Don Bartolomeo Sebastiani
dalle:
Memorie principali della terra di Roviano, insieme con altre notizie su Riofreddo, e, meno diffuse, sopra Anticoli, Arsoli, Subiaco, regione Equicola e via Valeria , Ms. del 1830 ca.;
PARTE DEL MANOSCRITTO RIGUARDANTE RIOFREDDO
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Articolo 1°
Origine, ed ubicazione di Rifreddo

D. L’antico Forte di Riofreddo, che prende questa denominazione da un gelido ruscello che gli scorre d’appresso, chiamato
acqua fredda nella Bolla di Nicolò I - Cum piae voluntatis - dei 20 Agosto 863. giace a ridosso di uno di quei monti, dove abitavano gli antichi Popoli Equi, o Equicoli al miglio 35. lungi da Roma sulla celebre Via Valeria. Placatesi in Italia le fazzioni, che dettero occasione ai luoghi di abbandonare la semplice individuazione nominale degli antichi Paghi, o Vichi, e prender questo di
Castellum, o
Castrum: il Custode
Soldato del Feudo militare di Riofreddo, che poscia l’abusivo nome usò di Barone convertì la Rocca in Palazzo; e le doppiò Mura che le recingevano in Case abitate; ed accordò a chiunque di fabricare sopra le mura a maniera, che cento strade ora vi sono per entrare ove era piantata l’antica
Rocca. Allora si estesero i confini dell’abitato; e gli abitanti campestri abbandonati i rusticani Casolari si riunirono nel seno della Patria; e così cessarono la
Pive(??) di
S. Maria e di S. Giorgio, e si formò una ben florida Terra, non’ meno atteso il continuo passo di quei che, dalla Penna, dalla Valle ddi Sulmona, dall’Aquila, dallo Stato di Tagliacozzo, dalla Valle di Carsoli, dalla Baronia di Coll’alto, ed anche da una porzione di Sabina vogliono introdursi, e trasportar robbe nei Stati Romani; quanto atteso il commercio d’ogni genere, e le arti meccaniche che vi fioriscono; e la multiplicità di uomini illustri, che in ogni tempo sono stati il decoro delle Scienze, e l’ornamento della Romana Curia, e del Sacerdozio.
La situazione è montuosa: l’aria sembra alquanto rigida. Gli abitanti nella generalità né sono prigri di corpo, né torpidi d’ingegno. Hanno sempre combattuto colla situazione locale, e con il
dominio Baronale; vinsero la prima coll’industria; il secondo se di tanto in tanto lo rintuzzarono con opportuni espedienti, e coll’autorità dei Giudici, tuttavia mai poterono compiutamente riacquistare l’originaria libertà.
Non può negarsi, che questa Terra,
quod satis ab ignobilitate vindicat D Thomasius de Rivofrigido Nicolai Papae III Cappellanus, come dalla Miscellanea Ludovisi nella Biblioteca Vaticana Vol: 8. pag: 168. sia stata Fortezza di qualche riguardo. Oltre le doppie Mura, che la fornivano, e la Rocca munita; ce ne convince la Legge Statutaria di esso Paese, la quale ordina la vigilanza per accommodare, e risarcire secondo il bisogno
le Mura delle Difese, e le Porte. Nei tempi antichi
Rocca, Forte, e Castello si chiamava:
Magnificus, et Potens Vir Andreas Columna Dominus Castri Rubiani existens in suo Castro Rivifrigidi (Statuto di Roviano pag: 27.). Lo Statuto di Riofreddo è intestato
Statutum Castri Rivifrigidi. Di più gli Uomini di Riofreddo
Soldati erano chiamati:
Castrum Militum Rivifrigidi; e nello Statuto di Roviano di sopra citato al Cap: 10 p. 5. si ordina che rapporto al pagamento della Colta si faccia quello faranno i
Soldati di Riofreddo.
Divenuta la Città di Carsoli uno de Patrimonj della Santa Sede anche Riofreddo
(110) che era sotto l’antico dominio di quella Città fece parte di questo Patrimonio come, Carsoli vi fù stabilito un Difensore, così Riofreddo fù dichiarato Militare, e fù dato in guardia, ed in Custodia alla potente Famiglia Colonna guardandolo come un Baloardo di difesa del Patrimonio Carsolano, e dei confini dei Stati della Santa Sede, per cui Bonifacio IX. lo distinse con molte es+++++++ ed Eugenio IV. lo riputò di tanta importanza, che in una sua Bolla del ++++ né inculca la difesa ad Antonio Riofreddo Colonna.
Il solo titolo di Soldato che avea sù Riofreddo Landulfo Colonna nel 1237.
per magnificum virum Landulphum de Columna militem Rivifrigidi Rubiani Dominum Generalem non ci fà dubitare che questo Cvastello fosse [sola]mente un Feudo di Guardia Militare del quale i custodi
Soldati erano chiamati. E’ ben’antica e nota la pratica dei Fidi di Guardia Militare (.1.); né era disd[icevole] ad un illustre Famiglia che il possedeva esser distinta col titolo di Soldato poi a quei tempi colla parola
Miles non intendevasi già il semplice Soldato, ma qual nobile Gentiluomo, o Cavaliere distinto dal Clero, e dal Popolo. Anzi in principio undecimo Secolo, sotto il nome di Militi comprendevansi in Italia, come insegna Muratori (.2.), coloro che tenevano Feudi dall’Imperatore, o dal Rè; ma in p++++++ di tempo questo stesso nome fù trasportato anche a tutti i nobili (.3.) sia perchè essi ben spesso godevano qualche feudo, o perchè erano Cavalieri. Imperochè ne Secoli barbarici presso gl’Italiani si dava il nome di
Milites ai Soldati che militavano a cavallo nelle guerre, laddove i chiamati oggidì Fanti, o Soldati a pié erano appellati
Pedites, e da taluno
Plebeij milites. Ma sotto altro significato, e di lunga meno più nobile fù poscia adoprato il vocabolo di Miles, cioè a disegnare quei nobili, che con alcune particolari cerimonie venivano armati del cingolo militare, perchè facessero parte di quella distinta milizia detta
Cavalleria da nostri scrittori, donde uscirono a poco a poco i sacri ordini militari celebratissimi in Oriente, e in Occidente, i
Templari, gli Spedalieri, i Teutonici etc, e quindi più recentemente quegli ordini di Cavalieri istituiti per (111) lo più a motivo di distinzione di onore dai Rè, e dai Principi, come quello della
Giarrettiera, Toson d'oro, Calatrava ecc. Allorchè dunque dopo il mille i Militi si oppongono al Popolo, o vengono indicati come una classe di persone distinte dal Clero, e dal Popolo, non si hà da intendere tal voce per soldati, come assicurano gli scrittori li più esperti in questo genere di ricerca, ma vi si debbono intendere dei Signori Gentiluomini, o Cavalieri, ossia la classe nobile e distinta di una Popolazione,
praecipui e nobilitate come scrive il Ducange (4) quindi in una classe così distinta, e nobile di Cittadini vi era Landulfo Colonna il cui discendente Giò: Andrea mantenne il primitivo titolo di Soldato - Ioannes de Columna Miles Armorum.(5.)
Nelle controversie comunitative di Riofreddo il Barone Del Drago ha fatto ben conoscere, che non gli piaceva, che i Colonnesi venditori del Feudo non si chiamasero Padroni, ma soldati di Riofreddo. In una delle sue allegazioni usci in campo con una redicola lettura dello Statuto di Roviano sostenendo che si dovea leggere ed interpetrare
Landulfo Colonna Cavaliere di Riofreddo, e di Roviano Padrone Generale; ma l'esplicita, e descritiva maniera di parlare l'hà fatto ricredere, ed a vedere, che si legge assolutamente, e senza interpetrazione, e senza l'aggiunta di virgole, e senza confondere il senso - Landulfo Colonna soldato di Riofreddo, e di Roviano Padrone Generale.
(112) Disperando niente di buono da queste sue indagini si raccomandò all'antichità, e fece sapere in seguito che sebene era vero che Landulfo era Soldato di Riofreddo, fù poi dichiarato
Padrone da Carlo Magno lì 7 marzo 1379- affacciando in prova di ciò una rancida carta sospettisima nella quale si leggeva -
Carolus IV Romanorum Imperator ecc, Nobili Landulpho de Columna diletto suo fideli gratiam suam carissime- Fidelis tua petitio tenorem infrascriptum canebat - significabat Majestati vestrae Landulphus de Columna Miles Dominus Castri Rivifrigidi - Facilmente ognuno si persuade che la rancida carta sia apogrifa subito che sà degli Annali del chiarissimo Muratori che in quel tempo nel quale si suppone sottoscritta, e firmata la carta, o Diploma Carlo IV - era già morto in Praga.
Sebene per loro natura i Feudi di Guardia militare erano personali, e durevoli per un solo anno tuttavia o per istituto, o per volontà del Collatore, si prorogavano a più anni, o si perpetuava nella Famiglia investita come avvenne a quella di Colonna, la quale vide perpetuato nella sua discendenza il Feudo di Guardia militare di Riofreddo .
Articolo 2°
Statuto di Rifreddo
Qualunque per altro sia il titolo che gli antichi Colonnesi avevano per il Feudo militare di Riofreddo per verun conto resta alterata la libertà originaria, e l'esenzione dalle Leggi Baronali poichè fino al Secolo XVI. non si conobbero dai Riofreddani altre leggi che quelle che riguardavano il Gius.Comune. In esso Secolo, e precisamente nell’ anno 1550 il Sig. Muzio Colonna che comandava la terza parte di Riofreddo, e Bernardino Caffarelli nobile Romano che indipendentemente
(113) da Colonna, commandava nelle altre tre parti avute con titolo ereditario da Ludovica sua moglie figlia del Signor Giò: Andrea Colonna approfittando dell'indifferentismo del Popolo rilassato nell'ozio, e caduto nelle reti della servitù dei Signori, stabilirono di spogliarlo affato della nativa Libertà con dargli delle leggi facendole approvare dal Magistrato. Fù affidata la compilazione di questo nuovo codice al chiarissimo Dottore dell'una, e dell'altra Legge Antonio Salvati. Restò per altro l’opera inperfetta per esser mancante della Sanzione Suprema, senza la quale nè il Barone, nè la Comunità può stabilire alcuna Legge.
E nè tampoco e fuor di proposito la tradizione comune che ai Posteri hanno tramandata gli Avi di Riofreddo appoggiata a tutte le regole delle buona critica "che lo Statuto che ora è in abusiva osservanza in Riofreddo non è quel desso che i Padri loro approvarono nel 1550. Ben conosevano essi la nativa loro libertà: sapevano ancora che Muzio Colonna, e Bernardino Caffarelli aveano ereditato Riofreddo non col titolo di Padronanza ma di Feudo Militare".
Con queste parlanti memorie, e certe cognizioni come potevano assoggettarsi volontariamente a Signori che avevano usurpata la Padronanza? Come approvare delle Leggi che distruggono la loro libertà, e che in alcuni rapporti favorivano l'angarie Baronali non mai fino a que’ tempi da essi intese? A tutto ciò si aggiunga, che questo Codice informe non esiste, nè si è mai potuto vedere l'originale, ma sibene una Copia formata da altra Copia con in fronte questa ingannevole intestazione:
"A perpetua memoria"Considerando che se appartiene agli uomini di buon Governo nelle loro Patrie aver Leggi Municipali ecc, ecc. Pertanto i predetti uomini di Riofreddo per pubblico, e general Consiglio rogati ecc, questi presenti, ed infrascritti ordini, Leggi Municipali, e Statuti hanno ordinato coll'autorità, e commissione degli illustrissimi Signori e particolarmente dell'illustrissimo, e Reverendissimo Sig. Giò: Andrea, e dell’illustrissimo Sig. Bernardino Caffarelli Nobile Romano e dell’illustrissimo Sig. Muzio Colonna. Per la qualcosa a fede e perpetua memoria sono stati scriti dal Reverendo Don Granaro Apostolico Notaro, sotto l'anno MDL nell'indizione ottava del Pontificato del Santissimo Sig. Nostro Papa Iulio Terzo nell'anno suo primo di giorno 25 del mese di Febraro.
Questo Codice per altro che per tutti i riferiti caratteri è irrito, e nullo, sempre è stato giuocato dal Barone a suo favore ora pretendendone
(114) l'osservanza come Legge ora come convenzione, mai però riflettendo, che non può riguardarsi come Legge per mancanza dell'approvazione Suprema nè tampoco come patto poscia che la Comunità si assomiglia ai Pupilli, e di maniera che come i Pupilli, e minori non possono senza l'autorità dei Tutori, e Curatori obbligarsi: così queste senza l'autorità del Principe Sovrano non possono far contratti, ne legarsi ad altri con particolari, o generali obbligazioni. Questa ragione che è fondata nel diritto Comune, e costituzioni Apostoliche non si è mai valutata contro il Barone, il quale colla forza esigge l'osservanza di quelli articoli, che favoriscono la sua Camera, e mai hà inteso i disperati riclami del Popolo per farlo osservare in tutto ciò che favorisce i suoi interesi, e la sua quiete.
Articolo 3°
D. Paolo del Drago compra il Feudo di Riofreddo da Caffarelli, e Muzio Colonna
3
Riofreddo stato già Feudo Militare - Popolo libero si vide circa la metà del Secolo XVI. commandato non più col titolo di
Soldato ma di Signore, di Barone. D. Bernardino Caffarelli nobile Romano dominio su tre parti, e Muzio Colonna sulla quarta. La decadenza d’ambe le Famiglie indusse prima Caffarelli a vendere nell'anno 1554 - ai 13 settembre le sue tre porzioni al Reverendo Sig. D. Paolo Del Drago per la somma di [scudi]
2400 -: e negli anni appresso seguendo il suo esempio Muzio Colonna vendè allo stesso Del Drago la sua porzione per scudi mille.
Ambedue gl'Istromenti di vendita furono rogati il Sig. Alessandro Pellegrini Notaro dell'AC. Fù Riofreddo in tutto, e per tutto venduto per [scudi]
3400 prezzo veramente ne pur valevole a comprare la semplice Giurisdizione.
