
Tempo di castagne, tempo di sagre! I paesi montani della Valle dell'Aniene, e non solo, in questi giorni, pure se estesi castagneti appositamente coltivati non ne hanno, purch si ravvivi il paese (paura dell'inverno e della sua cupa solitudine?) s'inventano di tutto: basta che ci sia aria di festa, gente che viene, forestieri che comprano!
A Riofreddo, graziosissimo borgo medievale ai confini con l'Abruzzo, da circa quattro lustri la Pro Loco organizza, cos, la Sagra della castagna. Una manifestazione che, di anno in anno, diventa sempre pi dinamica e ricca di sorprese mangerecce. La data ufficiale il primo di novembre, ma quest'anno, a causa della pioggia, stata rinviata (forse a dicembre). Cos i numerosi buongustai hanno dovuto rinunciare alla polenta con le spuntature di maiale e salsicce, alla carne alla brace e, soprattutto, alle ottime caldarroste e "pappni". Delusi sono rimasti anche coloro i quali s'erano avventurati per i castagneti alla ricerca del "castagnone" (la castagna pi grande e pi pesante), grazie al quale avrebbero potuto vincere un saporito prosciutto. La festa ha momenti anche di divertimento (il tristissimo karaoke, il concerto musicale) e di compravendita dei prodotti locali (formaggi, miele, dolci) davvero molto buoni.
Una sagra, questa di Riofreddo, che sostituisce un momento giocoso e semplice della vita contadina di secoli fa, una usanza antica e non ancora del tutto scomparsa: "la rostra". Ci sono famiglie, ad esempio quella degli Hermanin, che tradizionalmente il primo di novembre da Roma si portano tutte in paese per rifare " la rostra". Questa non la classica padellona foracchiata o la rete metallica per il letto posta sui carboni ardenti, ma era una "padella" vera, realizzata sulla terra ed in modo tutto caratteristico e singolare che difficilmente s'incontrava in altre sagre!
Anni fa, i giovani andavano a "Le Pacetta", dove stavano grandi castagneti lavorati, e si divertivano facendo questa "rostra", senza dubbio un gioco creato anche per soddisfare esigenze alimentari. Si faceva in spiazzi puliti, tra le piante. Dopo aver raccolto le castagne, che cadevano dagli albereti "nzrti" (innestati coi marroni) o dalle piante "picchie" (castagni piccolini), le disponevano in fila per terra, ordinate tutte nello stesso verso, una dietro l'altra in modo da formare una gigantesca spirale. Al centro, punto di partenza, ci doveva essere la castagna "rotnna" (tutta tonda) oppure a triangolo. Si ricoprivano con la "fece" (felce secca) e poi si dava fuoco. Iniziava la cottura. Man mano che la felce bruciava, se ne metteva della nuova e si giravano le castagne che cominciavano ad arrostire. Quando le "varle" erano cotte, le ammucchiavano tutte al centro della spirale per farle "macer" meglio, ricoprendole con la "cinice" (la cenere della felce).
Nel frattempo, i gitanti "s'attnneanu" tutti intorno alla "rostra" e incominciavano a gustare le saporite caldarroste. I giovanotti avevano portato il vino per l'allegria della squadra.
I boschi si riempivano, d'improvviso, delle grida divertite delle ragazze che, vittime degli scherzi dei giovani, si ritrovavano "tnte" la faccia di cenere, diventando nere come il caviale. Naturalmente, queste erano le occasioni anche per rubare qualche bacio e sussurrare frasi d'amore o, pi semplicemente per iniziare nuove amicizie. Finiti i giochi, le ragazze "co' ju muccu niru" andavano alla freschissima Fonte Limosa o al Fosso della Mola per lavarsi.
Oggi non usa pi la gita collettiva e festosa nei boschi di castagni, ma la "rostra" rimasta tradizione, anche se le castagne, in mancanza della "fece", si cuociono con i "pulri" (erba di montagna) o con la paglia e, comunque, sempre per terra.
Passato il giorno dei Santi, a Riofreddo c'era anche un'altra consuetudine: tutti potevano liberamente raccogliere le castagne e le "cornacchile" (rami di castagno secco) nei terreni degli altri. Adesso i castagneti sono abbandonati ma ancora si usano cuocere i "pappni" (castagne lesse) ai bambini o fare le castagne "remnne". Queste sono le prime castagne che cadono dall'albero con il riccio, dette anche "curi bianchi" (culi bianchi). Si toglie la buccia bianca ed immatura, lasciando la pellicola marrone, e si mettono a cuocere nell'acqua salata. Cotte, si leva la pellicola e si mangiano con gusto.