{"id":1951,"date":"2014-01-07T17:39:47","date_gmt":"2014-01-07T16:39:47","guid":{"rendered":"http:\/\/www.aequa.org\/v1\/?p=1951"},"modified":"2014-01-07T17:39:47","modified_gmt":"2014-01-07T16:39:47","slug":"la-cultura-cerealicola-nel-novecento-in-italia-centrale-e-in-val-daniene","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/la-cultura-cerealicola-nel-novecento-in-italia-centrale-e-in-val-daniene\/","title":{"rendered":"LA CULTURA CEREALICOLA NEL NOVECENTO IN ITALIA CENTRALE E IN VAL D\u2019ANIENE"},"content":{"rendered":"<p>LA CULTURA CEREALICOLA NEL NOVECENTO<br \/>\nIN ITALIA CENTRALE E IN VAL D\u2019ANIENE<\/p>\n<p>di Beatrice Sforza<\/p>\n<p>Il grano, il frutto pi\u00f9 prezioso della madre terra, sempre ha acceso le menti e gli animi degli uomini e delle donne. La spiga \u00e8 il simbolo della fertilit\u00e0, della ricchezza e dell\u2019abbondanza fino in tempi, come i nostri, cos\u00ec restii ad alimentare fantasie e miti. Non era certo cos\u00ec, per i nostri antichissimi progenitori italici, per i popoli latino, osco ed equo che vedevano nella spiga il segno della benevolenza della dea C\u00e8rere, la cui stessa etimologia si collega, per alcuni, al verbo creare. Il grano come elemento fondante di civilt\u00e0 ci \u00e8 narrato, poi, nel mito di Giasone e del vello d\u2019oro, nonch\u00e9 nelle vicende relative alla scomparsa della civilt\u00e0 Maya, quando i campi, inariditi da sistemi di coltivazione arcaici, non davano pi\u00f9 i loro frutti. In quelle terre non era C\u00e8rere, si sacrificavano uomini e non scrofe: identici, per\u00f2, erano il culto e l\u2019importanza del prezioso frutto della madre terra (1).<br \/>\nLa coltivazione del grano risale ad un\u2019et\u00e0 molto remota. Da alcuni ritrovamenti fossili sembra che alcune trib\u00f9 dell\u2019Europa preneolitica abbiano cominciato la coltivazione del frumento ed \u00e8 accertato che la cerealicoltura preistorica nelle regioni dell\u2019Europa occidentale si svilupp\u00f2 nella fase avanzata di transizione tra l\u2019et\u00e0 paleolitica e quella neolitica. Sembra che ad iniziare per primi la coltivazione del grano siano stati gli antichi abitatori della Siria e della Palestina; successivamente, il cereale sarebbe giunto in Egitto dove gi\u00e0 si coltivava l\u2019orzo. Gli Ebrei, durante la cattivit\u00e0, si nutrivano di pane nero non lievitato (pane azzimo). E anche gli antichi Greci e Romani furono grandi coltivatori di grano, in quanto grandi consumatori di pane. Proprio in Grecia la tecnica di panificazione fu notevolmente migliorata con la costruzione di forni e con la variet\u00e0 di aromi e spezie atti ad arricchire l\u2019alimento. Durante l\u2019impero Romano, poi, il pane fu assicurato e imposto da una legislazione apposita, che consentiva a tutti i cittadini di comprare frumento dai granai pubblici ad un prezzo inferiore a quello del mercato. In epoca feudale furono in uso mulini e forni dei singoli signori che, per rafforzare il loro potere, li gestivano in regime di esclusivit\u00e0, impedendo ai sudditi di costruirne altri per uso personale (2). In et\u00e0 moderna, la storia del grano e del pane \u00e8 legata alle grandi epidemie e carestie, con periodi di alti e bassi; e, tra alterne vicende, questo alimento, dagli albori della civilt\u00e0, \u00e8 giunto sino ai giorni nostri, differenziandosi sotto l\u2019aspetto delle caratteristiche qualitative in base alle usanze dei paesi in cui viene consumato (3).