogiorno il Generale surripetuto partì alla testa della sua colonna alla volta di Alatri, dopo di aver ricevuto dal Comune molti oggetti di calzature e denaro nella somma di scudi quattrocento da esso richiesti con modi obbligatori e risoluti, meno che porzione della cavalleria ed una compagnia di fanteria che questa mane ha preso commiato per raggiungerlo. Nell'atto della partenza di ieri stesso il succitato Generale dispose la fucilazione alle spalle del legionario resosi responsabile del ferimento in discorso ed uno dei ladri ristretto in queste pubbliche carceri a sua disposizione, che il tutto venne puntualmente effettuato e la fucilazione puntualmente eseguita alla distanza di circa due miglia dalla Città".
La notorietà dei monasteri benedettini sembra non aver lasciato indifferente neppure il Generale. "
Infatti volle visitare da solo con un monaco ed un ufficiale i due monasteri…" (Greco). Di Subiaco, Garibaldi scrisse anche nel suo libro "I Mille": "
E' Subiaco come Firenze chiave dell'Appennino. Ha le convalli popolate di case e di olivetti, collocata nella gola di una di quelle profonde vallate che mettono alle alte cime della Sibilla, quasi eternamente coperte di neve, riceve anch'essa i benefici e limpidi lavacri dell'Appennino".
Partito da Subiaco, Garibaldi salì verso
Affile. Qui, dopo aver apprezzato l'ottimo cesanese che gli offrirono i contadini locali, divise la Legione in due Battaglioni di 600 uomini circa ciascuno. Uno si diresse per gli
Altipiani di Arcinazzo fino a Fiuggi-Anagni e l'altro, guidato da lui, raggiunse Roiate, poi
Olevano, Paliano e Anagni. Fu accolto entusiasticamente dai cittadini di Roiate, e cinque di loro si unirono ai garibaldini dalle parti di Olevano. Combatterono e vinsero con Garibaldi a Palestrina e Velletri. Poi due di loro, Paolo Bovi e Francesco Sales, morirono a Roma nella battaglia di porta S. Pancrazio, mentre gli altri tre tornarono in paese dopo la caduta della Repubblica. Un altro protagonista roiatese fu l'arciprete don Angelo Capponi che, dopo la proclamazione della Repubblica, si portò a Roma e "fu visto a piazza Colonna ad arringare i Romani a fianco di Angelo Brunetti, il grande e popolare oratore romano detto Ciceruacchio".
Il 3 luglio 1849 Garibaldi lasciò Roma per intraprendere, insieme ad Anita, la leggendaria fuga per mezz'Italia, braccato da tre eserciti nemici. Giunse a
Tivoli presto, e si sparse il panico. Richiese dapprima 2.000 scudi per la truppa, ma dovette contentarsene di 725,94, dando in cambio carta moneta maggiorata del 10 per cento. In questa occasione si lamentarono inique requisizioni a danno di contadini, che però vennero risolte dallo stesso Garibaldi. Alle 18 la Legione partì verso Terni. La Repubblica Romana, mercè i Francesi, era defunta.