Articolo 4°
Prime perturbazioni del nuovo Barone, e cessione dell'Osteria
Se per lo passato il Popolo di Riofreddo aveva leggermente provato sotto li Colonnesi, e Caffarelli quanto sia pesante, e dura la verga Baronale, appena si vide sotto il Dominio Del Drago, e Biscia, che risentì a prova tutta l'avidità, ed il veleno che simboleggiano le due
(115) Bestie una feroce, e l'altra velenosa, che a commun spavento ritiene nello stemma gentilizio. Dimentico Egli affato degli antichi titoli dei venditori cioè di
Soldati ed insultando alla libertà del Popolo non esitò punto a farsi conoscere, ed ebbe l'animosità di pretendere il gius fondiario a fronte della tenue somma di [scudi] 3400 colla quale aveva comprato il Feudo. Pretese il diritto di succedere all'eredità di coloro che morivano senza figli, e separati dalla comunione Fraterna. Avrebbe voluto il Barone seguir su ciò l'esempio de suoi antenati, ma niente fidando alla consuetudine sempre varia, e contradetta dal Popolo ai Colonnesi, e Caffarelli, e niente di buono sperando dalla Legge Statutaria, perchè informe, e non ancora in piena osservanza ricorse alli maneggi. Fece nascere l'occasione di transigere; e seguì la transazione li 27 Ottobre 1593. per gli atti di Mainardi Notaro A.C. della quale fù il contenuto: "che il Barone cedeva, e rinunziava alla Comunità qualunque si fosse il preteso diritto di succedere: e la Comunità cedeva al Barone l'Osteria, riservandosi il diritto di potersi vendere dai Particolari il vino a minuto". Questa riserva interessava più d'ogni altro la Povertà, che hà bisogno di comprare a minuto, e senza questa libertà in un Paese mancante di vino saria costretta a comprare pessimo vino, ed a prezzo arbitrario nell'Osteria Baronale.
Nel mandato di Procura fatto dalla Comunità in persona di Fabio Blasi per stipolar l'Istromento di Concordia si legge: "
reservata pro parte dictae Comunitatis conditione, videlicet quod omnibus civibus et Incolis dicti Castri liceat, et licitum sit vendere vinum inter ipsos sicut aliter non fieri in forma praeteriti". Questa libertà riservata ai Particolari senza alcuna speciale restrizione, è contradittoria coll'Istromento di transazione; in esso si legge:
reservata autem dictae Comunitati, et hominibus vendendi vinum et ut dicitur a minuto recollectum in eorum propriis possesionibus, et vineis inter ipsos et incolas Loci non autem Peregrinis.
Questa postilla è falsissima restringendo la detta generale facoltà alla sola determinata specie di vino proprio. (116) Per vendere il proprio vino non vi era necessità di riserva, o cautela. Quindi è che il Procuratore contro la Lettera della Procura e contro ogni presunzione ristringendo con sommo pregiudizio della povertà la facoltà di vendere il solo vino raccolto nelle proprie vigne, e Poderi indubitatamente
excepit fines mandati.
Articolo 5°
Angarie Baronali di Riofreddo dopo che Riofreddo fu eretto in Marchesato
Tolta questa infame memeoria, e barbaro, ed inumano diritto di successione, si vide per qualche tempo in silenzio il Drago, e la Biscia: ma presto si risvegliarono. La San[ta] Mem[oria] Di Gregorio XV eresse in Marchesato il Feudo Militare di Riofreddo onorando di questo titolo Antonio Del Drago perchè
in diversis bellis terra marique tam adversus Turcas in Hungaria, quam adversus perduielles hereticos in inferiori Germania, et Italia pro consecutione Status Ferrarensis nec non in Classe Marittima Clar. Mem. Filippi II Hispaniarum Regis contra Argiram instructa nominus prudenter, quam spectata animi magnitudine militavit.
Questo diploma che in terminis altro non è che un diploma di sola onorificienza, nel quale non si trova espressa alcuna servitù o almeno adombrata con termini delli quali possa inferirsi, obria++ vanamente il Drago, e tentò trattare il popolo di Riofreddo come trattato aveva i Corsari, e gli Eretici belligeranti per aumentare e crescere il suo ristretto patrimonio. A questa famglia non mancò l'antico splendore acquistato con la virtù dei maggiori, solo gli mancarono le ricchezze, che sono l'ornamento, e l'ajuto della nobiltà. Qua rivolse le sue premure, il suo studio, la suia autorità, ed inventò angarie non mai udite le quali non si possono rammentare senza orrore. Allora furono ripetute quelle inique, e barbare voci pronuziate già nel 1616 "
chi compra beni di qualunque natura, o in qualunque modo acquista dominio di questi; pagherà al Barone una certa determinata somma.- Non seminandosi i terreni, e restando incolti, gli erbaggi spetteranno al Barone - Se qualunque parte di terreno (117) sia sterile, e rustica, la quale non sia compresa nel terreno del particolare, resterà in proprietà del Barone".
Anche i beni semoventi daranno utile al Barone:
chi manderà a pascer Porci nella selva Sesara (che spetta alla Comunità)
pagherà al Barone 6 quatrini a Porco: chi ingrasserà un Porco per uso di casa, pagherà al Barone la Spalletta - Chi avrà bovi pagherà per ognuno di essi un paolo al Barone - Si darà al Barone la quarta parte del Pulledro che nascerà in Territorio, il che si valuterà costantemente uno Scudo, e baj cinquanta - Avrà ancora il Barone un quatrino, e mezzo per ogni pecora - Chi nè avrà più di dieci pagherà quindici paoli. Anche per i commestibili utilizzerà il Barone.
Niuno potrà vendere vino forastiere per non pregiudicare all'osteria Baronale - Chi vorrà macinar grano, o altri generi, sia costretto andare alle mole Baronali - Nel solo Forno venale del Barone si possa comprare il Pane - Nel Forno della Comunità si cuocia solamente quella quantità di pane che consumerà la famiglia. Anche dal vestiario si renderà qualche utile al Barone.
Chi vorà purgare o sia valcare panni di lana sia tenuto andare all’Edificio Baronale. In generale poi da tutte le cose, che riguardano o il Vitto o il Vestito, o appartenenti al servizio della vita, le quali s'introducono, o si estraggano dal paese paghi il dazio al Barone. Non si perdoni al corpo, alle persone de sudediti.
Si mantegga a spese pubbliche la strada per la quale il Barone esigge il pedaggio dai passeggeri - In ogni settennio si construisca dai Vassalli una Calcara di sessanta Rubbia, e si dia al Barone - Se si deve falciare e riportar fieno dai prati del barone, i vassalli o lo riconducano, o diano loro le bestie - Niuno possa tritare colle proprie cavalle, ma solo con quelle che farà venire il Barone - Se qualcuno vuol partire dal Paese, e se alcuno da Roma vuol tornare in Patria non possa farlo senza licenza del Barone, o suo Agente.
Nè pure i Rè, che anzi ne pure i Despoti esiggono dai sudditi un'ossequio tanto insolente, ed importuno eppure è cosi barbara la condizione dei Riofreddani che doverono istruir
(118) formal giudizio per ossequio si stravagante avanti il Tribunale del A.C. A tutte queste angarie manca solamente che siano daziate le mogli, i figli, l'aria, la luce. A qual fine tendono tante molteplici, e crudeli angarie di denaro, di roba, e di opere? Ad un fine solo, affinchè il Barone vivendo in un ozio ignobile possa vivere nobilmente.
A tutta ragione i Scittori del giorno hanno posto i loro studj per far conoscere i danni della Po
testà, e Dominio Feudale e allontanarlo dalla Società Civile come una peste perniciosissima. Imperciochè sebene il diritto di Feudalità si debba riferire alla beneficenza del Principe, sempre tuttavia che ciò che à pochi è di benenficio, a moltissimi è di danno: noce all’Agricoltura, alle arti alla propagazione del genere umano: da qui nè deriva la desolazione, e la vedovanza dei paesi: da qui il perpetuo languore, e la vergognosa povertà degli abitanti. La maggior parte delle campagne spetta al Barone, il possedimento de’ sudditi tenue, ed angusto è diviso tra pochi. Niente v’è che non vi pretenda il Barone. Non li frutti della Terra non gli Armenti, non l'industria, non le forze stesse del corpo, esigendosi per esso la servitù personale. I Forni l’ Osterie i Macelli per lo più sono in potere del Barone, a segno da contro tutte le Leggi della natura non è lecito provedersi di pane, carne, e vino se non dai Proventi Baronali a quel prezzo arbitrario che essi o i loro agenti stabiliscono. Come può essere che l'uman genere sia in vigore, fiorisca, e si moltiplichi, quando i sussidij della vita sono impediti da tante angustie, ed angarie? Non si potrà con facilità decidere se maggior danno causarono alla nostra Italia le scorrerie, e saccheggi dei Vandali, Goti, e Longobardi o il gius Feudale, che questi ci hanno tramandato. Volesse il cielo che gli uomini riconosciuti i loro principj alzassero d'unanime consenso la voce, e gridassero contro tanta barbarie.
Il morbo si è così dilatato che sembra non potersi espellere se non con una lunga, e difficil cura. Miglior sorte speri-
(119) menterà la tarda posterità (1). A noi ci è restato un solo diritto d’ implorare l'autorità del Giudice, quando il Barone abusa della sua autorità. Ma questo ancora non produce mai l'effetto che è analogo alla giustizia. Hanno i Baroni la strada aperta a guadagnare i Tribunali, e continuare nelle loro pretenzioni. Niun Paese meglio di Riofreddo può far testimonianza di questo. Il diritto di difesa dette coraggio ai Riofreddani di promuovere le loro istanze ai tribunali superiori, ma sempre con un esito infelicissimo.
Articolo 6°
Contestazioni giudiciarie della Comunità col Barone
Non tutti in un tempo affacciò il Barone i riferiti articoli di angarie. Quello de’ Concedimenti, o Laudemj fù il primo che fosse intentato nel 1616. La Lite fù agitata nel Tribunale della Camera, ed in esso non si potè mai dal Barone ottenere un sol Decreto a suo favore. Al contrario sappiamo dai scritti pubblici, che la Comunità rinnovò più collette per la spedizione della Causa, e sappiamo ancora che il Barone per impedire là spedizione, pro++++ di voler tutte conciliare le vertenze d'allora che si ristringevano 1° a pagare li concedimenti 2°a valcare i panni nell'edificio del Barone 3° a comprare il pane nel Forno del Barone 4° a pagare sei quatrini a Porco per il pascolo nella selva di Sesara che è di proprietà della Comunità 5° macinare nelle mole Baronali 6° la pena doppia per il danno dato nella vigna del Barone.
Presentò nel 1626 - per mediatore un suo cognato Valerio Santa Croce. Ma ben tosto si conobbe il maneggio Baronale. Il Santacroce appalesò il suo voto a favore del cognato, in tutte le vertenze. La Comunità che voleva la libertà, non la servitù Baronale rigettò costantemente le proposizioni del Santacroce. Conseguì per altro il Barone ciò che desiderava, poichè la Comunità non pensò più alla spedizione della causa. Dopo 10 anni sperando il Barone d’ottenere dal Tribunale della Camera quello non potè ottenere nel 1626 - risuscitò egli stesso la causa, ma ebbe il dispiacere di veder la Comunità
in limine speditionis. Non smontò di coraggio ricorse nuovamente alla giovevole proposizione d'accomodamento. Con questo progetto temporeggiò a segno la Comunità
(120) che questa non spedì la causa a benchè non seguisse la Composizione. E per addormentarla di più, sospese egli la vessazione, ed affettò amicizia e pace, abbusando frattanto della buona fede.
La Peste che nel 1653 tutta devastò l'Italia, spopolò quasi del tutto Riofreddo, che ripopolato da esteri si perdè affatto la memoria delle liti precedentemente agitate in Camera. Approfittò il Barone di questi momenti risuscitò sul fine del secolo XVII. non solo la pretenzione de’ Concedimenti o Laudemi e, le altre angarie, ma pretese ancora il diritto delle ricadenze di già cedute per contratto di transazione nel 1593.
Il nuovo ed ignorante popolo di Riofreddo per opporre qualche remora alle Baronali pretenzioni, ne fece ricorso alla S. Consulta, ed il Barone che aveva sperimentato quanto poco sperar potesse nel Tribunale della Camera, molto volentieri vi acconsentì, sapendo, che la S. Consulta senza tela giudiciaria, e a sola relazione dei Baronali Governatori procedeva. Ed in vero
audito tantum Gubernatore Baronalis, che tante disse bugie quante erano le sue parole, si rescrisse dalla Consulta che li concedimenti si dovevano al Barone in tutti quelli contratti nei quali si trasferiva il Dominio. Non si quietò a questo rescritto la Comunità, continuò a comprare, e vendere, liberamente ed il furbo Barone, temendo vedere annullato il suo rescritto se di nuovo s’intentava la causa, riprese il malizioso silenzio, e dopo quaranta, e più anni rimise in campo la pretenzione dei Concedimenti, ed altri di sopra riferite angarie Baronali fortificandosi coi rescritti dalla Sagra Consulta. Non fu lenta la Comunità alla difesa dei suoi diritti. Si proposero le multiplici cause in S. Rota: ma quel integgerrimo Tribunale assediato dalle commendatizie a favore del Barone ricusò di dare qualunque decisione. Umiliò il Barone una Supplica alle S. mem. di Papa Pio VII domandando o di dare esecuzione ai rescritti della Consulta ed imporre perpetuo silenzio alla Comunità, oppure di deputare una Congregazione particolare perchè conoscesse, e decidesse del merito di ogni, e qualunque differenza tanto proposta che da proporsi conforme di ragione. Il Sommo Pontefice rigettate le prime due istanze, aderì alla terza, e deputò una Congregazione di Prelati per decidere le questioni.
Non potendo il Barone andare avanti in causa nel possessorio, al
(121) quale aveva già rinunziato, rivoltò i suoi sforzi al Petitorio; Furono i dubbi concepiti in formola di petizione, e si propose
I. Se aveva diritto il Barone d’esiggere i Concedimenti, o Laudesi.
II.Se era lecito alla Comunità, od in qual luogo poteva fabricare la mola.
III.
Se aveva diritto il Barone di proibire vendere a minuto il vino raccolto nei proprj terreni a
Persone estere,come ancora di proibire l'introduzione, e vendita a minuto di vino estero, o si debba dare la manutenzione ai Riofreddani nel caso ecc.
VI.
Se cessa il diritto Baronale sulla macchia detta di Sesara, e se si debba pagare al medesimo sei quatrini per ogni Porco che s'ingrasa in detta macchia: come ancora pagare la spalletta dei Porci domestici che si uccidono per uso della Famiglia.
V. Se avea diritto il Barone di pretendere l'erbaggio, ed il pascipascolo nel territorio di Riofreddo, e se si dovea pagare al medesimo ogn'anno un paolo a Bue - un quatrino,e mezzo per ogni pecora - e quindici paoli, o pure un agnello da chi avea più di diece pecore.
VI.
Se avea diritto il Barone di esiggere le pene di danno dato nel Territorio di Riofreddo.
VI. Se la Comunità era tenuta a dare al Barone in ogni settennio sessanta rubbia di calce.
Si tratascia la proposizione degli altri articoli d'angaria che meno fastidio davano alla confutazione.