<\/p>\n<p>La cerealicoltura estensiva nell\u2019inchiesta\u00a0 parlamentare del 1906<br \/>\nNel 1906, a trent\u2019anni dall\u2019approvazione dell\u2019inchiesta agraria Jacini (1877-84) (4) il parlamento italiano istituiva, su proposta dell\u2019allora presidente del consiglio Giovanni Giolitti, una nuova commissione d\u2019inchiesta, formata da deputati e senatori, al fine di indagare, come stabiliva il disegno di legge relativo, \u201cle condizioni dei lavoratori della terra nelle provincie meridionali e nella Sicilia, i loro rapporti coi proprietari e specialmente la natura dei patti agrari\u201d. Nell\u2019inchiesta in questione, l\u2019Italia agricola fu divisa, in \u201ccinque circoscrizioni regionali, istituendo, per ciascuna di esse, una sottogiunta parlamentare; e cos\u00ec ripartite: Abruzzi e Molise, Campania, Puglie, Basilicata e Calabria, Sicilia.\u201d. Per il Lazio, pur essendo escluso dall\u2019inchiesta in quanto appartenente ad una zona agricola \u201cibrida\u201d per l\u2019Italia, valgono, sostanzialmente, le indagini effettuate dal delegato tecnico per l\u2019Abruzzo e Molise, C. Jarach (5).\u00a0 Infatti \u201cnell\u2019Italia Meridionale sono esclusi il Lazio e gli Abruzzi-Molise, compresi nell\u2019Italia centrale\u201d. Come vediamo, lo stesso Abruzzo \u00e8 considerato, variamente, appartenente all\u2019Italia centrale o meridionale (6).<br \/>\nGli anni compresi tra il 1897 e il 1913 sono stati definiti come i \u201cpi\u00f9 luminosi\u201d della storia agraria italiana dall\u2019Unit\u00e0 al secondo dopoguerra (7). L\u2019et\u00e0 giolittiana ha rappresentato, per l\u2019economia delle regioni settentrionali, non solo il momento dell\u2019effettivo decollo industriale, ma pure una fase storica caratterizzata da un intenso sviluppo capitalistico dell\u2019agricoltura. Non cos\u00ec, per\u00f2, nel centro sud, per la gran parte montagnoso e collinare, dove quegli squilibri, legati a profonde cause strutturali, assumevano dimensioni ed intensit\u00e0 pi\u00f9 gravi che altrove. La crisi agraria internazionale dell\u2019ultimo quarto dell\u2019Ottocento, il protezionismo cerealicolo e la guerra doganale con la Francia avevano, inoltre, contribuito a discriminare ulteriormente le due \u201cItalie agricole\u201d con le loro ripercussioni particolarmente negative per l\u2019agricoltura del centro sud. A partire dall\u2019inizio del Novecento, la decadenza della \u201cvecchia agricoltura\u201d (cerealicola estensiva e pastorizia nomade) non trovava nel centro sud un\u2019adeguata compensazione della crescita della \u201cnuova agricoltura\u201d (viticoltura, agrumicoltura, colture arboree ed ortive specializzate); e ci\u00f2 era testimoniato dalla decrescente partecipazione delle regioni meridionali alla complessiva produzione agricola nazionale (dal 40% della produzione lorda vendibile nel primo anteguerra, media 1911-1914, si passava al 36% nel secondo dopoguerra, media 1950-53). Il profondo divario esistente nel primo anteguerra tra l\u2019agricoltura settentrionale e quella centromeridionale era documentato, con grande evidenza, dai dati raccolti dal nuovo Ufficio di statistica agraria, istituito nel 1908 presso il Ministero d\u2019agricoltura industria e commercio, e diretto inizialmente da Gino Valenti (8). Riportiamo, qui di seguito, alcuni dati.<\/p>\n<p>La lavorazione del grano a Vivaro Romano nel Novecento<br \/>\nInnanzi tutto vogliamo premettere che accanto alla tradizione agricola del grano, considerato alimento di pregio fino al secondo dopoguerra, a Vivaro era diffusa la coltivazione di altri cereali \u201cpi\u00f9 poveri\u201d, ma pi\u00f9 a buon mercato, quali l\u2019orzo, il farro e il granturco. Rispetto al grano, infatti, questi cereali sono piante meno esigenti che si adattano soprattutto a terreni relativamente poveri, che sopportano condizioni climatiche rigide crescendo quindi ad altitudini elevate, che non necessitano di diserbo o di concimazione\u00a0 chimica. Per queste ragioni erano altamente utilizzati nella preparazione di piatti vari, quali lo stesso pane (9), e il grano, pi\u00f9 raro, veniva impiegato nella preparazione di cibi per le grandi occasioni o, comunque, utilizzato con parsimonia misto ad altri cereali.