{"id":1982,"date":"2014-01-08T18:22:12","date_gmt":"2014-01-08T17:22:12","guid":{"rendered":"http:\/\/www.aequa.org\/v1\/?p=1982"},"modified":"2014-01-08T18:22:12","modified_gmt":"2014-01-08T17:22:12","slug":"il-costume-femminile-di-montecelio-e-le-vunnelle","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/il-costume-femminile-di-montecelio-e-le-vunnelle\/","title":{"rendered":"IL COSTUME FEMMINILE DI MONTECELIO E LE VUNN\u00c8LLE"},"content":{"rendered":"<p>IL COSTUME FEMMINILE DI MONTECELIO<br \/>\nE LE VUNN\u00c8LLE<\/p>\n<p>di Maria Sperandio<\/p>\n<p>Nel\u00a0 numero precedente di Aequa ci siamo occupati principalmente di illustrare i contenuti di alcuni interessantissimi documenti o assegna di dote di fine Ottocento fatti per le spose Ermina Cardoni e Giuditta Cerqua. Nell\u2019articolo che segue, essi verranno ancora pi\u00f9 volte citati e per confermare quanto ascoltato dai racconti orali sui costumi tradizionali e per riscontrare elementi che sono stati alla base del successo delle Vunn\u00e8lle. A Montecelio, infatti, il costume tradizionale era ancora indossato da poche anziane fino ai primi anni Sessanta del XX secolo.<\/p>\n<p>L\u2019abito usuale<br \/>\nL\u2019abbigliamento quotidiano della donna monticellese era costituito da cinque capi di vestiario fondamentali: corpetto o camiciola, sottanile (v\u00e8sta, vunn\u00e8lla), busto (vustu), scialle per le spalle (corvatta, fasciaturu), grembiale (zinale o parannanzi), cui si univa all\u2019occorrenza un fazzoletto da testa (fazzolittu \u2018n capu). Il corpetto o camiciola era indossato sopra la camicia; aveva maniche lunghe con la cucitura che partiva dalla spalla e il polsino poteva essere ornato di merletti e chiuso da bottoncini di vetro o madreperla. Sul davanti i due lembi si sovrapponevano leggermente senza allacciatura. I corpetti invernali erano realizzati in panno o in vari tipi di trapuntino, fustagno operato molto diffuso nell\u2019Ottocento. Le nostre spose ne portarono in dote da 6 a 8. Il sottanile (o vesta) era di cotone o di lana a seconda della stagione, pieghettato in vita (\u2019ncotinatu), in genere di tessuto scuro con piccoli motivi floreali o geometrici, ma anche chiaro o bianco, come quello attestato nel corredo del 1899.<br \/>\nAnche se le donne sposate vestivano per lo pi\u00f9 di scuro o comunque in modo sobrio ed austero, per andare a messa durante l\u2019estate amavano indossare i panni da sottanili bianchi: corpetto bianco o chiaro a righine, corvatta a quadri e parannanzi bianca ricamata. Le pi\u00f9 agiate aggiungevano al costume tradizionale qualche nota di ricercatezza (grembiale a disegni vivaci, corpetto di tessuto fine). Il busto (vustu), provvisto di spalline (spallarecce), sosteneva, oltre alla schiena, anche il seno, essendo sconosciuto l\u2019uso del reggipetto; veniva indossato sopra la camiciola e allacciato sul retro con stringhe passanti attraverso occhielli disposti in fila sui due lati. Quello usato quotidianamente era formato da due pezzi che si allacciavano sul davanti per maggiore praticit\u00e0. La struttura interna era costituita da fascetti di saggina cuciti secondo una disposizione a spina di pesce su robusta tela di canapa. Due fianchitti (rotolini di cotonina imbottiti) applicati in vita davano sostegno alle pesanti gonne. Le nostre spose ne avevano a disposizione una dozzina, alcuni dei quali, rivestiti di stoffe pi\u00f9 robuste, erano indossati quotidianamente.