(.1.) Text: in Cap: Unic. lib: 2 tut. 21. de Vassalli Milit. et leg. quicumque Cod. de Feud. limitroph. lib: II. Benedi+: in Repetit. ad Cap. Raijnitius versic. Duas num: 405 et esgg. Boeur in Fractat de Car. Cla++++ livit. Rebuff in Declarat. Arbor. Feud. lit. P. ibi Feudum guardiae est quod pro custodia datum nam propter custodiam designatur tale Feudum vel Guardia habet Feudum annexum. In Cap. I lib: primo titol: 2 de Feud. Guard. Ducang. de medi et infim. limit. verba Feudi, ibi Feudum militare, et fundum militis, quod a vassallo Milite possidetur. qui vero ejusdem feuda possidebant, Feudati milites dicantur.
(.2.)Delle antichità Italiane Dissert: 52, e 53. Della divisione dei nobili, e della plebe. Della istituzione dei Cavalieri.
(.3.)Leggasi la Bolla di Gregorio IX. colla quale si conferma il concordato fatto dall’Arcivescovo di Reggio, e dal Vescovo d’Ostia, e di Velletri tra i Rettori, li Militi, e il Popolo di Anagni nell’anno 1231.
Articolo 7°
Esito infelice per la Comunità delle contestazioni col Barone
La Comunità per sostenere i suoi diritti contro il Barone non omise la consulta degli migliori Avvocati; si compilarono voluminosi sommarj di documenti irrefragabili; ma niente di buono si ottene. L. E.mo Cardinal Negroni Datario, e zio della Marchesa Cecilia Del Drago attivò il suo ascendente per preoccupare la Congregazione. Fù visto il Barone rammentare i preggi de suoi antenati, e chiamare in ajuto i parenti, gli amici, i Protettori affinchè prendessero le sue parti. Fù vista una gran turba di Emissarj, i quali con ogni sorta d'officj assediavano i Giudici: e quel chè più fece meraviglia si videro uscir dai chiostri uomini Religiosi implorare con melate parole la causa del Barone.
(122) Tutto ciò fù visto; ma non si perdè di coraggio la Comunità, sebene era certa della parzialità dei Giudici: si fece proporre la causa, la quale fù decisa come riprometteva dimpegno, e di commendatizie Baronali. Rispose la congregazione.
Al I. dubbio "
Affirmative in contractibus in quibus trasfertur dominica"
.
Al II. "Q
uoad molendina in locis designatis a Comunitate negative in reliquis videatur in casibus particularibus" .
Al III. Quoad introduxionem vini exteri dandam esse manutenzionem hominibus Rivifrigidi: in reliquis costare de bono jure Baronis ed formam conventionis 27 octobris 1593
.
Al IV. Costare de bono jure Baronis quoad exactionem tantum, sex quadrantium proquolibet Sue, nec non quoad prestationem facien: vulgo della spalletta pro Suibus domesticis mactandis juxta modum, et formam antea consuetam
.
Al V. Costare de bono jure Baronis quoad erbas, et pascua tantum del quarto della Ricalata; nec non quoad exactionem unjus juli in annos singulos a possidentibus boves, et unjus quadrantis cum dimidio pro quolibet ove, et obul: quindecim, vel unjus agni a possidentibus oves ultra decimum numerum.
Al VI. Affirmative, et amplius
.
Al VII.
Negative.
Dietro queste decisioni non desistè la Comunità: ripropose nuovamente la causa ora in articoli separati, ora in generale. Fece scrivere da altri avvocati i più celebri di Roma fra i quali si distinse Sebastiano Valentini, Francesco Riganti, Vincenzo Gambini, e Tomaso Matteucci, ma tutto si fece inutilmente fino all'anno 1795. colla vistosa spesa di [scudi] 6000. In quest'epoca si quietò la Comunità; e nel 1804 per non aver più che fare colla Camera Baronale gli cedè la pretenzione di proprietà nella Selva di Sesara; ed il Barone rinunciò a favore della Comunità alle pretenzioni comprese nel dubbio IV.V. e si obbligò di rendere seminativa la Selva per utile del Pubblico.
Articolo 8°
Contestazioni Baronali cogli Ecclesiastici, e loro esito
Trionfante il Barone per rapporti si fortunati nelle sue controversie
(123) e di Giudici troppo decisi per lui, credè che fosse giunto il tempo di assoggettare alla sua tirannide il chiericato. Intimò la guerra all'immunità ecclesiastica, e le scandalose voci s'udirono di servitù, di vasallaggio d'un Ceto libero. Quanto fù sollecita la Comunità in difesa della sua libertà, altrettanto lo furono gli ecclesiastici nel difendere la loro immuntà. Furono questi chiamati avanti vla Congregazione Economica, dalla quale sperava il Barone quel buon esito che ebbe nelle Cause de’ Laici, ma calcolò sinistramente. Due furono i dubbi che nel 1784. si proposero I.
Se avea diritto il Barone d’assogettare gli Ecclesiastici al pagamento de’ Laudemj II.
Se poteva impedire il Barone ai medesimi la vendita a minuto del vino raccolto nei loro terreni ai forastieri, come anche la vendita del vino estero agli esteri, ed ai paesani. La congregazione rispose tanto al primo che al secondo quesito "negative".
Prevedendo il Barone, ed il suo Uditore Chierico nativo di Riofreddo Francesco Vasselli, che niente di buono poteva ottenere contro gli ecclesiastici, li perseguitò indirettamente. In vigore della pretesa privativa di vender vino, processò per mezzo del suo Governatore i Fratelli, i Parenti degli Ecclesiastici, che convivendo coi medesimi vendevano il vino. Non furono pigri gl’Ecclesiasitci a citare avanti la Segnatura per la circoscrizione degli atti, che l.'ottennero contro l'aspettativa, e sforzi Baronali, e la videro riconfermata dal
Prefetto met al quale si appellò il Barone. Sperando ancora questi qualche modificazione agli anteriori Decreti si riappellò alla Congregazione, e ripropose di nuovo i due dubbi aggiungendo il terzo.
Se si dovevano sostenere gli atti fatti dal Governatore per il pagamento della pena per la vendita del vino a forma dei bandi, o più presto se vi era luogo alla circuscrizione nel caso ecc. Salda la Congregazione nei primieri decreti, rispose
Al I. Quoad concedimenta "
indecisis, et amplius".
Al II. Q
uoad venditionem vini indecisis et amplius, et ad mentem: et mens est quod per ecclesiasticos quolibet anno tradatur notula coram vicario foraneo quantitatis vini quae ad eos spectat.
Al III. N
egative, ad primum: affirmative ad secundum quoad ecclesiasticos, et conviventes Laicos cum eisdem individuis. Non si quietò il Barone, volea stancare gl’ Ecclesiastici, ma trovò in essi la general costanza, che non avea trovata nei Secolari. Si ripropose di nuovo la causa, e dimandando di più se i chierici amogliati, e Celibi godevano come gl’altri Ecclesiasitci. Rispose sempre la Congregazione "che godevano"
et indecisis negli altri tre articoli. Le Sentenze furono
(124) rogate per gli atti del Vagliolini Notaro A.C. 1784.
Non potendo il Barone esiggere dagli Ecclesiastici niuno dei riferiti Vassallaggi, si rivoltò a pretendere l'onorificienze Ecclesistiche, come a Patrono della Chiesa Arcipretale di Riofreddo. Pretese che accedendo in Chiesa fosse dal parroco ricevuto alla Porta in cotta, e stola, e coll'aspersorio dell'acqua benedetta, che frattanto suonassero le campane, e si tenessero accese sei candele, e che nelle messe solenni abbenchè vi assisteva in forma di privato "e gli si desse a baciar la pace, e tre tiri d’incenso dal Diacono". Pretese ancora un genuflessorio ornato di strato in mezzo alla Chiesa, e che passando i sacerdoti dinanzi a lui, abbenchè vestiti di paramenti sacri
l'avessero inchinato profondamente. Voleva che i Patroni delle cappelle chiudessero le sepolture, e rimovessero i banchi, e genuflessori, che togliessero le tre Lapidi che sono sopra la Porta interna della Chiesa, nelle quali vi è scolpita l'istoria della fabrica e solenne consegrazione della medesima. Colle risa furono accolte dagli Ecclesiastici queste pretenzioni; ed il Barone conosciuta anche in ciò la loro indifferenza, e fermezza, si quietò, e non fece più parole di onorificenze.
Articolo 9°
Governo Democratico in Rifreddo
La rivoluzione che scoppiò in Francia nel cadere del Secolo XVIII fece sentire le sue risultanze anche nei Stati della S. Sede quali invasi dalle Armate Francesi, e rivoluzionati presero le forme del Governo Democratico, che si era adottato in Francia. Riofreddo che mai avea potuto scuotere il tirannico giuoco Baronale, appena si vidde libero da questa pesante servitù, che volentieri chinò la testa ai Conquistatori e fù stabilito capoluogo, o cantone composto delle terre di Vallinfreda,Vivaro, Scarpa, Percile, Licenza, Civitella, Roccagiovane, Sambuci, Saracenesco, Anticoli, Arsoli, e Roviano. Vi risiedeva un Presidente Municipale che diramava gli ordini agli Edili di tutte le altre Comuni, i quali due volte la settimana si raddunavano in Riofreddo per trattare gli affari Comunali. Vi era un pretore, uno scriba e quattro
(125) Assessori per il ramo giudiciario. Un questore che riteneva la cassa di tutte le Comuni. Un Direttore del Bollo, e della Registrazione, ed un Prefetto Consolare che sorvegliava tutte le autorità. Quanta fù discreta e paterna con tutti l'amministrazione, altrettanto fu rigorosa ma giusta con i Baroni. I loro Stemmi furono rasati. Si ritolsero dai loro palazzi tutte le carti, e titoli della Comunità, che la lor prepotenza avevano levate dalle Segretarie Comunitative. Le informazioni, le relazioni, i processi a danno delle popolazioni che componevano i loro Archivj di vendetta furono pubblicamente bruciati. Furono obbligati al pagamento di tutte le tasse che avevano ricusato pagare in avanti nei nuovi reparti, essi erano quantizzati i primi, le questioni sugli abboliti diritti, che i loro agenti ed affittuarj promovevano, si difinirono sempre con tutto il rigore della Legge a favore delle popolazioni, che esultavano nel vedersi sotratte dall'avidità, e servitù Baronale.
Articolo 10°
Perturbazione dei paesi Vicini
Quanto interessò all'amministrazione Municipale di Riofreddo il buon regolamento dei suoi concittadini, tanto gli piacque la pace e la buona armonia coi paesi limitrofi. Prevenne perciò con particolari convenzioni quei dissapori, che potevano causare le sevizie dei Governatori a cagione dei danni rurali nelle cosidette sconfinature Territoriali. Quella pace per altro che hà sempre goduta con le Terre di Scarpa, Vallinfreda, e Roviano non ha saputo mai conciliare colle Comuni di Oricola e di Arsoli. Fra i molti fatti che mettono in pieno giorno le prove di questa sorprendente condotta basta ricordarne due soli.
Nel 1518. gli Oricolani estesero i loro confini fin dentro il Territorio di Riofreddo. Quest'atto di sfacciata lesione di proprietà riscosse la pazienza di Riofreddo lungamente irritata. Non giovando le amichevoli trattative, si trovò nella dura necessità di difendere con le armi il suo Territorio. Opportunamente giunse in Napoli al Contestabile Don Fabrizio Colonna la spiacevole notizia delle mosse ostili di amendue i Feudi. Per ovviare a ciò che ne poteva nascere fece giungere in Carsoli il suo Uditore Generale Sig. Bernardino De Amicis, il quale e con la forza, e con l'autorità richiamò nell'antico confine gli
(126) Usurpatori. Se in questa circostanza furono quietate le vertenze, non si spinse l'antica ruggine degli Oricolani i quali non hanno mai desistito di fare ai Riofreddani una guerra ora sorda, e ora scoperta a fronte della dimostrazione franca, ed amichevole con le quali sono ricevuti, e trattati in Riofreddo.
Nel 1756. due Soldati della Milizia Urbana Baronale di Arsoli con muntura, e fucile si presentarono alla Porta di Riofreddo il giorno 23 Aprile festa del protettore S. Giorgio Martire. Il Capitano della Guardia che presiedeva alla polizia con tutta civiltà li esortò a depositare le armi nel quartiere, quante volte volevano rimanere in paese. Si ricusarono i due Arsolani, e perciò furono respinti indietro. Tornati nella lor Terra animarono il commandante ad armare tutta la Truppa, per venire in Riofreddo. Poco ci volle a persuadere quel inconsiderato officiale, il quale al momento con tutti i suoi uomini si portò alle Porte di Riofreddo chiedendo sodisfazione del preteso torto fatto alle sue armi. La Guardia civica rispose urbanamente, ma la Truppa Arsolana che voleva seguitare la sua marcia nell'interno del paese e la pertinacia degli aggressori, causò un conflitto. Si suonarono le campane alle armi, accorse il popolo, e particolarmente quelli che erano al pranzo della Festa, e si venne formalmente alle mani. Il Commandante fù sbalzato da cavallo, e rovesciato nel vicino Ponte della Nunziata, ed i suoi uomini altri furono feriti, altri respinti, ed altri tradotti nelle pubbliche carceri, e così in un momento disparve l'armamento Arsolano. Dopo questo fatto continuarono per un mese le ostilità nel confine di ambedue territorj. I Baroni rispettivi calcolando i danni di queste ostilità proposero una capitolazione, la quale seguì per atto pubblico rogato il Sig. Bartolomeo Sebastiani li 23 Maggio 1756 nel convento di S. Giorgio Territorio di Riofreddo, e perciò chiamato il trattato di S. Giorgio. Posteriormente in tutte le circostanze gli Arsolani hanno mentenuto il carattere di rivalità con Riofreddo.
(127)
Articolo 11°
Invasione di malviventi
I malviventi che nel 1587 infettavano tutto lo stato Pontificio, sorpresero ancora, ed apportarono del guasto in Riofreddo. Gli abitanti sforniti di mezzi umani per la difesa implorarono gli ajuti di Dio e l'ottennero mediante il ricorso a S. Atanasio come protettore dei perseguitati, e furono liberati da questa perniciosissima orda di assassini. In memoria di questo particolarissimo beneficio trovò il Vescovo Diocesano nel 1675 eretta in Riofreddo una Chiesa Campestre a S. Atanasio chiamato per antonomasia S. Liberatore. Ad invasioni peggiori fù soggetto Riofreddo negli ultimi periodi del secolo XVIII. Mariano Mariani di Oricola regno di Napoli sfuggito nel 1798 dalle mani dei Francesi, che lo ritenevano carcerato in Tivoli si mise alla testa di una masnada di assassini. Lavinio Ferruzzi già Edile di Vivaro per garantirsi da un omicidio, radunò quanti mai potè di forusciti, di omicidiarj, di falliti, di grassatori, e si fortificò nella sua Terra. Alcuni pettoruti di Anticoli ricusarono l'obbedienza al governo repubblicano.
