{"id":1934,"date":"2014-01-07T17:20:05","date_gmt":"2014-01-07T16:20:05","guid":{"rendered":"http:\/\/www.aequa.org\/v1\/?p=1934"},"modified":"2014-01-07T17:20:05","modified_gmt":"2014-01-07T16:20:05","slug":"la-campagna-il-forno-e-la-famiglia-e-minicuccia-a-subiaco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/la-campagna-il-forno-e-la-famiglia-e-minicuccia-a-subiaco\/","title":{"rendered":"LA CAMPAGNA, IL FORNO E LA FAMIGLIA \u2018E MINICUCCIA A SUBIACO"},"content":{"rendered":"<p>LA CAMPAGNA, IL FORNO<br \/>\nE LA FAMIGLIA <em>\u2018E MINICUCCIA<\/em><br \/>\nA SUBIACO<\/p>\n<p>di Alessandro Scafetta<\/p>\n<p>Era il tempo di quando nei campi la zitella cantava il ritornello: \u00abE tutte se maritanu e d\u00e9o n\u00f2ne, mancu non lo sapesse fa lo pane\u00bb, e le mamme o le donne in genere facevano il pane. Usanze secolari che hanno praticamente avuto vita fino agli anni Sessanta del secolo scorso. Era il tempo in cui il mondo contadino ancora influenzava gran parte della societ\u00e0, dai piccoli ai grandi comuni, dai commercianti agli artigiani.<br \/>\nQuesta mia riflessione non va considerata come nostalgia per il tempo passato, ma come intento di contribuire a ch\u00e9 le giovani generazioni abbiano la conoscenza di quel sapere, praticato e tramandato dagli anziani. Un tempo che, a pensarci bene, nemmeno \u00e8 troppo lontano.<\/p>\n<p>A fare le stagioni in Campagna<br \/>\nAllora le persone, pur nella vita grama e faticosa della campagna, sapevano anche essere allegre, facendo risuonare, tra colle e colle, stornellate e canti appresi nella Campagna Romana, allorquando uscivano da Subiaco per andare a lavorare: a fare le stagioni.<br \/>\nIn Campagna si incontravano e si integravano con genti provenienti da altre provincie laziali, finanche dall\u2019Abruzzo. Tutti erano occupati nei lavori agricoli presso le propriet\u00e0 dei principi romani, allora proprietari delle terre. Si partiva a piedi, prima, e con il treno, poi: intere famiglie compresi i bambini, i quali venivano adibiti a scacciare gli uccelli durante le semine e i raccolti. Si viveva in vecchi casolari in promiscuit\u00e0, a contatto con gli animali da lavoro e da cortile: cavalli, buoi, bufale. Le ore di\u00a0 lavoro non si contavano: da sole a sole, dall&#8217;alba al tramonto sotto la severa sorveglianza dei fattori a cavallo, cio\u00e8 dei fiduciari del principe. Allora, il bifolco, guidando i bufali, cantava: \u00abE ju s\u00f2le ma fattu n&#8217;accenno, m\u2019ha ittu: &#8211; Vattene che \u00f2jjo cal\u00e0. Ci respose ju fattoretto: &#8211; Non \u00e8 ora de stacca\u00bb.<br \/>\nUna moltitudine di gente, curvata sulla terra, divisa in compagnie e gavette. Era la cosiddetta schiavit\u00f9 bianca, come affermavano gli anarchici del tempo che facevano proselitismo tra i contadini. Lo stesso Bertolt Brecht scriveva a proposito dei contadini dell&#8217;Agro Romano piegati da una vita di lavoro: \u00abVedo la loro infinita pazienza, ma la loro divina furia, dov\u2019\u00e8?\u00bb.<br \/>\nDopo le stagioni nella Campagna Romana si tornava a Subiaco.<\/p>\n<p>La lavorazione del grano<br \/>\nIl grano veniva seminato entro il mese di novembre; nel mese di aprile, poi, avveniva la pulitura del grano germogliato dalle erbacce per mano soprattutto delle donne. La raccolta del grano, buona o scarsa, dipendeva dalle stagioni e dall&#8217;arcobaleno. Di questo si osservava il colore giallo: se era predominante, il raccolto sarebbe stato abbondante. Le spighe mature venivano mietute entro il mese di giugno, per poi essere accasolate in covoni, legati in fasci di spighe, barzi,\u00a0 a cui seguiva la raccolta delle spighe disperse nella stoppia. Iniziava, infine, la battitura coi mazzifrusti, seguita dalla scamatura a vento. Era questa la procedura lavorativa del grano antecedente alla moderna trebbiatura.