<br \/>\nDai racconti dei vecchi di Vivaro Romano, si evince che la coltivazione del grano nelle nostre zone, nei tempi passati, avveniva principalmente in montagna, e questo per due specifiche ragioni. La prima relativa al fatto che tutta la campagna di Vivaro, propriet\u00e0 privata dei principi Borghese, non aveva fossi di scolo non essendo bonificata; in secondo luogo, in mancanza di macchinari, il lavoro si effettuava a mano e in montagna, con l\u2019aratro, si ottenevano risultati migliori.<br \/>\nLa coltivazione in montagna, dunque, avveniva con l\u2019apposito aratro (10) nei mesi estivi si faceva la maggese, che si ripassava in novembre e dicembre. Successivamente, ma prima della venuta del gran freddo, si seminava il grano che, per la prima neve, doveva essere gi\u00e0 nato (perch\u00e9 sviluppasse al meglio in primavera).<br \/>\nDopo la semina, la prima operazione era quella di zappetella\u2019 il terreno con zappette strette, al fine di ricoprire le radici eventualmente scoperte e di eliminare erbacce. Successivamente, quando il grano era gi\u00e0 alto una decina di centimetri, si procedeva a monna\u2019: con piccole roncole, dette rungitti, si eliminavano piccoli spini piccoli assai fastidiosi.<br \/>\nLa mietitura avveniva nel mese di luglio e si effettuava con il surricchiu. Il mietitore, per evitare di farsi male alle dita, utilizzava tre cannella, proprio a scopo protettivo. Il grano veniva raccolto in man\u00f3cchi, fasci composti da nove rancate (11). Una volta avvenuta la mietitura, i man\u00f3cchi venivano composti in una catasta, detta traglione, della quale la parte inferiore era detta bancu, e la parte superiore, in particolare le ultime due file in alto, detta cappa. L\u2019ultima cappa doveva essere rivolta verso \u2018u v\u00e9ntu acquaru, per protezione da eventuali piogge. I tragliuni venivano poi trasportati,\u00a0 con la traglia montata sul basto di muli o somari, negli spazi destinati alla battitura del grano, le are (12). Arrivati all\u2019ara venivano accatastati in covoni: le quantit\u00e0 minori venivano battute con bastoni detti, appunto, vattituri. Per i quantitativi maggiori, invece, si procedeva alla battitura tramite cavalli, nel sistema detto trita.<br \/>\nLa trita, un vero e proprio avvenimento che durava da mattina a sera, consisteva, da principio, nel sistemare sull\u2019ara i man\u00f3cchi in cerchi concentrici. A seconda della quantit\u00e0 del grano, potevano essere utilizzate dalle due alle cinque bestie, le quali venivano legate l\u2019una al collo dell\u2019altra con delle corde. Il cavallo guida era tenuto con la capezza dal padrone, che manteneva cos\u00ec le bestie nello spazio della trita: il trotto dei cavalli procedeva fin quando non era terminata la battitura. Le bestie venivano allontanate e gli operai, con forcine a due e a tre corna, allargavano tutta la paglia, oramai quasi triturata, formando dei cerchi (dai due ai tre a seconda della grandezza della trita). Quando tutto era stato smosso, si ricominciava dal cerchio pi\u00f9 piccolo e si unificava il tutto, partendo dal centro e procedendo verso l\u2019esterno. Per poter ottenere un risultato migliore, dopo circa un\u2019ora, veniva il momento del \u201cf\u00f2ri la paglia\u201d (cos\u00ec diceva il capotrita). A questo punto le bestie venivano riportate sulla trita e continuavano il giro ancora per qualche tempo: quando si capiva che con due giri (in caso contrario si procedeva anche al terzo giro) la trita era completa, allora la paglia veniva selezionata, buttata di fianco e collocata nei pagliai. Rimasti il grano con la pula, si procedeva all\u2019ammucchio e, con pale di legno strette, si cominciava la concia, che avveniva sempre verso le quattro o le cinque di pomeriggio quando iniziava a spirare il v\u00e9ntu rittu, necessario proprio per conciare (13).