Giò: Pasquale Caponi di Subiaco guidato dalla sua ambizione non esitò punto a rivoluzionare la sua Patria. Questa fazzione di uomini inimica di ogni sistema governativo non potè contenersi. Mariano Mariani alla testa di 500 di questi Scelerati per vendicarsi di Riofreddo, dove era stato carcerato nel Novembre 1798, profittando dell'allontanamento della Truppa Francese da questa Terra la sorprende la mattina del 12 Marzo 1799, e fà saccheggiare orribilmente le case di Filippo Agostini, Giacomo, e Serafino Conti, di Giaginto Riccardi, ed il palazzo Baronale, e se il timore d’un arrivo di Truppe, che quei Scelerati temevano al semplice suono di un Tamburo, non li avesse sorpresi, il sacco si sarebbe esteso per tutte le case. Partirono i Scelerati ricchi d’un grosso bottino, ed esultanti per aver devastata anche la Spezieria della famiglia Agostini depredando tutti i titoli dei loro debiti.
Morto Mariani in un attacco che ebbe unitamente alla sua massa coll'Armata Repubblicana nella pianura del Cavaliere, resi liberi i Vivaresi a cagione del richiamo della Truppa Francese che l'assediava si credeva che tutto si riordinasse. Ma non fu così, Giò: Pasquale Caponi la sera dei 29 Luglio 1799 spinge la sua massa in Arsoli, e convoca tutti i Fazziosi di Oricola, di Rocca di Botte, di Pereto, di Poggio Cinolfo, e di Roviano per saccheggiare il dì vegnente Riofreddo. Una mossa anticipata fatta dagli Oricolani il giorno 28. libera Riofreddo dal
(128) sacco. Derubarono costoro 500 Pecore, e dodici Cavalli di Riofreddo. I riclami di questa depredazione giunsero opportunamente in Tagliacozzo, ed il Sig. Giò:Battista Resta spedì trenta uomini di forza regolare per costringere gli Oricolani alla restituzione del bestiame derubato. La forza respinse tutti i paesani di regno, che stavano in attenzione per unirsi al Caponi, e nel ricondurre in Riofreddo il bestiame derubato, fece argine agli assassini del Capone che in numero di soli 117 l'aveano occupato, dove il Caponi affettò sentimenti di amicizia nonostante che permettesse delle ruberie alla sua Banda. Ritiratosi il Caponi, e riunito con i Vivaresi divenuti superbi per il sostenuto assedio fù costretto Riofreddo a pagargli [scudi] 500 di contribuzione. Altre masnade di Pronio, di Rodio, di Senza Culo con continui andirivieni gravarono orribilmente il pubblico, ed il privato di Riofreddo. Anche i Vivaresi isolatamente si vollero sfamare nelle sostanze di Riofreddo. La mattina del 13 Agosto 1799 derubbarono tutto il Bestiame Pecorino, e nel giorno dei 20. cinquamta animali negri. Questa depredazione fù ricomprata con scudi ducento pagati dai poveri Proprietarj. La notte dei 23. una Truppa di Vivaresi commandata da Andrea Sforza invase la Casa dei Sebastiani; e la mise in contribuzione di scudi cento.
Articolo 12°
Passaggio e stazione di truppe estere
Hà lasciato scritto il Notaro Giovanni Furatti in un suo Protocollo che nell'
agosto 1641, passò per Riofreddo l'armata di Spagna verso il Regno di Napoli venendo da Roma, dove ripassarono con i Francesi e Portoghesi.
Nell'anno 1744. Riofreddo soffrì non solo il passaggio ma la stazione dell'armata ora Spagnola - Napoletana ed ora delle Tedesche, che venivano fuggendo o inseguendosi fra loro. Per quanto sagaci fossero le provvidenze prese dalla pubblica amministrazione onde niente mancasse di foraggi, e di viveri, fù tutto inutile, giacchè le scorrerie gli erano così impetuose che non si dava tempo per assistere l'occorrente. Si videro bruciati fienili, case di campagna, le biancherie, e letti somministrati dai Protichi (?)
(129) a derubbato il Bestiame. Senza il calcolo dei danni reali sofferti, la Comunità ebbe una spesa di [scudi] 842: 45. che prese ad interesse. Questa somma gli fù bonificata nel ripartimento generale di tutte le spese fatte dal Governo, che creò due debiti uno di due milioni e, l'altro di ottocento mila scudi in estinzione di quali la Comunità di Riofreddo pagò nel 1748 [scudi] 1199:29 1/2 e nell'anno 1743. [scudi] 493:21 1/2.
Nel 1798 ai 24 Novembre passarono per Riofreddo le Truppe Napoletane. L'istoria di questo passaggio l'abbiamo dalla relazione data al Governo in allora vigente, dal prefetto consolare.
"Nonostante il commercio da gran tempo totalmente interdetto ai Regnicoli col nostro Stato pure fin dai primi del mese vendemmiale (Settembre) precorsero ferme, continue, e costanti voci che in Tagliacozzo si adunasse un grosso Esercito Napoletano contro di Roma che sarebbe ostilmente passato per questa Terra, resesi oggetto d'inimicizia a tutti i confinanti per esser Capoluogo, e Cantone. Ed anche dalle nuove di Roma si deve a conoscere, che queste voci fossero ben note ai Francesi e alla Repubblica. Non si potè però penetrare il quando quell'esercito si sarebbe mosso da Tagliacozzo e quindi e che impropvvisamente, e all'impensata di tutti si vide comparire sopra questi confini il di 4.
Glaciale (24 Novembre). Sulle prime fù creduta una Truppa di terraziani di Oricola, che venisse ad insultare questo comune di Riofreddo, e però fu suonato ad armi, e si radunò tutta la Truppa regolare della medesima uscendo incontro a quei supposti terrazzani. L'Esercito Napoletano all'incontro sentendo suonare ad armi, si avanzò con passo più forzato per prender posto sopra di una Collina che sta di rimpetto al Paese, ed alla strada. Qui vi si schierò tutto e postò i suoi Cannoni. Conosciutosi allora che non vi erano terrazzani di Oricola, ma un grosso esercito di vera milizia si dissieparono le nostre Pattuglie fuggendo chi qua, e chi la, e tutta la Municipalità fuggì dal Paese, si cessò di sonare ad armi,
(130) e dopo breve tumulto di Gente, che fuggiva, o si nascondeva, che facendo fagotti di qua, e chi di la restò il Paese quasi vacuo d’ogni abitante al di fuori, chiusi tutti dentro le Case che neppure si attentavano di affacciarsi alle Finestre, atterriti non aspettandosi ad altro che un saccheggio. Intanto il Colonello di detto esercito spedì avanti un picchetto di trenta Cavalli per esplorare i quali s’inoltrarono fin dentro il paese meravigliandosi assai come poi disserlo, di vederlo affatto voto, e di incontrare neppur un'anima dopo tanto suono di campana ad armi. Vennero dunque fino al mezzo del Paese, dove era la piccola piazza coll'Albero: tosto si fecero addosso a questo, lo atterrarono. Lo misero in pezzi, e cercando il fuoco con bussare gagliardamente ad una Casa vicina, che non voleva aprire lo incendiarono, e lo ridussero in cenere sull'istessa Piazza: e allora il Capitano di detti Cavalli ne spedì due al Colonnello dicendo ad alta voce che gli riferissero di non aver qui trovato resistenza, ne ostilità veruna, e che l'albero era già atterrato, e incenerito. In sequela di che una mezza ora dopo entrò tutto l'Esercito e si fermò nello stesso ordine in cui veniva occupando la lunghezza del Paese, e il Colonnello Giustini con tutti gli Officiali a Cavallo guidati, ed istruiti dagli Uomini di Oricola o da altri vicini Paesi ai quali tutte le Famiglie e Case di Riofreddo sono notissime, e che anche gli avevano fatto la nota di tutti quei, che essi chiamavano Giacobini per farli carcerare si fermò in faccia alla Piazza dell'Albero, ed ivi domandò alle sue guide, quali erano le migliori Famiglie del Paese, ed ebbe in risposta una essere di Roberto Roberti, l'altra di Vincenzo de Sanctis, e l'altra di Giannicola Sebastiani. Allora fece chiamare i med[esi]mi. Intanto alcuni del Paese vedendo che queste Truppe non avevano fatto alcun danno, gli erano usciti dalle loro Case, o tornati dalle vicine Vigne, Campagne, riassicuratisi alquanto, e presentatisi nella Piazza. Venuti che furono i due primi fece leggere ad alta voce stando tuttavia a Cavallo, e alla presenza di quei che si erano adunati nella
(131) Piazza, il Proclama già noto del Re sud[et]to e finito di leggere, lo fece affiggere nel Cantone della Casa della Ved[ov]a Roberti di contro al luogo dell'Albero. Dopo di che scese da Cavallo, e non vedendosi comparire ancora il Cittadino Vivenzio De Sanctis, si andette alla Casa, e qua venuto con tutti gli officiali, fece di nuovo leggere distesamente tutto il Proclama del Re, è costituì quelli tre cittadini per suoi Deputati con far loro copiare anche le Istruzioni che dava incaricandoli di spedire immediatamente ai Parochi di tutti le Comuni del Cantone il Proclama del Re intimando loro in suo nome di pubblicarlo, e di riferirne l'esecuzione cioè che si fossero in seguela da ciascun Popolo atterrati gli Alberi e rimesse le Magistrature dell'antico Governo, e fatte le altre cose in detto Proclama ordinate, e inoltre incaricò i medesimi di far carcerare nella Terra di Riofreddo tutti quelli di cui diede loro la Nota, e tutti gli Edili, ed Aggiunti delle altre Comuni del Cantone, e chiunque altro si fosse conosciuto, come egli disse per Giacobino, e di spedire immediatamente tutti i sudetti carcerati a Lui nel suo campo verso di Roma: e che di questa esecuzione gli dovessero render conto sotto la loro più stretta responsabilita. E dopo immediatamente uscendo diede ordine di continuare la marcia alla volta di Vicovaro. Se l'avere accetata la sud[ett]a Deputazione imposta per comando di un Colonello presente con tre mila uomini armati, è un delitto contro la Republica, ecco tutto il delitto, di cui con verità possono essere accusati i sudetti tre Cittadini, perchè nel resto, e nell'esecuzione della Deputazione non solo i medesimi non hanno delitto alcuno, ma anzi grandissimo merito di fedeli Republicani, e di sincerissimi, sebene non fanatici Patriotti, di cui ecco le prove della più chiara evidenza ...".
Ai 6 Ventoso anno 7. Repub: (28 febraro 1799) il Governo stabilì in Riofreddo una forza Nazionale commandata dal Tenente Piccini, il quale abbandò il posto la mattina dei 12. Marzo 1799. e diede occasione all'invasione Oricolana. Li 30 marzo
(132) sopragiunse altra Truppa commandata dal Tenente Pinon, la quale si aumentava secondo il bisogno - vi stazionò a tutto il mese di giugno. Abbenchè le Comuni che componevano il Cantone di Riofreddo contribuisser per il mantenimento di questa Truppa che ammontò fino a 300 Comuni soffrì Riofreddo non piccoli dispendi e danni, anche per il passo, e ripasso dell'armata che marciava all'assedio del Vivaro.
Nell'anno 1821. ai 9. e 12 marzo passarano, e ripassarano per Riofreddo 2000, tra Ungari, e Croati diretti per l’Abruzzo per riordinare il Regno di Napoli, che si era rivoluzionato. Questo passaggio, e stazione produsse dei danni non piccoli, oltre il dispendio per il mantinemento, ed alloggio .
Articolo 13°
Influenze morbose, e contaggio
Il Notaro Giovanni Furcetti ci ricorda che nel 1640 nel mese di settembre avanti le quattro tempora passò
una moltitudine di Cavallette e di mosche per il Territorio di Riofreddo che adombrarono il sole e che dopo questo passaggio venne l'influenza morbosa negli occhi.
Nel 1656 la peste che desolò tutta l'Italia come riferisce il Muratori nè suoi annali desolò orribilmente Riofreddo. In quest'orribile flagello perirono molte delle primarie Famiglie, e fù d’uopo chiamare i Popoli vicini a riabitare questa Terra quasi deserta. Molte famiglie che al presente esistono in Riofreddo come i Bernardini, i Riccardi, i Majaletti, i Veroli [etc.], riconoscono il loro domicilio in Riofreddo dopo il Contaggio. Etiandio la famiglia del Sig. Vivenzio De Sanctis originaria da Viano fù stabilita in Riofreddo da Domenico Giovanni nel 1670. Anche prima del Contaggio molte estere famiglie si stabilirono in Riofreddo. Pietro Paolo Sebastiani il Seniore originario di Tivoli fissò il domicilio in Riofreddo nel 1560. Nel 1592. fece lo stesso la ricchissima Famiglia Blasi di S. Marcello Pistogliese che si estinse nel Contaggio. La famiglia Gattinari della Diocesi di Vercelli estinta dopo il Contaggio si fissò in Riofreddo nel 1623 ed il discendente Gaspare Gattinari ereditò il ricco
(133) Patrimonio Blasi avendo sposata Maria Felice unica superstite di questa famiglia, e Marco Antonio Rota nobile Bergamasco si stabilì in Riofreddo nel 1623., e nel 1631. ci venne a domiciliare Felice Agostini di Fermo.
Articolo 14°
Archivio
La Santa Mem [oria] di Papa Sisto V colla sua Costituzione del 1 agosto 1588. ordinò a tutte le Comunità dello Stato di eriggere un pubblico Archivio. Non trascurò Riofreddo quest'officio troppo utile, e necesario, e lo eresse immediatamente, ed in poco tempo si vidde ripieno del deposito degli atti di moltissimi Notari.
Il Motu - proprio della Santa Mem[oria] di Pio VII dei 31 maggio 1822, abolì gli Archivi particolari, e li riunì nel luogo dove risiede il Governatore. Dietro questa legge finì l'Archivio di Riofreddo, e fù trasportato nella vicina Terra di Arsoli .
Articolo 15°
Ospedale
Una delle provide cure delle quali si occupò l'amministrazione Municipale di Riofreddo nel secolo XV. e precisamente nel 1422, fù di eriggere un publico Ospedale.
Tre classi di Persone furono contemplate in questa benefica erezione. Coloro che attacati da infermità non hanno un Stato di fortuna, che gli permette di avere l'assistenza, ed i rimedi convenienti.
La seconda classe la costituivano li fanciulli esposti, che non hanno dei Parenti conosciuti, a prò de quali non devono trascurarsi dei mezzi per affidarli alla carità publica, o trasportargli nei stabilimenti a quest'oggetto destinati. La terza classe era dei Poveri Passaggeri, i quali chiedono allo società un’ asilo, o quando sono spossati dal viaggio intrapreso per procacciarsi la sussistenza, o sono caduti malati, o si trovano nell'uno e nell'altro caso impotenti ad avere una risorsa.
A questi tre oggeti tanto importanti soddisfece l'amministrazione
(134) e trovò il povero ammalato, il Passaggero, e l'Esposto tutti que sussidi, che in altra maniera non poteva ottenere.