<br \/>\nQuando arriv\u00f2 la trebbia, questa veniva trasportata a spalle lungo i sentieri di campagna da giovanotti esperti trebbiatori, i quali arrivavano, a volte, dopo il tramonto nell&#8217;accasolamento dei covoni e spegnevano il motore della\u00a0 trebbia per riposare, preparando il tutto per l&#8217;indomani mattina all&#8217;alba. Alla trebbiatura si cenava insieme, si beveva il vino del proprietario del grano, si passava il tempo raccontando accadimenti personali, storie vissute nella guerra e, tutti distesi sulla paglia sotto le stelle, si dormiva in attesa del nuovo giorno. Con il lavoro della trebbia, venivano riempiti di grano i sacchi di juta, i quali venivano poi pesati con il bilancione e subito caricati sulle mule o sugli asini. Il grano, trasportato a Subiaco, veniva riposto nelle case in luoghi appositi, dove, a secondo delle necessit\u00e0, sempre a dorso dell&#8217;asino, ma anche sopra la testa delle donne, veniva portato alla mola.<br \/>\nLe donne dovevano attendere all&#8217;interno del molino il loro turno per macinare e per vedere scorrere gi\u00f9 dalla mola la bianca farina. Si ricavava anche la semola da scarto (simmuia), che veniva usata come alimento per gli animali domestici, oppure veniva aggiunta alla farina bianca per fare il pane scuro (1). Un mulino a grano a Subiaco era situato nei pressi del ponte di S. Francesco, dove l&#8217;acqua del fiume Aniene faceva muovere le macine: le mole \u2018e ju Cuntinu. Un altro molino era situato a ridosso della chiesa di Santa Maria della Valle, da Carpentieri, ed andava ad energia elettrica.<\/p>\n<p>Scalla e ammassa, Minic\u00f9!<br \/>\nIl pane, in quei tempi, raramente era venduto nei negozi, di norma si faceva nelle case. I rapporti con i forni erano curati dalle donne. Le infornate, solitamente avvenivano a notte inoltrata: il fornaio o la fornaia, una volta acceso il forno con legna secca, attendeva la giusta temperatura e, quindi, si recava a bussare alle porte delle case per avvisare le donne che si erano prenotate la sera precedente. Queste, al forno, vi si recavano anche per prendere il lievito da usare per l&#8217;impasto.<br \/>\n&#8211; A Minic\u00f9, scalla e ammassa!, gridava il fornaio. Solo allora la donna, mentre gli uomini e i figli dormivano, procedeva all&#8217;impasto, usando l&#8217;acqua scaldata nel camino acceso. Formava, cos\u00ec, le molli pagnotte, ponendole nella scifa di legno dopo averci spruzzato un po&#8217; di farina per non farle attaccare. Copriva poi il tutto con una coperta, si poneva sulla testa una cor\u00f3lla di panno con sopra la scifa e usciva da casa &#8211; con qualsiasi tempo &#8211; avviandosi verso il forno. Il numero delle pagnotte dipendeva da quanti si era in famiglia.<br \/>\nPascuccia la forn\u00e0ra, usando una lunga pala piatta, infilava all&#8217;interno del forno rovente le molli pagnotte riempiendolo in tutta la sua larghezza e lunghezza, e richiudendo subito l&#8217;infuocata bocca. Le donne attendevano con pazienza la cottura, passando il tempo a ricucire qualche calzino bucato e, soprattutto, ad impicciarsi degli affari degli altri. Accadeva pure che qualcuna arrivava nel forno tutta impaurita, sussurrando nelle orecchie delle altre che alla fontana della Valle aveva sentito qualcuno che se st\u00e9a a sciacqu\u00e0 l\u00f2co dentro c\u00f3 ch\u00e9llo friddu, mamma mea! Ma erano fatti, questi, che dovevano rimanere segreti, mai fare i nomi: &#8211; Non se sa mai! Ma tutte capivano che si trattava di lupi mannari. Il tempo di cottura delle pagnotte era all&#8217;incirca di un paio d&#8217;ore, e quindi si sfornava. Durante gli anni 50, il costo della cottura di ogni pagnotta era all&#8217;incirca 25 lire (2).