<br \/>\nNegli anni di cui riferiamo, nelle nostre zone si utilizzava un tipo di grano unico, il grano \u201cRieti\u201d, ricchezza e cordoglio dei nostri contadini: se da una parte, infatti, con la buona stagione era molto produttivo, con le nebbie delle nostre valli si \u201cannebbiava\u201d, appunto, prendendo un colore rosso-grigiastro, la qual cosa\u00a0 comprometteva l\u2019intero raccolto. Quando, negli anni tra il\u00a0 1950 e il 1960, si costitu\u00ec l\u2019organizzazione dei Coltivatori Diretti vennero importate, dalla campagna romana e con probabilit\u00e0 anche dall\u2019America, nuove qualit\u00e0 di grano, quali il \u201cVivenza\u201d, l\u2019 \u201cAbbondanza\u201d, il \u201cRoma\u201d, grani molto produttivi e meno fastidiosi, perch\u00e9 quasi privi di lische.<\/p>\n<p>1-Per riti e sacrifici legati al culto del grano nei vari paesi, si vedano i capitoli \u201cLa madre e la vergine del grano in Europa settentrionale\u201d, \u201cLa madre del grano in vari paesi\u201d, \u201cLitierse\u201d, \u201cLo spirito del grano come animale\u201d, in James G. Frazer,\u00a0 Il ramo d\u2019oro. Studio della magia e della religione, Milano, Bollati Boringhieri, 1982, pp. 481-571.<br \/>\n2-A tal proposito, si veda\u00a0 B. Sforza , La mola di Vivaro Romano, in Aequa , VII, 20, gennaio 2005.<br \/>\n3-Per queste notizie sono stati consultati i siti www.nuovaterrasrl.it , www.metweb.com, www.cortonaweb.net.<br \/>\n4-Atti dell\u2019inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle provincie meridionali e nella Sicilia, Roma, 1907-11, 8, voll. In 4\u00b0.<br \/>\n5-Atti \u2026, op. cit., Vol. II, Tomo I, Relazione delegato tecnico C. Jarach, Roma, 1909.<br \/>\n6-A. Prampolini, Agricoltura e societ\u00e0 rurale nel mezzogiorno agli inizi del \u2018900, Milano, Franco Angeli, 1988, p. 44<br \/>\n7-Op. cit. p. 40.<br \/>\n8-G. Valenti, \u201cL\u2019Italia agricola dalla costituzione del regno allo scoppio della guerra europea\u201d, in\u00a0 L\u2019Italia agricola e il suo avvenire, Roma, 1919, pp. LXVI-CII.<br \/>\n9-Un tipo di pane molto diffuso, \u2018u longarucciu, era costituito al 50% da farina di grano e al 50% da farina di granturco.<br \/>\n10-A tal proposito, si veda \u201cL\u2019aratro di Vivaro tra leggenda e storia\u201d, in Aequa, VI, 16, gennaio 2004. Le notizie sulla lavorazione del grano a Vivaro sono state fornite da Francesco Petrucci, che ringrazio.<br \/>\n11-La rancata \u00e8 il piccolo fascio che entra in una mano.<br \/>\n12-Le are pi\u00f9 note di Vivaro sono: ara \u2018e Piuiccica, ara \u2018e Ciccone, ara \u2018e Cicchittu, ara \u2018e Cicciacattia , ara \u2018e Piu.<br \/>\n13-Tutto questo fin quando, negli anni tra il 1930 e il 1940, arrivarono le prime trebbiatrici con motore a scoppio.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>LA CULTURA CEREALICOLA NEL NOVECENTO IN ITALIA CENTRALE E IN VAL D\u2019ANIENE di Beatrice Sforza Il grano, il frutto pi\u00f9 prezioso della madre terra, sempre ha acceso le menti e&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[18],"tags":[],"class_list":["post-1951","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-pillole-di-aequa"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1951","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1951"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1951\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1952,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1951\/revisions\/1952"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1951"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1951"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1951"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}