Per la durata di questo stabilimento riconosciuto non solo utile, ma necesario in una Comune situata sulla Celebre Via Valeria, dove passano di continuo tutti quelli che dalla Penna, dall'Aquila, dalla valle di Sulmona, dal Lago Fucino, dallo stato di Tagliacozo, e dalla Valle di Carsoli s'introducano nei Stati della Chiesa fù decretata una Legge dai Compilatatori dello Statuto nel 1550, e furono stabilite pene di rigore contro gli Officiali, che trascuravano una savia, e retta amministrazione.
Non mancarono in seguito nel 1569 i Providi, ed Egregi uomini Giò: Antonio Rainaldi, Onofrio Sebastiani, e Domenico Antonio Federici concertar dei regolamenti analoghi alla sanzione Statutoria, (.1.) quali nel 1582, furono ridotti a miglior forma dai Rapresentanti del Popolo Lattanzio Di Simone, e Bernardino di Muzio Conti (.2.)
(135)
Queste savie misure poco giovarono. La primitiva energia incominciò ad illanguiidire non mancarono dei pretesti, onde valutare più l'interesse Comunitativo, ed ilprivato degli amministratori, che l’umanità derelitta, la quale inutilmente reclamava quei sussidi, che gli si doveano.
Questo stato di degradazione fù verificato dalla chiar[a] Mem[oria] di Monsignor Giò: Andrea Croce Vescovo di Tivoli. Trovò il Fabricato (che era composto di tre sole camere) molto mal tenuto, e sfornito affatto di commodi, le rendite impiegate con grave danno ad usi profani ...
Domum Hospitalis ubi ad presens extant tria cubicula, male tencta et sine aliqua sindone... redditus et fructus non in subsidium Hospitalis, et pauperum sed Comunitatis dieti Castri Rivifrigidi persolvendas cum maximo animarum prejudicio erogentur. Questo degno Prelato aderendo alle provide misure che personalmente avea ricevuto sugli ospedali nel Concilio di Trento, e conoscendo la necessità che si avea in Riofreddo di questo stabilimento ordinò l'ampliazione del Fabricato coll'aggiunta di altre quattro stanze gli crebbe le rendite riunendogli canonicamente i Benefici semplici di S. Maria dei Fiorentini, di S. Catarina, di S. Maria Madalena, e di S. Elia assicurandogli un reddito triennale di [scudi] 185. (.3.), tolse tutti gli abusi che si erano introdotti, e lo pose in istato di molta decenza, e commodo al quale contribuì la savia amministrazione, e regolamento del provido uomo Scipione Rainaldi, che la Comunità avea deputato per trattare col Vescovo la Legale incorporazione dei Benefici indicati. Affinchè gli ammalati non mancassero di assistenza operativa, ed asidua tanto coi mezzi umani, che spirituali furono assegnate all'Ospedaliere per mercede annuale due rubbia di grano (4) fù stabilito un Cappellano a vita, che
(136) fù Don Eusebio Pascalizio per gli aiuti spirituali, ed amministrazione dei Sagramenti con diritto di profittare a proprio vantaggio il sopravanzo delle rendite per suo onorario (5), ed acciò i cadaveri di poveri Passaggeri, ed altri che morivano nell'ospedale avessero una decente tumulazione fù stabilita per questo oggetto la chiesa di S. Caterina (6). Dietro questo nuovo rimpianto ebbe a dire con compiacenza lo stesso Vescovo Croce "Hospitale habet plures mansiones, et stantias magnas et commodas cum quinque lectis, paleaciis, lintaminibus, et allisque necesariis munitis, in quo saepe saepius veniunt viatores infirmi ex quod manet in via Romana in transitu pubblico, et ommnes commode recipiuntur in dieto Hospitale. Infirmi de omnibus necessaris, et remedio, et medicamentis, et cura provisi sunt, et aegrobis Ssma. Sacramenta ministrantur. Recipiunt in dieto Hospitali natos ex ignotis Parentibus, et trasmittuntur vicinioribus Hospitiis et faciunt alia pera pia".
La peste che nel mezzo del secolo XVII. devastò l'Italia, spopolò quasi del tutto Riofreddo. Sicchè ripopolato da esseri affato ignari della Costituzione dell'ospedale, e niente amanti di questo stabilimento, che a giorni loro si rendeva sempre piu necessario, ne prepararono la totale degradazione, che incominciò dal fabricato, al quale fù cambiato natura. La Corsia superiore stabilita per l'Infermi fù assegnata per uso delle così dette
Panarde solite a farsi in Riofreddo nelle feste dei Santi Protettori. Una Camera oscura, umida e sotteranea fu riserbata per l'Infermi, i quali giacevano in
(137) terra su della paglia, e ricevevano un scarsissimo sussidio, che gli veniva o ritardato dai così detti Santesi, o defraudato dall'Ospedaliere.
Le stanze addette all'ospizio de poveri Passaggeri si convertirono in Stalle, e fù dato a questi un'incommodo alloggio nell'Atrio, il quale fù ancora demolito, e distrutto. Le rendite divertite nuovamente a pagare l'imposizione della Comunità, ed in altri usi profani, ed affatto lontani dalla fondazione appena erano sufficienti per un scarso sussidio a domicilio che veniva dato ai poveri ammalati del Paese. Anche questo sussidio era regolato dal capriccio, e da una vergognosa truffa dei Santesi, i quali avevano in considerazione i soli loro parenti, e trascuravano quegli Esteri infelici, che unicamente vi avevano il diritto, e se questi ricevevano il soccorso erano costretti a dichiarare d'aver avuto un sussidio maggiore di quello, che effettivamente era stato dato.
Con questo sistema si camminò fino al 1811. In questo anno si volle ripristinare la perduta idea dell'ospedale. Si occupò di quest'oggeto il Sig. Vivenzio De Sanctis, che al regimento presiedeva della Comunità. Risercì una camera la piu adatta, e commoda per l'inferemi, la providde di due letti, e di biancherie, e fece si che le rendite nella maggior parte fossero impiegate in beneficio de’ Poveri. Non fù in tempo per piantare stabilmente un nuovo sistema di amministrazione, e per richiamare all'osservanza gli antichi statuti si credeva per altro che le basi gettate dal Sig. De Sanctis, ed i Principi da esso fissati si coltivassero dai Successori nell'amministrazione Comunitativa, ma ben presto sparirono, e si trattò quest'articolo come per lo pagato.
Le malattie, e le miserie che in quest'anno 1817. si sono fatte troppo pesanti nei Stati della Chiesa, i poveri morti o nelle Campagne, o nelle pubbliche Strade enza avere ne alloggio, nè ajuti di mezzi umani, ed anche spirituali dagli antichi stabilimenti di carità hanno eccitato la compassione, e richiamata tutta la sorveglianzia dell' E[minentissi]mo Principe Cardinale Giuseppe Albani Presidente della Congregazione centrale di pubblico sussidio per la Comarca di Roma. Questo illustre, e meritevole Porporato in sollievo de poveri, e per il bene
(138) della società ha ordinato nuove erezzioni di ospedali in quei luoghi, dove non vi esistono, e di ripristinare gli antichi, dove erano abbandonati, e derelitti.
La Comune di Riofreddo, che hà sofferto ancor essa i flagelli dell'epidemia, e della fame non è sfuggita dalle viste dell'E[minentissi]mo Principe. Informato dello stato di degradazione dell'ospedale, e della necessità, che se ne aveva non solo per li poveri naturali del paese, ma anche per li forastieri, che di continuo vi hanno un passaggio non interroto, ne hà ordinato il ripristinamento, e hà dato dei fondi per contribuire a quest'opera degna delle sue Cure, e si importante per l'umanità.
Ma siccome non può mai prendere un buon piede un stabilimento di sorte alcuna, se non viene accompagnato da un giusto metodo, e regolamento, e perciò il Sig. Vivenzio De Sanctis Confaloniere della Comune, ammaestrato dalla passata esperienza, col consiglio dei Sig. Anziani Giorgio Vespasiani, e Giuseppe Conti, e dei Sig. Felice Agostini, Carlo Sebastiani, e Professori di medicina, e chirurgia Gioacchino Ciabatta, e Giovanni Bollettini, a questo effetto specialmente deputati, hà messo in attività tutte le sue premure per accordare le giuste, ed interessanti viste dell' E[minentissi]mo. Principe, e per richiamare in piena osservanza gli antichi regolamenti dell'ospedale in parte ampliandoli, ed in parte rinnovandoli con una ben regolata riforma, ed hà concertati i seguenti Statuti, onde questo stabilimento di carità sia durevole, e permanente.
CAPO I
Ripartimento dell'ospedale
Art.
o
1° La corsia superiore sara divisa in due stanze .Una per le donne l'altra per gli uomini am- malati.
2° Vi sara nel primo piano una Camera addetta ai passaggeri ,altra per l'archivio ,e adunanze della Commissione ,la terza per l'alloggio degl'Infermieri ,e la quarta per uso di cucina tanto per gli ammalati ,che infermieri .
3° Tutte le altre stanze saranno assegnate dalla l'uso che credera necesario .
CAPO II
Commissione amministrativa
4° Una commisione gratuita caritatevole composta di cinque membri
(139) scelti tra le persone le piu specchiate ,e probe di Riofreddo verra sostituita ai due santesi amministratori dal- l'ospedale .
5° Non potrano eser membri della commissione due fratelli germani, suocero, e genero, le persone illiterate, quelle che attendono alla pubblica mercatura, e quelle che hanno eserci- to, ed esercitano arti vili ,e sordide.
6° I membri che devono comporre la commissione sarano nominati per la prima volta solamente dal Consiglio Pubblico Comunitativo.
7° Dietro questa nomina, la commissione perpiu di sorte attribuire a ciascuno dei suoi membri le cariche d'un Presidente, d'un asesore, d'un segretario, d'un tesriere, e d'un ispettore .
8° I membri, che usciranno dalla commissione preporranno quelli, che devono rimpiazzarli in numero di quattro che sarenno scelte da tre membri, che rimangono nella commissione.
9° La commissione verra rinnovata in parte ogni sei anni coll'uscita di due membri designati dalla sorte.
10°I membri che saranno designati dalla sorte per uscire dalla missione potranno eser confer- mati dai tre che sono rimasti quante volte cosi esigge il maggior utile, e bene dell'ospedale .
11°In ogni sei anni si verra alla rinnovazione delle cariche per via di sorte .
12°L'estrazione er le cariche sara incominciata dal piu anziano, e cosi di mano fino al quinto; per rinnovazione della Commissione si farà l'estrazione per mezzo di persona che non è del seno della Commissione .
13°I membri della Commissione, e gli altri Inservienti all'Ospedale a meno del Cappelano, ed Infermieri non godono di alcun appuntamento; i loro serviggi sono gratuiti, e caritatevoli.
CAPO III
Adunanze della commissione
14° La commissione si adunera in ogni prima domenica del mese in una delle camere del l'ospedale a tal'effetto stabilita.
15° Inoltre potra adunarsi straordinariamente tutte le volte, che lo richiederà il bisogno dietro la convocazione fattane dal Presidente.
(140)
16° Non potra la Commissione deliberare se non in numero di tre membri.
17° Gli atti dell'adunanza saranno firmati da tutti i membri presenti.
18° Tanto questi atti, che gli altri che si faranno dalla Commissione si comulativamente che separatamente da ciascuno dei suoi membri saranno intestati " La Commissione gratuita, e caritatevole dell'Ospedale di Riofreddo".
CAPO IV
Funzioni della commissione
19° La Commissione nelle sue adunanzae tratta l'amministrazione dei beni dell'ospedale, e l'impiego delle rendite, ed il mantenimento, e cura degli ammalati.
20° Sono riuniti a questa Commissione tutte le attribuzione della Congregazione di pubblico sussidio.
21° Elegge, nomina, e revoca gli Ufficiali, e l'Inservienti all'ospedale.
22° Stabilisce, e consegna al tesoriere la somma di prevenzione per le spese mensuali.
23° Forma i regolamenti che concernono gli ammalati, l'alloggio dei passaggeri il trasporto degli esposti, ed il sussidio degli indigenti.
§ I
Del Presidente
24° Il Presidente tiene la corrispondenza colle autorita superiori per tutte cio che risolve la commissione .
25° Sorveglia tutti gli altri membri della commissione affinche ciascuno adempia le sue parti- colari funzioni.
26° Invigila accio le rendite non sieno impiegate, e divertite in altri usi, se non che in quelli stabiliti dalla commissione.
27° Firma tutti i mandati di pagamenti che si faranno dal tesoriere.
28° Visita l'ospedale, ammalati, ed inservienti in ogni giorno, affinche sia mantenuto il buon ordine, ed osservati i Regolamenti .
29° Raccoglie il viglietto d'accompagno degli ammalati che devono essere ammesi all'ospedale. 30° Chiude tutti i Stati Settimanali, che sarano presentati dell'ispettore; e quelli del tesoriere ogni quindici giorni.
§ II
Dell'assesore
31° L'assesore rimpiaza il Presidente in caso di malatia, o d’assenza, e (141) d’impedimento.
32° Và di concerto col Presidente per cio che concerne il disbrigo delle sue particolari attribu- zioni.
§ III
Del segretario
33° Il segretario redigge tutti gli atti della commissione.
34° Custodisce in un armadio tanto gli atti sudetti, che gl'inventari dei beni mobili, e stabili, e tutte le carte, e titoli, e documenti che hanno relazione coll'ospedale.
35° La stesa cura deve avere della risposte, ed ordini delle autorita superiori, che custodira in una filza separata.
36° Non fara alcun titolo senza la deliberazione della commissione, e senza preventiva ricevu- ta, che sara resa allorchè si restituira il titolo consegnato.
§ IV
Del tesoriere
37° Il tesoriere è obbgligato sotto la sua stretta responsabilita di far tutte le diligenze necesarie per la riscossione delle rendite sotto qualunque denominazione conosciute, ed affette allo ospedale; di far fare contro i debitori morosi a nome della commissione tutte le citazioni, notificazioni,seguestri, ed altri atti necesari: impedire le prescrizioni invigilare alla conser- vazione dei beni, diritti, ed ipoteche.
38° Non potrà però incominciare, ne sostenere alcuna lite senza l'autorizazione preventiva della commissione.
39° Formerà un inventario esatto di tutti i beni diritti, ragioni, e privileggi appartenenti allo ospedale, e ne darà copia alla commissione.
40° Terrà un Registro giornaliero dell'introito, e dell'esito firmato di foglio in foglio dal Presi- dente, a cui deve esser presentato in ogni quindici giorni.
41° Fà le spese, e lavori ordinati dalla commissione dietro i mandati, e ordini che gli darà il Presidente.
42° In ogni mese presenta alla commissione una nota dello stato attivo, e passivo dell'ospedale nel mese decorso.
