
Non cessò mai a
Tivoli e
Subiaco il sacrificio dei repubblicani e liberali che, clandestinamente, cercarono la rivolta popolare. Fin dal 1859, al confine dello Stato Pontificio con quello delle Due Sicilie, tra
Arsoli,
Riofreddo e
Carsoli era stato segnalato un contrabbando di polvere da sparo, l'affissione di manifesti, lo sventolio d'improvvisi tricolori. Nel 1860, durante il passaggio delle truppe piemontesi a
Carsoli e
Collalto si sperò nella liberazione anche nella Valle dell'Aniene. Ma invano.
Nel 1867, mentre Menotti Garibaldi operava nei territori di
Montelibretti,
Orvinio,
Percile e in tutta la Sabina ad ammassare volontari provenienti da tutt'Italia, 1'11 ottobre il capitano E. Blenio staccatosi dalla colonna del maggiore Antinori, che disturbava ai confini orientali presso Camerata e
Vallepietra, con 25-30 garibaldini cercò un colpo di mano in
Subiaco. Il Comitato, però, attendeva la venuta di tutta la colonna da Cervara e la "sorpresa" freddò gli animi e bloccò l'insurrezione. Quando sopraggiunsero i circa 300 zuavi, per Blenio ed i suoi valorosi garibaldini fu la tragica fine. Lui stesso venne finito con il calcio di fucile da uno "zampittu".
Pochi giorni dopo Garibaldi invase lo Stato Pontificio a
Passo Corese, e il 28 ottobre, al termine di un lungo assedio e cruenti scontri tra garibaldini e pontifici,
Monterotondo fu occupata. Il giorno successivo a
Tivoli, giunse una colonna di 400-500 garibaldini guidati dal conte L. Pianciani. Altri tre battaglioni comandati dal colonnello Paggi occuparono
S. Angelo,
Monticelli (Montecelio) e
Palombara. Alcune avanguardie si spinsero anche nella media Valle dell'Aniene. A
Roviano fu issata la bandiera tricolore sulla torre del Palazzo Sciarra Colonna. Da Monterotondo, Garibaldi si avvicinò più volte nei pressi di Roma, inutilmente sperando in un'insurrezione popolare. Ma impossibilitato ad attaccare, si ritirò a Monterotondo. La cosa non piacque ai mazziniani. Questi cominciarono ad invitare i volontari a tornare a casa e "il risultato di queste mene mazziniane fu la diserzione di circa tremila giovani" (Garibaldi,
Memorie). Per questo motivo, il Generale decise di puntare su Tivoli per sciogliere la legione. Ritardi nella partenza ("per distribuire scarpe"), la cattura da parte dei papalini "dei pochi nostri esploratori a cavallo", il sopraggiungere dei nemici portarono allo scontro del 3 novembre 1867 tra i pontifici e quanti restavano dei garibaldini. Furono i pontifici a sconfiggere Garibaldi e i suoi volontari. A cose fatte arrivarono i Francesi. La sconfitta di
Mentana sbandò quello che restava dell'esercito garibaldino che si ritirò oltrepassando i confini a Passo Corese. Altri, superata Tivoli, ripassarono il confine pontificio attraverso la Valle del Licenza e quella del Bagnatore. Il sogno di liberare il popolo romano s'era ancora una volta infranto, principalmente per colpa "della propaganda dissolvente dei mazziniani", scrisse amaramente Giuseppe Garibaldi.
Il 25 novembre 1877 a Mentana fu inaugurata l'Ara-Ossario, opera dell'arch. Fallani, per commemorarere la battaglia e conservare i resti di circa 300 garibaldini.