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G. Moroni, Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica, Venezia, Tipografia Emiliana, 1857, vol. LXXVI, pp. 29-30.

Vivaro. Comune della diocesi di Tivoli, con territorio giacente in monte e colle, produce particolarmente grano, uva, biada, ghianda e pascoli, con sufficienti e mediocri fabbricati da quasi 800 individui. Tranne Calindri, non trovai che altri ne parlino. La chiesa parrocchiale è sotto l'invocazione di s. Biagio martire e vescovo di Sebaste, il quale è anche protettore del paese. Degna poi di singolar menzione è una immagine assai miracolosa della B. Vergine, che esiste in venerazione presso gli abitanti sotto lo speciale titolo dell'Illuminata. Fu questa da tempo immemorabile trovata prodigiosamente da un pastore nel luogo chiamato li Pantani, donde portatasi nella chiesa parrocchiale, da se fece ritorno all'antico sito, il che con istupore si rinnovò più di una volta. Commosso il popolo da fervorosa divozione pel replicato portento, nel medesimo luogo eresse in suo onore la chiesa tuttora esistente. Nell'archivio della parrocchia si conserva un'antica incisione di rame della stessa s. Immagine, con iscrizione relativa e del seguente tenore. Deiparae Virginis Effiges, quae multis ab hinc saeculis intram territorii Vivariensis fines, in loco ubi vulgo dicitur li Pantani, prodigiose reperta, ibique il Templo a fundamentis erecto decenter locata magnam populorum frequentiam, majorique fervore gratiarum sul titulo, La Madonna ss. dell'Illuminata, religiosissime colitur. Quanto all'origine del paese non si conoscono autentici documenti; ma in esso si conserva la seguente costante e generale tradizione orale, la quale perciò sembra credibile e verace. E' indubitato che nelle sue adiacenze, lontano ciorca due miglia dal paese, nel luogo di Carsoli ora appartenente al limitrofo regno di Napoli, esistesse la ricca e potente città di Carseoli, poiché passando per queste contrade Ovidio Nasone, di lei cantò: Frigida Carseolis nec olivis apta ferendis Terra, sed ad segetes ingeniosos Ager. Ed ora ove surse, benché sia cresciuta ampia, folta e annosa macchia, pure si trovano i suoi ruderi. Pertanto si vuole, che il paese di Vivaro fosse un piccolo e ben munito castello, nel quale la città di Carseoli conservava le biade, i cereali, i suoi viveri per la provvisione straordinaria. Distrutta poi Carseoli dai possenti romani, parte dei suoi abitanti si rifuggirono nel luogo dell'odierno Carsoli, edificarono il paese, e della abbattuta Carseoli l'appellarono Carsoli. Com'era ben naturale, altra parte dei cittadini di Carsoli si ritirò nel detto castello e lo ampliò; quindi in progresso di tempo dai viveri che custodiva di Carseoli, si disse volgarmente Vivaro, nome che porta ancora e ricorda la sua antica destinazione. A poca distanza di esso aveva origine una copiosissima e pura sorgente d'acqua, la quale per artificiale acquedotto, di cui si conservano ancora gli avanzi, si trasportava in Carseoli; acqua che al presente in Carsoli forma il fonte chiamato di s. Benedetto. Il dominio e signoria feudale di Vivaro, appartenne all'antica e nobilissima famiglia Cenci romana, di cui più sopra feci parola parlando di Vicovaro, il che viene confermato dal suo stemma gentilizio esistente non solamente negli avanzi del munifico palazzo baronale, situato nella sommità di Vivaro, e distrutto nel terminare del passato secolo dal furore dell'armate repubblicane francesi, ma eziandio da una fontana costruita lungi mezzo miglio circa dal paese, ove trae pure origine un limpido e abbondante capo d'acqua, che artificiosamente condottata a traverso le falde di un monte, ora fornisce a Vivaro eccellente acqua, come già la somministrò al diroccato palazzo. Imperocchè va riferito, a lode della fedeltà dei vivaresi verso il Papa loro sovrano, che nella detta e fatale invasione straniera, essi pieni di valore ed ardito coraggio, seppero sostenere il fuoco e l'assedio delle truppe per circa 6 mesi. Soggiaciuti per la disparità delle forze, subirono la vendetta del vincitore, indispettito della singolare opposizioni. Dai Cenci il castello di Vivaro passò in proprietà del principe Borghese, a cui appartiene tuttora.

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