§ V
Dell'Ispettore
43° L'ispettore ha una giornaliera sorveglianza dell'interno dell'ospedale, ed officiali.
(142)
44° Invigila affinchè sia mantenuta nell'ospedale una buona polizia, e l’ordine che siano ben assistiti gli ammalati, e che il cibo sia di buona qualita e nutritivo, e che non gli sia defraudata quella quantità stabilita dalla commissione dietro l'ordine dei Profesori di medicina, e chirurgia.
45° Interviene alle visite che fanno i sudetti professori, affinchè dall'informare puntualmente sia eseguito quanto è stato ordinato.
46° Ritiene la chiave dell'ospedale allorche non vi sono malati.
47° Provede agl'esposti, e passaggeri a norma dei regolamenti dalla commissione.
48° Assumerà il carico di ritenere un registro giornaliere diviso in due colonne nel quale noterà senza interuzione
1° Il numero d'ordine
2° Nome e cognome dell'ammalato
3° Patria età e condizione
4° Qualità della malatia
5° Effeti depositati dell'ammalato
6° Il giorno d'ingreso dall’ospedale
7° Il giorno di partenza dall’ospedale
8° Giorni nei quali ha ricetuto i sagramenti
9° Epoca della morte
10° Osservazioni.
49° Questo registro sarà presentato in ogni sabato a sera al Presidente.
50° Terrà la consegna dei mobili utensili, ed arredi sagri di pertinenza tanto dell'ospedale, che della chiesa della S[antissi]ma Nanziata,di S. Maria dei Fiorentini, e di S.Caterina .
51° In ogni anno sottoporà l'inventari, e consegna dei mobili alla ricognizione che ne farà l'in- tera. Commissione affine di fare alli medesimi le aggiunte, e riforme occorenti.
52° Custodisce il deposito degli oggetti appartenenti agli ammalati.
53° E’ incaricato d'invigilare sulla polizia interna ,ed ornamento delle tre chiese.
54° Presenta alla commissione di mese in mese lo stato delle spese che occorrono per le chiese sudette.
(143)
CAPO V
Entrate dell'ospedale
55° L'entrate dell'ospedale sono composte
1° Dai beni di assoluta, e libera proprieta dell'ospedale conosciuti fino ad ora con i ti- toli. Beni di S.Maria dei Fiorentini,e della S[antissi]ma Annunziata.
2° Dal ritratto delle questue che stabilirà la commissione.
3° Dal supplemento somministrato dalla Comunità se sarà necessario.
4° Dai fondi assegnati dal Governo per l'indigenti.
5° Dalla porzione dell'elemosine di messe, che si desumera dalle questue dell'Anime Sante del Purgatorio nelle somma di [scudi] .....
CAPO VI
Pesi in genere dell'ospedale
56° I pesi dell'ospedale sono
1° Mantenere di vitto, medicinali, biancherie, e di tutto altro occorente gl'infermi, du- rante la malattia.
2° Dare un alloggio ai poveri passaggeri.
3° Trasportare gli esposti all'ospedale viciniore o a S.Spirito in Sassia di Roma.
4° Dare dei sussidi agl'indigenti.
5° Pagare l'onorario fisso al Cappelano, ed infermieri.
CAPO VII
Mantenimento delle chiese
di S. Maria dei Fiorentini, della S[antissi]ma Annunziata, e di S. Caterina
57° La chiesa della S[antissi]ma Annunziata e la titolare dell'ospedale.
58° Le chiese di S. Maria de Fiorentini e di S.Caterina incorporate all'ospedale fin da che gli furono riuniti i beni di queste chiese.
59° In consegnenza queste tre chiese saranno provedutte dall'ospedale di paramenti, bianche- rie, vasi sagri, lumi tanto di olio, che di cera.
(144)
60° Cessano fin d'ora i custodi della chiesa di S.Maria dei Fiorentini.
61° La commissione assumerà la cura per il decoroso mantenimento delle fabriche; e sagre suppelletili tanto per uso de Divini Sagrifici che per ornamento dell'immagine detta S.Maria.
CAPO VIII
Soppressione di alcuni pesi abusivamente introdotti
62° Finche le vendite dell'ospedale non erano impiegate direttamente per la fondazione era tollerabile, che con queste si pagassero i salariati comunitativi ,e si facesero altra spesa af- fatto lontano dalla fondazione.Ora che le vendite devono impiegarsi unicamente per gli ammalati, esposti, e passaggeri, rimane soppreso
1° L'approviggionamento dei stigli, ed utensili per le Panarde.
2° Il supplemento dell'onorario per il medico, e chirurgo che s'incominciò a dare nel 17... per sgravare la popolazione di questo peso, la quale e tenuta a pagare colle sue vendite il trattamento intiero di questi due ufficiali di sanità, che sono obbligati di visitare, e curare gl'infermi anche dell'ospedale.
3° Il supplemento di scudi tre assegnati al sagrestano dalla chiesa arcipretale nel 1774 allorchè la chiesa era sotto l'amministrazione per pagare il debito della fabrica.
4° Il mantenimento della chiesa rurale di S. Liberatore, la quale non appartiene per ve- run conto all'ospedale.
5° Tutti altri pesi incompatibili colla Fondazione.
CAPO IX
Amministrazione dei beni
63° I beni tanto urbani, che rurali appartenti all'ospedale saranno affittati, o retti ed ammini- strati dalla Commissione per mezzo del tesoriere.
64° Nel caso di amministrazione si formerà un granaio, la di cui chiave sarà deposiotata nel- l'armadio come si dirà in appresso.
65° L'affitto non potrà durare un termine maggiore dei tre anni.
(145)
66° Questo contratto si farà per sia di aggiudicazione dietro i preventivi editi, ed offerte chiu- se, e sigillate che si consegneranno al tesoriere.
67° Niun membro della commissione potrà essere agiudicatorio, ne tampoco associato all'agiudicatorio medesimo.
68° Tutti i contratti di qualunque natura essi siano, saranno fatti dalla commissione e firmati dalla medesima.
69° Vi sarà una cassa o un armadio che si chiuderà con tre chiavi una delle quali sarà nelle mani del presidente, l'altra del tesoriere, e la terza dell'ispettore.
70° In questa cassa verranno depositati tutti li denari appartenenti all'ospedale, come pure le chiavi del granaio. Non potrà esser cavata alcuna somma dalla cassa senza del consenso della commissione, e senza di ricevuta, la quale sarà depositata in essa.
CapoX
Rendiconto
71° In ogni anno, nel mese di Febbraro il tesoriore presenterà alla commissione il conto gene- rale dell'introito e dell’esito da esso firmato. La commissione rilascerà al tesoriere un cer- tificato giustificativo la consegna del conto, e dei documenti in appoggio.
72° Fino che si discuterà il conto, il tesoriere non potrà intervenire nell'adunanze.
73° Saranno rigettati tutti i pagamenti non corredati del mandato del presidente.
74° Tutti gli atti dei conti saranno distesi in un registro particolare.
75° Se il tesoriere rimane debitore, e non versa nell'atto del rendiconto nella casa la somma residuale, nell'anno seguente, non potrà esercitare la carica che sarà data a sorte ad altro membro. In questo caso il tesoriere coprirà la carica di quel membro, che lo ha riampiaz- zato.
76° Il nuovo tesoriere nel termine di un mese dalla data del conto costringerà il tesoriere ante- cedente al pagamnento.
77° In caso che ciò sia trascurato il debito rimane a suo carico.
(146)
CAPO XI
Regolamento Interno del'ospedale
78° Affinchè l'interno regolamento dell'ospedale si ha eseguito con la possibile espeditezza, e diligenza a pro dei poveri infermi, vi saranno i seguenti officiali, dipendenti dalla Commis- sione.
§ 1
Del Cappellano
79° Per i bisogni spirituali degli ammlati è necessario di ripristinare l'antico cappellano sacerdote, e confessore.
80° Averà la cura delle tre Chiese.
81° Assisterà gli infermi in tutto ciò, che riguarda gli aiuti spirituali.
82° In ogni Sabato canterà le litanie nella Chiesa della S[antissi]ma Annunziata.
83° Le Messe che fino ad ora si sono celebrate nel Sabato si celebreranno dal Cappellano nei giorni di Domenica nella Chiesa della S[antissi]ma Annunziata per comodo dei malati, e nelle ore che verranno stabilite dalla commissione.
84° Su uest'articolo, la Commissione si metterà di concerto con Mons. Vescovo per ripristi- nare la celebrazione nelle Domeniche.
85° Celebrerà ancora la Messa nelle feste precettive della Madonna.
86° Riceverà per suo onorario del servizio che presta compresa l'elemosina delle messe tanto nelle Domeniche che nelle feste della Madonna i Scudi 14, che per questi titoli si sono pagati fino ad ora.
87° Celebrerà in tutte le altre feste di precetto nelle Chiesa della S[antissi]ma Annunziata le Messe contentandosi della sola elemosina che gli sarà pagata da una porzione di questua del Purgatorio desunta antecedentemente dalla Messa comune senza pregiudizio della di- visione che compete a tutti gli altri preti.
(147)
§ 2
Infermiere
88° Vi saranno due infermieri uno per gli uomini ed una donna per le femmine.
89° L'infermiere avrà la cura della cucina anche per gli uomini.
90° Saranno allogiati ambedue nelle camere a tale ogetto destinate nell'ospedale; e riceveranno per mercede [scudi] ...
§ 3
Questuanti
91° Due saranno i questuanti nominati dalla commissione.
92° Faranno la questua per il paese nei giorni che stabilirà la commissione, e in tempo della raccolta nelle Aje per supplire alle spese dell'ospedale.
93° Appena terminata la questua il ritratto da questo, o in denaro o in genere sarà consegnato al tesoriere.
94° Saranno riunite ad uno de questuanti le attribuzioni di un mandataro, o intimatore per tutti gli atti della commissione.
CAPO XII
Protettore
95° Per l'ospedale per essere di Ecclesiastica fondazione rimane sotto la cura immediata di Mons. Vescovo Diocesano.
96° Averà nonostante per protettore particolare un E[ccellentissi]mo Cardinale della S.R. Chiesa.
97° Il Consiglio Comunitario proporrà il sogetto da eleggere alla Commissione la quale è inca- ricata di pregarlo a ciò voglia degnarsi di accettare la protezione.
98° Si porrà sulla porta dell'ospedale, delle Chiese lo Stemma del Porporato, di Mons. Vesco- vo Diocesano, e della Comunità.
CAPO XIII
Approvazione dei presenti Statuti
99° Saranno sottoposti tutti i presenti Statuti alla sanzione del Consiglio
(148) Comuinitativo.
100° Dietro l'approvazione del pubblico consiglio se ne rimetterà copia al Vescovo Diocesano, affinchè ancor esso si degni confermare quanto il copnsiglio ha risoluto.
101° Copia consimile se ne invierà al Cardinale protettore.
Questi regolamenti rimasero sul tavolino di chi fu in carica di compilarli.
Articolo 16°
Istruzione Pubblica
Non è mai mancata in Riofreddo un pubblica scuola per l'istruzione della gioventù, solo nel 1753 fu aumentato l'onorario all'istruttore, e vi concorsero oltre la Comunità anche l'ospedale assegnandoli delle sue rendite [scudi] 20. e la confraternità del Sacramento, e Rosario nominando una volta per sempre il Maestro pro tempore alla cappellania detta di Poncini, come tutto risulta dalgi atti del Petrocchi Cancelliere Vescovile li 28. Febraro 1753.
Articolo 17°
Istituto Monastico
Che il Monastero di S. Giorgio situato non molto lungi dall'abitato alla parte orientale verso gli Abruzzi appartenesse ai monaci Benedettini di Subiaco è chiaro non solo dalle Cronica monastica, ma dalle Costituzioni di Gregorio I dei 28 Giugno 596, e di Gregorio IV dei 19 Gennaio 832 che incominciano
si semper ea; di Nicola I dei 20 Agosto 863,
cum piae voluntatis di Pasquale II, dei 25 Febraro 1114,
Sicut juxta Petentibus, di Clemente III dei 20 Aprile 1189,
Quamvis Universarum. In queste Costituzioni si fa menzione del Monastero come di cosa appartenente al proto Monastero di Subiaco, e si stabilizza l'ubicazione che ha presentemente. Questo monastero abbandonato dai Benedettini passò con i suoi beni sotto l'ammistrazione della comunità, come siraccoglie
(149) dallo Statuto nel quale al libro 1° Cap: XVI. si stabilisce ciò che concerne l'amministrazione di questo bene, che col fabbricato furono assegnati ai monaci Milanesi di S. Ambrogio, e Barnaba al Bosco, i quali promiscuamente ai curati di S. Nicola esercitavano le funzioni, e diritti parrocchiali ed esigevano perciò la decima sacramentale. Nel 1630 insorse questione tra i Monaci ed i curati sulle funzioni tanto nella festa di S Giorgio, che nella tumulazione dei cadaveri, e la sagra congregazione dei riti la definì, a favore dei monaci, come apparisce dalla seguente iscrizione che incisa in un marmo si conserva nella Chiesa.
"La Congregazione dei Sac[ri] riti ha decretato addi 23 di Marzo del 1630 che il priore, et frati di questa Chiesa siano mantenuti in possesso di cantare o far cantare a chi piacerà a loro la Messa Solenne nei giorni dei Santi Giorgio e Marco, quando il Clero e la comunità vengano processionalmente alla medesima Chiesa, et il simile ha decretato circa il fare le funzioni, quando in quella seppelliscono li morti, et più amplamente come in essso decreto ( essendo priore Fra Emilio Santioromano) et prodotto negli atti del Fonchia Notaro del A.C. il dì 3. di Aprile del detto anno".
Soppressi i monaci Ambrosani da Urbano VIII. con la sua bolla del 1643
quantum ornamentum, è confermata da Innocenzo X. il primo Aprile 1645.
Quoniam nostro pastorali, la Chiesa di S. Giorgio fu eretta in commenda, e riunita all'antichissima Badia di S. Pancrazio di Roma assegnata ad un E[minentissi]mo Cardinale.
Nel 1739. l’ E[minentissi]mo Abate Cardinale Ottoboni si era determinato di cedere la Chiesa, e Convento ad alcuni preti detti della Congregazione degli Esercizi. L'Arciprete D. Nicolangelo(?) de Felicibus conoscendo bene le qualità dei sogetti di questa Congregazione, fece di tutto, onde l'E[minentissi]mo abate cangiasse
(150) risoluzione. La rimostranza fu tale che non si parlò più ne di questa Congregazione (che nel 1740 fu proscritta dal convento dell'Oriente in Taglicozzo) ne di altri regolari.
L’E[minentissi]mo cardinal Ricci nel 1750. diede in enfiteusi a terza generazione mascolina ad Antonio Roberti di Riofreddo la Badia di S. Giorgio col annuo canone di [scudi] 116. oltre il peso del mantenimento del Cappellano, e di altri pesi non piccoli come apparisce dall'istromento rogato il Petrocchi Cancelliere Vescovile.