<\/p>\n<p>Ubicazioni dei forni a legna a Subiaco fino al 1960<br \/>\nFino al 1940 a Subiaco c\u2019erano due forni comunali: uno in via Garibaldi e un altro\u00a0 nel palazzo del Municipio (oggi piazza Emilio Blenio). Anche all\u2019interno della Rocca Abbaziale vi erano forni per cuocere il pane. Prima dei bombardamenti del 1944, nella piazza detta della Fontanella al n. 8 (oggi di fronte alla banca Unicredit) vi era il forno di Pietro Zaccaria, padre del Fornaio Mario Zaccaria (Pinfete). Nel Rione della Valle gli abitanti, per la gran parte contadini, disponevano di ben quattro forni: all&#8217;inizio di via della Montagna al n. 24 vi era il forno di Quintilina e di Umberto Pistoia (Pajetta); all&#8217;inizio di via Milazzo, a partire da piazza della Valle, dietro il vicolo vi era il forno di Raniero Micozzi; al vicolo dell&#8217;Arciprete, ora via della Rocca, entrando nel portone con il civico n. 8 e scendendo alcuni scalini, vi era il forno di Pascuccia la fornara; da piazza della Valle scendendo alcuni scalini in direzione di Imprestegata al n.113, vi era un forno con a fianco un locale per deposito legna.<br \/>\nDislocati in vari punti della cittadina operavano molti altri forni: in via del Muretto, ora via Palestro n. 60 vi era quello di Pasquale Micozzi; a Piazza Polsinelli vi era il forno di Michele Segatori (Bellolla), nonno dell&#8217;attuale fornaio Michele Segatori; a via Fossa Ceca n. 5 vi era quello di Filippo Cignitti; a via Cavour n. 43, piazzetta della Fontana, vi era il forno di Pippinello; a via degli Opifici n. 9 vi era quello di Nannina la fornara, al quale si accedeva anche da via Cavour n. 20; nella stessa via degli Opifici al n. 40 vi era il forno di P\u00e8ppe Maratta; infine, a via Fabio Filzi n. 18, a fianco dell&#8217;Arco che d\u00e0 verso piazza del Campo, vi era il forno di Mapp\u00f3ne, che era anche punto di riferimento degli abitanti sia del Campo che del Colle.<\/p>\n<p>La famiglia contadina \u2018e Minicuccia<br \/>\nMinicuccia, con il suo prezioso carico caldo, si riavviava l\u00e8sta l\u00e8sta verso casa, che si trovava nei pressi dell&#8217;Arco del Fattore. Era ancora luscu e bruscu, una mattinata senza alba, nuvolosa e piovigginosa. Ndonio, il marito, e suo padre, il vecchio Sastiano, erano gi\u00e0 alzati: stavano preparando Pallinu, l&#8217;asino (3), per poi avviarsi verso la localit\u00e0 Montore dove avevano il terreno. Dopo la vendemmia ottobrina c\u2019era il tempo della semina del grano, e a dicembre, infine, la raccolta delle olive. Guardando il cielo, il vecchio disse:<br \/>\n&#8211; Jamo jamo, ju tempo s&#8217;aspetta n gambagna.<br \/>\nMinicuccia alla svelta aveva, per loro, preparato due tazze di latte con il caff\u00e8 di orzo e due fette di pane ancora caldo.<br \/>\n&#8211; Me ol\u00e9o sciacqu\u00e0 ji \u00f3cchi ma non ci sta mangu nu guccittu \u2018e acqua alla conca\u00bb, fece Ndonio.<br \/>\n&#8211; Inn\u00f2tte s\u00f2 fattu lu p\u00e0 e m\u2019ha sc\u00f3rta. Se aspitti vajjo da Giggia, nu sor\u00e9jjo (4) de acqua mi j\u2019u\u00e0 &#8211; rispose la moglie.<br \/>\nGiggia abitava alla porta a fianco; era rimasta sola con la figlia piccola, il marito, Gino, non era tornato dalla guerra, disperso in Russia.<br \/>\n&#8211; Lassa perde Minic\u00f9, me lavo n gambagna\u00bb. Poi Ndonio si raccomand\u00f2 di non fare tardi a portare il pranzo: &#8211; La cup\u00e8lla la porto \u00e9o, l&#8217;attacco a j\u2019asino.