La campana di questa Chiesa donata nel 1280 da Carlo D'Angiò re di Francia, ed imperatore dei Romani fu rifusa nel 1758. nel peso di ?....? 1600. a spese di Giovanni Roberti.
In essa si legge
Ad honorem S. Georgi
Ioannes Roberti fecit.
MDCCLVIII
Nel 1817. incominciarono delle contestazioni fra l'E[minentissi]mo abate cardinal Doria, e la Comunità sulla tumulazione dei cadaveri in questa Chiesa, e furono portate alla Sagra Congregazione del Concilio, la quale decise a favore dell'E[minentissi]mo abate che impugnava la tumulazione.
Dalla sola relazione di Monsig. Vescovo dei 30 Aprile 1819. si conoscono le ragioni della Comunità.
"Non rima di oggi ( scrive il Vescovo Giuseppe Crispino Mazzotti) ho potuto aedempiere li V[enerabilissi]mi Comandi delle E[minenza] V[ostra] Re[verendissi]ma Prima di manifestare li miei sentimenti sul diritto della tumulazione nella Chiesa rurale di S. Giorgio di Riofreddo, in ossequio dell'E[minentissi]mo abate, hò creduto interporre la mia autorità presso li Communisti di quella terra onde venissero ad una amichevole concordia colla lodata E[minentissi]ma Sua; ma avendo trovata in essi una decisa volontà di sostenere i loro diritti, non devo più lungamente ritardare la mia relazione, e palesare la verità, qualunque ne possano essere le risultanze.
Il popolo di Riofreddo non à lesa per verun conto l'immunità
(151) della chiesa Abaziale di S.Giorgio nel fissarvi la tumulazzione dei suoi cadaveri, essendosi servita di un antichissimo diritto, che ha sempre avuto su quest'articolo in quella chiesa. Nel ricercarne la primitiva origine, chiaro risulta, che derivò al popolo di Riofreddo dalla qualita di Parroccia rurale, che aveva la chiesa, e governata da regolari di S.Ambrogio, e Barnaba al Bosco. Li rettori claustrali esercitavano le funzioni Parrochiali promiscuamente con li due Parrochi della chiesa di S. Niccolò situata dentro l'abitato, ed il popolo pagava tanto ai primi che ai secondi la decima sagramentale, e dava seppoltura ai suoi defonti comulativamente in ambedue lo chiese. Ed esendo nata questione tra li curati di S. Niccolò, e li Claustrali di S. Giorgio per l'esercizio dei diritti parrocchiali in alcune circostanze, e segnatamente in quella,
quando, cioe,
nella chiesa di S. Giorgio si seppellivano li morti, la S.G. de’ Riti, nel giorno 23 marzo 1630 decretò a favore dei Claustrali, ed il decreto fu prodotto negli atti del
Fonchia Notaro dell'AC. il di 3 aprile 1630, come dalla lapide esistente nella chiesa abbaziale sudetta.
Soppreso nel 1643 li regolari Ambrosiani, la chiesa di S.Giorgio fu conversa in commenda, ed il popolo come continuò a pagare la [decima], cosi si mantenne nel posseso di seppelire li suoi Cadaveri in S. Giorgio, sebene divenuta chiesa abaziale. Cosi durarono le cose fino all'anno 1691. Da questa epoca in poi la Comunità trascurò l'esercizio del suo diritto, forse per colpa dei Parrochi malcontenti di accompagnare li Cadaveri ad un tumulo cosi lontano. Nell'anno però 1804 esendo abate l’ E[minentissi]mo della Porta la Communità lo riassunse con un atto il piu eclatante, giacchè non fece seppellire in S.Giorgio uno, o due morti, ma ci deposito tutti li Cadaveri, e le ossa de morti che da molto tempo giacevano nelle seppolture della Parracchiale di S.Nicolò, e particolarmente li 300, che morirono nello steso anno 1803. Non ò documento per poter dire che cio avvenne col consenso dell'E[minentissi]mo abate, lo che porrebbe fine alla questione.Quello che è certo si è che gli Enfiteuti d'allora alla prima richiesta delli Priori Comunali consegnarono la chiave alli Bechini tutte le volte, che ve ne fu bisogno senza la minima contradizione.
Negli anni decorsi interdettasi dalla S.Consulta come Tribunale supremo di Sanita la tumulazione dei Cadaveri nelle chiese situate dentro l'abitato, la comunita di Riofreddo non ebbe bisogno d'interpellare alcuno per servirsi del suo diritto di cui era in pacifico posseso, e fissata la tumulazione nella chiesa di S.Giorgio, fece tutti li necesari risarcimenti alle sette grandiose seppulturem in essa esistenti, senza che l’E[minentissi]mo abate abbia mai interdetta la consegna della chiave, o impedito con atto giudiziale il lavoro contentandosi unicamente di
(152) riclamare alla S.Consulta, ed alla S.C.dei Buon Governo volgendosi alla una, quando le risposte dell'altra non sodisfacevano alle sue pretensioni .
Ho venduto sott'occhio li registri Parrocchiali del Riofreddo, ed hò riconosciuto che realmente apparisce la tumulazione d'ogni sorte di Cadaveri nella chiesa sudetta dal 1581 a tutto il 1643 epoca degli Ambrosiani, e dal 1650 fino al 1691. Epoca della chiesa abaziale gia decorsa per anni quarantuno. Ho notato, che in questo lasso di tempo l' E[minentissi]mo abate non venne interpellato per verun conto, e che solamente l'Arciprete (il quale, soppressi li regolari, rientrava nella integrità dei diritti della sua chiesa circa l'esequie funerali ) riguardo la chiesa di S.Giorgio, come chiesa tumulante, senza che gli potesse piu competere alcuna porzione degli incerti funerali, e percio nei primi defonti sepolti nella chiesa Abaziale appose nel Registro quelle clausule, che opportune a favorire li diritti riacquistati senza pregiudicare con queste il diritto del Popolo circa la liberta della tumulazione dopo l'esequie fatte nell'unica chiesa Parrocchiale, che rimaneva nella terra di Riofreddo. O’ osservato ancora, che la qualita della tumulazione non è
gentilizia ma
generale, e non solo dei naturali di Riofreddo, ma dei
Forastieri e di persone
uccise, e trovate morte per istrada. Li registri della Parrocchiale di Riofreddo sono regolari, ciascuno diviso ne suoi titoli, e scritto con ordine di data di giorno mese, ed anni. Ho rimarcato unicamente, cio, che si trova quasi in tutte le Parrocchie ed in modo speciale nei piccoli paesi cioè che fino alla mota del secolo XVII. non si stendevano li registri con le formole, che ora sono in prattica.
Dalli registri Parrocchiali sono pasato ad osservare le Visite Pastoriale. Non si puo mettere in dubio, che li miei antecessori hanno visitata
con giurisdizione ordinaria la chiesa ,e convento tanto quando era governata dei regolari di S. Ambrogio, quanto ancora dopo che fu eretta in commenda, e senza l'interuzzione ve l'han continuata sino all'ultima visita fatta nell'anno 1804 e vi hàn fatti quei decreti che han creduto opportuni.
Per quello poi che riguarda la proprietà originaria della chiesa sebene questa sia stata conferita ad un E[minentissi]mo Cardinale col titolo di abate, come cosa libera, non ostante non è stato mai interdetto
(153) alla Comunità il diritto che essa vi aveva. Oltre di che.
Lo Statuto di Riofreddo fa chiramente conoscere che la Comunità riguardava questa chiesa come cosa sua, fino ad ordinare che a ciaschedun priore (Ambrosiano) nel termine del suo priorato si facese render conto dei beni, e redditi del Luogo Pio. Conversa poi la chiesa in commenda non perde di vista, e nei pubblici consigli si risolve di ricorrere al sommo pontefice, per che dall' E[minentissi]mo abate d'allora si trascuravano li necesari riattamenti alla chiesa, e si era cessato dall'annua distribuzione delle candele al popolo. Questi atti pubblici, e che fan parte della legge municipale di Riofreddo se non vagliono a fare riconoscere nella Comunita una proprietà assoluta; ed originaria, bastano almeno a dimostrare un forte diritto ad essa spettante sulla chiesa, beni, e ridditi di S. Giorgio benchè posseduta dei cardinali abati.
Da quando ho detto fin qui si conosce ad evidenza, che la Communità di Riofreddo non senza una forte ragione cerca di mantenersi nel posseso di tumulare nella chiesa di S.Giorgio; ed io sono di sentimento, che ciò lo possa fare di pieno suo diritto senza ledere l'immunita della chiesa abaziale e far torto all' E[minentissi]mo abate il quale in questa causa, mi sembra che non abbia quei titoli, che io vorrei che avese onde poter conchiudere a suo favore.
Tutto ciò per altro sottometto alli purgati occhi dell'Eminenza Vostra Re[verendissi]ma, alle quali bagio umilmente la Sagra Porpora".
Articolo 18°
Chiesa Arcipretale di S.Nicola di Bari
L'antica chiesa arcipretale di Riofreddo dedicata a S. Nicola di Bari era situata dove ora esiste la moderna, vicino la Porta e fuori delle mura dell'antica Rocca. Le rozza facciata orientale aveva due porte che davano l'ingreso separato agli uomini, ed alle donne: due archetti piantati nella sommità della facciata servivano di campanile, e le corde delle piccole campane, una del peso di (?) 50. e l'altra di (?) 7. pendevano allo scoperto nell'interno della chiesa: il cielo era a tetto;(?) il pavimento tre palmi
(154) romani al di sotto la porta: era corredata di sette cappelle con altari senza sfondo, senza navate, e senza disegno. Oltre le sei seppultare delle famiglia distinte del paese, ve n’erano un filo di mezzo per la comune del popolo, i laterali dell'altar maggiore davano l'ingreso nell'oratorio delle compagnie del S[antissi]mo Sagramento, e Rosario, e nella povera sagrestia.
Rimane incerta l'epoca della edificazione, e non vi sono documenti se era stata consagrata. Questa fabrica cosi rozza, e malissimamente tenuta, che formava l'idea d'una chiesa rurale, cambio alquanto d'aspetto nell'anno 1688 per la pieta della famiglia Blasi di Riofreddo, e nel 1735 per la munificenza del sempre commendabile Arciprete de Felicibus, prese la nobil forma che ha presentimente.
Nel contagio del 1656 che desertò Riofreddo, fra i molti legati stabiliti da Biagio nel suo ultimo testamento rogato in detto anno dal Notaro Emilio Agostini, ve ne fù uno di [scudi] 1500 per la ristaurazione della chiesa di S.Nicola, con condizione per altro che tanto questo legato, che gli altri si fossero adempiti quante volte le due figlie
morissero tutte, e due avanti che avessero compito li anni 25 senza figli legitimi, e naturali. Era però al testatore sommamente a cuore il ristauro della chiesa affatto abbandonata del patrono, per cui liberò, il legato dall'espresa condizione, e codicillando disse "
che restando etiam la mia famiglia, voglio, e lascio alla chiesa di S.Nicolo li [scudi]
1500 lasciati come sopra acciò si applichino alla fabrica di detto santo per Elemosina.
Dopo un lasso di trent'anni fu adempito il legato; e l'Arciprete d'allora D. Pietro Mancini, punto non fraudò la volonta del testatore in un opera ben degna della pieta del medisimo suffittò il cielo della chiesa eguagliò il pavimento al livello delle porte, alle quali fece li stipiti di peperino: rinnovo l'intiero mattonato: ricinse l'altar maggiore di balaustro di noce, chiuse le seppolcri(?)
(155) comuni, e le apri nell'oratorio, fece le due tazze per l'acqua santa, che ancora sono nella porta della chiesa moderna, nelle quali vi è il nome della famiglia Blasi.
Dopo il legato Blasi, niun altro di fedeli per titolo di carita, ne il patrono per titolo di giustizia fece alcun miglioramento alla chiesa. Ma iddio che ama il decoro di sua casa chiamo da Petesia in Sabina D.Nicolangelo De Felicibus a dargli quel lustro che si deve ad un luogo cosi venerabile.
Meso in possero nel 1735 il de Felicibus dell'Arcipretura rivolse le sue premure al decoro della sua chiesa non ostante, che se ne conoscesse dissobligato per il titolo di giustizia. Fece inbiancare, e svenare il suffitto dal pittore Giuseppe Carmine colla spesa di [scudi] 12. Impiego [scudi] 120 per la costruzione d'un decoroso altar maggiore formato di seajola con paliotto, stucchi colonne a marmo di vario colore opera del celebre Biangiardi. Impiego altri [scudi] 50 per il quadro di eso altare rapresentante S.Nicola di Bari ed i quattro principali miracoli da lui operati.
Dopo aver dato un sufficiente decoro alla chiesa rivoltò i pensieri alla sagrestia, che trovò sprovista di tutto. La fece suffittare: la providde d’un magnifico credenzone, o paratorio di noce impellicciato, che e quello steso, che esiste presentemente, di due cassabanchi e genuflesori di noce, colla spesa in tutto di [scudi] 120. Occupò il pennello di Francesco Fabiani a dipingere il suffitto, ed i quatro Dottori della chiesa nei medaglioni di stucco nel corridore, e S.Giovanni Nepomaceno, e S.Filippo Neri nel muro sopra i due genuflessori per la preparazione della mesa. La providde di Croce Parrocchiale d'un piviale di tutti colori, d'una vaga pianeta di stoffo con gallere d'oro e di bonissime biancherie. Affinchè la memoria non si perdesse di tutto ciò che eglia aveva fatto
spontaneamente alla sagrestia, sopra l'arco grande di questa, si legge in lapida di pietra
Sacrarium hoc nuclum, et informe
Omnibus quas eo modo sunt
Et videntur, aero suo sed sponte
Vestivit, et exornavit
N. Archip: De Felicibus
Anno a rep: salut: MDCCLIX
(156) Tutto ciò che sarebbe stato troppo, per un arciprete, che in conto alcuno non si conosceva obbligato al mantenimento della sua chiesa e sagrestia, fu poco per Defelicibus. Nell'inverno del 1755 l'enorme peso della neve fece crollare i travi della chiesa di già debilitati per le staffe di ferro che levò l'Arciprete Saverio Antonelli. Il Barone patrono riparò provisoriamente alla rovina generale della fabrica, ma con quella economia vergognosa tutta propria di alcuni Baroni, quando si tratta di chiese. Il zelante vescovo di Tivoli Fra Placido Pezzangari conosciuta la non curanza Baronale su questo articolo rivolse le sue premure a movere la pieta dell'arciprete per assumere il ristauro permanente della chiesa. Non durò fatica per vedere eseguite le sue premure. Il Defelicibus assunse l'impegno, e disegnò una chiesa tutta nuova, di buon gusto, con volta, con ornamenti di stucco, con navate, in modo, che venisse a perdere affato l'idea di prima. Fatti i corrispondenti preparativi nella primavera del 1755 fù meso mano al lavoro; egli l'arciprete benedise, e collocò la prima pietra fondamentale. L'esecuzione del grandioso disegno esiggeva gran somma di denaro. L'Arciprete oltre che v'impiego l'intiere rendite della cura, vi sacrifico anche quello dell'eredita paterna in Petesia non ostante vi fu bisogno, di volontarie contribuzioni, subito che il Patrono non vi voleva impiegare un soldo.
La Comunità per risoluzione consiliare si obbligò al trasporto di tutti i materiali, benche conoscese che niun obbligo aveva di contribuire a questo lavoro e con licenza di Monsig.Vescovo assegnò [scudi] 12 scemandoli dall'elemosina solita a darsi al predicatore quaresimale da pagarsi fino al compimento della fabrica che durò sedici anni. Volle ancora contribuire al decoro della medesima coll'edificare a spese pubbliche un grandioso campanile, il quale si tirò a perfezzione nello spazio di un anno colla spesa di [scudi] 1000. Lo fornì ancora di un 'ottima campana gettata in Roma del peso di lib[re] 2280, la quale fu benedetta da Monsig.Casteliri e collocata nel campanile l'anno 1759.
Nel campanile si legge.
Comune Rivifrigidi in commune bonum aes campanarum
et Turim F.C.
Anno Domini M.DCCLXI.
Gregorio Ciabatta Ioane Serocca et Emilio Veroli Prioribus
(157)Nella campana si legge.
Maria Clementina Columba Vespere, mane, meridie
annuntiabo, et laudabo nomen sanctum meum
Clem: XIII. Pont. Maxi: Francisco Castellini Epo Tib:
Nicolangelo De Felicibus Archip.
Ioannes de Sanctis Liventii Filius aere publico
sponte collecto Facere Curavit
Ioanne Serocca, Georgio Ciabatta, Paolo Emilio Veroli Prioribus
Petrus, et Franciscus de Blasiis Pater, et Filius
Fundator Romae
MDCCLX.
Ad esempio della Comunità concorsero ancora in contribuenza i luoghi Pii.
La Confrternita del S[antissi]mo Rosario cedè per tutto il tempo che durò la fabrica la questua solita a farsi nelle prime domeniche del mese, la quale si calcolo a scudi dieci all'anno.
Il V[enerabile] Ospedale della S[antissi]ma Nunziata contribuì [scudi] 300 avendo creato un cambio passivo col Sig. Antonio Roberti.
Il solo Patrono Paolo Antonio Marchese del Drago indolente vedea riedificare la suachiesa: vinto alla fine piu dal rispetto umano, che dallo stimolo dei propri doveri assegnò per la fabrica [scudi] 300 da pagarsi in sei anni, rilasciando per questo tempo i scudi cinquanta che annualmente esiggeva dalla Comunità per il quarto dell'Erba. Con questa contribuzione fece vedere che del suo non volle impiegarci ne pure un soldo, poichè cedè quello che esigge per diritto feudale con titolo vago e mai provato.
Con questi aiuti il zelante De Felicibus continuò il lavoro, e sedici anni impiegò nella fabrica. Iddio per altro non lo volle contento, col farglela vedere compita perfettamente. Terminata la volta, e chiusa con tetto nella prima domenicha d'
ottobre 1767 a suono di campane e sbarro di mortali solennizzò il compimento dell'esterno lavoro e sbarro di mortali solennizzo il compimento dell'esterno lavoro della chiesa, cantò con solennità il Te Deum: ma fù l'ultimo
(158) che cantase per si bell'opera, poichè nell'aprile del 1768 cesò di vivere fra i pianti universali. Nei sedici anni di lavoro ebbe la gloria di morir senza un sol denaro di debito, ne ai suoi Eredi, ne alla chiesa, poichè per non gravare ne gli uni ne l'altra sospendeva il lavoro, quando gli mancava il denaro: ebbe ancora la consolazione che i molti lavoranti nelle cadute a cagione delle rotture di legnami, di ponti, di scale, per l'invocazione di S.Nicola non riportarono nocumento alcuno. Benchè le opere di questo degno Sacerdote parlassero della sua dottrina, pieta, e zelo non mancò l’estensore della sua morte lasciare ai posteri la ricordevol memoria (lib: XIV, Registri de morti pag:114). Il suo ben degno nipote D.Giorgio Agostini non volle inonorato il suo sepolcro. Nella cappella di sua famiglia nella chiesa Arcipretale si legge inciso in marmo quest'elogio.
D.O.M.
Nicolangelo De Felicibus Petesiano
Doctrina, pietate, et in Pauperes
Liberalitate cospicuo
Munifico hujus Templi Istauratori
Archipraesbijtero vigilantissimo
Omnibus Caro
Georgius De Augustinis Aunculus suus M.P.
Obiit die iv Idus Aprilis MDCCLXVIII
Aetatis suae an: LX.
Dopo la morte dell'Arciprete De Felicibus, la Ch[iara] Mem[oria] di Monsig. Giulio Matteo Natali vescovo di Tivoli, si dette tutto il pensiere per vedere ultimato nella sua perfezzione un lavoro si degno, che tanto costò al De Felicibus, volle ancora che si aggiungese un cappellone, o sia tribuna. Per quest'aggiunta, e per compimento di altri lavori, si gravò allora
(159) la chiesa d'un cambio pasivo di [scudi] 1200 creato coi R[everendi] Preti del colleggio Ecclesiastico a ponte Sisto. Per l'estinzione di questo debito si dette l'economo all'Arcipretura, la temporale amministrazione unitamente allapresidenza dei nuovi lavori fu affidata ai Signori Giuseppe de Santis, e Re[vere]ndo D.Giorgio Agostini, i quali misero mano ai lavori, e in due anni li tirarono a fine.
Mastro Bernardino Colozzi di Poggio Cinolfo regolò la fabrica in qualità di capo mastro. I lavori di stucco furono fatti dai migliori stuccatori di Roma. Mastro Bernardino Del Sole Scarpelino di Riofreddo travagliò le pietre della porta della chiesa; il Paliotto di marmo dell'altar maggiore; la gradinata ed il balaustro, ed ebbe in pagamento tutti i legnami serviti nella fabrica valutati [scudi] 100. Ricinse ancora di pietre lavorate la piazza della chiesa, ed ebbe dalla Comunità una gratificazione di [scudi]15 .
I padronali delle sei cappelle fecero a conto loro tutti i lavori di stucco, di pietre, e di marmi, e lapidi nelle sei seppolture delle loro famiglie situate avanti le cappelle. Collocò ciascun di essi un banco di noce nei pilastri divisori le cappelle. Ebbero tutto l'impegno di provederli di buoni candelieri, e di migliori quadri. I due deputati impiegarono [scudi] 80 nella campra di seicandelieri di rame inargentato alti cinque palmi. Furono abbolite le corse, e le lotte solite a farsi nella festa di S.Georgio, e quello che i Signori della Festa impiegavano per il Palio da quest'epoca in poi incominciarono ad impiegarlo in sagri arredi, ed utenzili, il che si prattica anche presentemente. In vigore di questa bella, e lodevole costumanza quanto ha la sagrestia di sagri arredi, di utenzili sono tutti doni dei festaroli di S.Giorgio.
Il quatro dell'altar maggiore è un Stendardo antico tessuto tutto ad un telo dipinto dal cavaliere Orazio per [scudi] 45 nel 1695. Rappresenta S. Giorgio, e S. Nicola. Il quadro fatto nel 1735 dall'Arciprete De Felicibus, fù collocato in sagrestia
(160) Il quadro della cappella delle compagnie rapresentante la Madonna S[antissi]ma del Rosario, S. Micchele Arcangelo, e S.Antonio Abate, è del pennello del cavalier Orazio lavorato l'anno 1695 per [scudi] 30.
Quello della cappella dei Sig. Roberti rappresenta la Madonna del Carmine, e S.Caterina, è opera di Benedetto Fabiani; il quale dipinse ancora il quadro della cappella dei Sig.Mancini rapresentante S.Antonio di Padova.
Il quadro della cappella dei Sig. De Sanctis rappresenta S. Lucia opera di Ambrogio Mattei: quello della cappella dei Sig.Agostini rappresenta S.Agostino, S. Marco, e S. Monaca opera imperfetta del Bontempi Romano. Quello in fine della cappella dei Sig. Sebastiani rappresenta S.Giuseppe Sposo di Maria Vergine, S.Rocco, e S.Bartolomeo.
Ultimata nella sua perfezione la fabrica, il lodato Prelato Monsig. Natali volle render singolare la sagra della medesima. Tre giorni vi furono di sacre funzioni. Il giorno 21 settembre 1771 fu consagrata a rigoroso digiuno, e si tenne in d[etto] giorno nella nuova chiesa una piena ordinazione di chierici, di Suddiaconi, Diaconi, e Sacerdoti, con gran concorso di Preti, e Parochi dei vicini paesi. Nel giorno 22 sulle ore 10 si diede principio alla solenne consegrazione, che termino alle ore 18. Dodici chierici del seminario di Tivoli, sei canonici della Cattedrale di quella città. Sei signori della Congregazione di S.Vincenzo di Paola: molti religiosi osservanti di S.Francesco; moltissimi preti secolari assisterono alla gran funzione, chi regolava il canto, chi la liturgia, e chi assisteva in qualità di Ministri. Tuttto riuscì con pompa, e decoro, ed ammirazione del concorso dei vicini paesi. Si chiuse sì lieto giorno con una brillante accademia di poesie, che si tenne la sera in casa dei Sig. De Sanctis onorata dal lodato Mons. Natali e colla sua presenza, e colli suoi applausi. Tutti i Sacerdoti del paese ed altri bravi secolari si segnalarono colle loro produzioni tanto in prosa; che in poesia italiana, e latina.
Questi tre giorni formaron l'epoca più bella ed onorifica di
(161) Riofreddo saranno sempre ricordevoli, e continue benedizioni si daranno ai zelanti Vescovi Fra Placido Pezzangheri, Giulio Matteo Natale, al sempre ricordevole D. Nicolangelo de Felicibus, che fece una opera degna dun ministro del Santuario, e che andrà sempre sulle lingue dei Riofreddani, i quali affinchè non si perdesse, e fosse a notizie di chiunque o per le religioni, o per curiosità veniva ad osservarla furono poste nell'interno della facciata della Chiesa tre iscrizioni travagliate dalla pena del chiarissimo Sig. Avvocato D. Domenico de Sanctis di Riofreddo. Provvisoriamente l'iscrizione furono vergate in tre tavole di legno, con determinazione di inciderli in marmo ma ciò si è sempre trascurato con piacere del barone patrono, il quale più volte ha tentato elevar tali memorie per lui peco onorifiche.
Prima iscrizione
March: Paul: Ant: Drachius Biscia
Num: Arg. C:C:C:
Decuriones Pec: Pub: sumptum pro calce
Et Oratorum Quadragesimalium
stipendia
Sodales SSmi Rosarj stipem sing: mensib:
collectam
Xenodochium permissu Pont: Maxi:
Num Argen: C.C.C.
Ad hanc Sacr: Aedem restituen:
Contulere
Aras, picturas, et ornamenta
Cappellarum aere proprio
Patroni fecerunt
Seconda (162) iscrizione.
Templum hoc
A Nic: Angelo de Felicibus Archipraesb.
Aere suo, et collectitio
A solo restitutum
Iulius Math. Natalius Epus: Tibur:
Ex reditu vacantis Archipraesbij:
Edicula maiorj a fund: extuct:
ampliavit.
Et X. Kalend: Octob: MDCCLXXI
Solemni ritu dedicavit.
Ioseph De Sactis Viventj Filiu:
Georgius Augustini Felicis Fil:
Curatores posuere
Terza Iscrizione.
D.O.M.
et
Divo Nicolao Episcopo
Decuriones, et Populus Rivifrigidi
Ad splendidiorem Sacr: Tem: Cultum
Turrim
Campanam maximam
Suggestum
Et ad excipiendas Confess
Exedras
Sumptu o
F Decreverunt
Benche la fabrica era perfettamente compita restava ancora la chiesa gravata del debito dei [scudi] 1200, e continuava sotto
(163) gli amministratori D. Giorgio Agostini, e Giuseppe de Sanctis nel temporale, e nello spirituale era regolata dal P.Benedetto Nogheira Blasilano coll'aiuto del P. Giovanni Ramos Portoghese ambedue della Compagnia di Gesù. Passato a miglior vita il P. Nogheira nel 1774 fu conferita l'Arcipretura al Ramos il quale in poco tempo estinse, e liberò la Chiesa dal debito.
Articolo19°
Mantenimento della Chiesa
Per esimersi il marchese del Drago dalla manutenzione annuale, e restauro al bisogno dell'antica Chiesa Parrocchiale della Comune di Riofreddo, della quale gode il gius patronato, e gravare di questo peso il curato pro tempore bisognerebbe che provasse aver la cura un congruo assegnamento di dote costituita dallo stesso patrono, ma siccome ben sa, che fra i beni che possiede la curia di Riofreddo no si trova alcun assegno di dote, non si è mai occupato di queste ricerche, che sarebbero state inutili, e frustranee.
L'unica cura di Riofreddo possiede due sorte di proprietà; dei fondi, e delle decime. I fondi sono stati assegnati di tempo in tempo dalla pietà dei fedeli, non per il mantenimento della Chiesa, e del curato, ma sebbene per l'annuale adempimento di molti più legati di Messe, colle quali sono stati vincolati i beni da essi lasciati. Le decime sono l'assegnamento alimentare, che il popolo ha stabilito al suo curato per l'amministrazione dei Sagramenti [etc].
Se si ricercano le primitive memorie dello stato attivo, e passivo della Curia, in quei tempi vicinissimi all'epoca nella quale la famiglia del Drago con la compra del feudo di Riopfreddo acquistò il gius patronato della Chiesa, dalla stessa tenuità delle rendite risulta, che non vi era possibile, che il curato accese il peso della manuntezione della fabrica, mancandole perfino la congrua alimentare. Due erano nel 1500 i rettori della Chiesa di Riofreddo i quali comulativamente esercitavano le funzioni Parrocchiali, e percepivano le rendite, che ascendevano a [scudi] 25 per ciascuno chiaro lo dice il Vescovo di Tivoli Andrea Croce in un suo decreto del 29 Marzo 1585 (cioè 26 anni dopo che il patrono del Drago
(164) avea acquistato il feudo di Riofreddo, ed il gius patronato) Cum igitur parrochialis Ecclesia Santa Nicolai de terra Rivifrigidi nostrae tiburtinae Diocesis ita qua duo pro medietate rectores juxta antiquam dictae Ecclesia consuetudinem residere debeant ita debiles, et exiguos fructus habeat, ut eius Rectores annua viginti quinqe scuta pro quolibet in redditibus habeant, quibus Ecclesiae predicte inservire et dicentem