<br \/>\nMentre stava per chiudere la porta di casa, la moglie si rivolse al marito:<br \/>\n&#8211; A Nd\u00f2, me scord\u00e9o de ditte che ieri ju maestro de Richetto m\u2019 ha fattu chiam\u00e0 e ma ittu che figlitu non fa i compiti. Ju vede sempre de gioc\u00e0 a palline alla Valle.<br \/>\n&#8211; A s\u00ec &#8211; rispose il marito &#8211; dicci a Rico che mass\u00e9ra quandu revengo me caccio la cinta.<br \/>\n&#8211; E s\u00f3 reazzi Nd\u00f2, disse sotto voce Sastiano mentre camminava, giustificando il nipote.<br \/>\n&#8211; Che reazzi, pap\u00e0, ata studi\u00e0! Che faccio come ti, che all&#8217;et\u00e0 s\u00e9a me porti a Lunghezza alla Campagna Romana? Ata studi\u00e0!<br \/>\nQuando il sole di mattina era gi\u00e0 alto, tutte le case di Subiaco fumavano dai camini. Allora, in tutte le stagioni, andava acceso il fuoco per cuocere il pranzo: non c&#8217;era ancora il gas.<br \/>\nMinicuccia, verso mezzogiorno, si avvi\u00f2 su per gli scalini dell&#8217;Arco dell&#8217;Oratorio, per la via della Montagna; prosegu\u00ec lungo la mulattiera piena di buche e pozzanghere di urina degli asini, stando attenta a dove metteva i piedi. La canestra ferma sul capo con all\u2019interno il pranzo per gli uomini e anche Giggi, l&#8217;ultimo nato di quattro mesi.<br \/>\nAllora, in campagna, il pranzo si consumava, tempo permettendo, alla taglia (5).<br \/>\nPer tutto il pomeriggio Minicuccia aiut\u00f2 gli uomini, anche con la zappa; raccolse in terra gli ultimi frutti dell&#8217;estate, le nespole, da far maturare nella paglia. Poi, lesta, si riavvi\u00f2 prima del tramonto verso casa per preparare la cena per gli uomini che sarebbero ritornati pi\u00f9 tardi, quando il sole avrebbe scollato dietro il monte Guadagnolo.<br \/>\nQuella sera, Ndonio e suo padre si attardarono, dovendosi recare alla pendema (6) a raccogliere le mele tardive cadute dalla pianta per via del vento della passata notte. Le avrebbero portate, l\u2019indomani, a Ninu, il maiale, che era giunto quasi alla fine dell&#8217;ingrasso. L&#8217;inverno ormai era prossimo e alle prime gelate di gennaio, di norma, arrivava j\u2019ammazza p\u00f3rci. E si faceva festa!<\/p>\n<p>1- Stesso procedimento avveniva con il granturco macinato che produceva la farina gialla, ottima per la polenta e la pizza alla graticola (rat\u00eccuia), la quale, mischiata con erbe cotte e patate lesse, dava un buon pappaciuccu.<br \/>\n2- Ringrazio Anna Proietti Mercuri per tutte le preziose informazioni.<br \/>\n3- Per quanto era utile, si diceva che l\u2019asino \u00abcampa la casa\u00bb.<br \/>\n4- Ju sor\u00e9jjo era il mestolo di rame a manico lungo per attingere acqua dalla conca.<br \/>\n5- Alla taglia, era il punto dove la zappa formava il solco nella terra.<br \/>\n6- Alla pendema, sta per terreno in discesa, molto scosceso.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>LA CAMPAGNA, IL FORNO E LA FAMIGLIA \u2018E MINICUCCIA A SUBIACO di Alessandro Scafetta Era il tempo di quando nei campi la zitella cantava il ritornello: \u00abE tutte se maritanu&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[18],"tags":[],"class_list":["post-1934","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-pillole-di-aequa"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1934","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1934"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1934\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1935,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1934\/revisions\/1935"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1934"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1934"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1934"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}