<br \/>\nIl documento pi\u00f9 antico, quello di Erminia Cardoni, menziona 14 fazzoletti per le spalle, 3 di lana, gli altri con merletti e ricami; quelli della sposa del 1899, Giuditta Cerqua, erano 8, fra cui 5 di lana (1). La tradizione orale ci ha consegnato il nome dello scialle triangolare da spalle indossato nella vita quotidiana, la corvatta. In paese se ne conservano alcuni esemplari del primo Novecento usati con l\u2019abito della festa: di seta bianca con ricami intessuti e frangia, o di lanetta impreziositi da ricchi fregi floreali. Durante l\u2019inverno le donne si coprivano con un ampio scialle di lana rettangolare, u fasciaturu, l\u2019equivalente femminile della \u201cmantella\u201d (cappa) riservata agli uomini. Anche il grembiale (u zinale, \u2018a parannanzi), caratteristica immancabile del costume popolare, si presenta a Montecelio in varie versioni, da quello di tutti giorni, in cotonina (pricol, percalle) stampata in vari colori, a quello di mussola bianca che accompagnava l\u2019abito chiaro della festa.<br \/>\nMolto belle le parannanzi di cotone bianco decorate a punto pieno e ad intaglio, come si usava nell\u2019Ottocento, spesso con bordi ad uncinetto (2). Le ragazze da marito le ricamavano alla scuola delle maestre, le Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue, in cui si avvicendarono per pi\u00f9 di un secolo nutrite schiere di fanciulle impegnate a prepararsi il corredo. Nei documenti di assegna esaminati, le spose in questione ne portarono in dote una ventina, la maggior parte dei quali di cotone o percalle; il tipo bianco ricamato, infatti, \u00e8 presente solo nell\u2019elenco pi\u00f9 recente.<br \/>\nQuando andavano in chiesa per le solite funzioni le donne usavano coprirsi il capo con un fazzolettino piegato a met\u00e0, di maglia fissa (tulle), ricamato e ornato di merletto, o di tela bianca ricamato a punto asola, spesso con le iniziali della proprietaria.<\/p>\n<p>L\u2019abito della festa<br \/>\nL\u2019abito di gala o vunn\u00e8lla costituisce per Montecelio l\u2019eredit\u00e0 del passato pi\u00f9 conosciuta all\u2019esterno. La vunn\u00e8lla non era un semplice abito festivo, ma quello indossato il giorno delle nozze e poi in tutte le ricorrenze pi\u00f9 solenni della vita sociale e familiare. Nella ristretta societ\u00e0 paesana esso emergeva come tangibile simbolo dello stato sociale in cui la famiglia si collocava e ancora oggi i capi pi\u00f9 antichi e belli sono riconosciuti da tutti come segno distintivo di una floridezza storicamente acquisita.<br \/>\nNella sua versione pi\u00f9 antica la vunn\u00e8lla era formata dagli stessi capi che si portavano quotidianamente, con modifiche che interessavano il tipo di tessuto e la presenza di ricami e acconciature particolarmente curati e di pregio. Il capo pi\u00f9 importante, che oggi d\u00e0 il nome all\u2019intero abito e a chi lo indossa, era, dunque, la vunn\u00e8lla, designata in entrambi i documenti, esaminati nel numero precedente di Aequa, come v\u00e8sta di seta; quello pi\u00f9 antico ci fa sapere che Erminia ne possedeva una color di rosa. Il tessuto, per lo pi\u00f9 seta variopinta o broccato intessuto con fili d\u2019oro e d\u2019argento, era confezionato a piegoline come il sottanile. La ricca gonna era portata sopra tre v\u00e8ste bianche dall\u2019orlo ricamato, e sorretta dal busto quasi sempre foderato della stessa stoffa e arricchito sul davanti da passamanerie dorate. Sul davanti si legava la parannanzi di maglia fissa, ricamata in bianco e smerlata tutt\u2019intorno, la cui ricchezza era messa in rilievo dai colori vivaci della vunn\u00e8lla.<br \/>\nNei mesi estivi si indossava un corpetto di stoffa bianca (trapuntino o picch\u00e8), in inverno la camiciola rossa di scarlatto, menzionata nella lista pi\u00f9 antica, quella di Erminia. L\u2019indumento era di panno rosso\u00a0 rifinito con sottile passamaneria dorata intorno al collo e con applicazioni pi\u00f9 vistose lungo gli spacchi delle maniche (FOTO 2, 3). La scollatura lasciata in vista dalla camiciola, priva di allacciatura sul davanti, era coperta dalla pettina, un piccolo quadrato di stoffa bianca, ricamata e ornata con uno smerlo lungo il lato superiore, l\u2019unico visibile. Sotto lo smerlo si intravedeva il merletto della sottopettina. Le spalle erano ricoperte da un fazzoletto triangolare di maglia fissa (pannu \u2018n c\u00f3llu), impreziosito da ricami in bianco e da merletti pieghettati cuciti lungo i bordi.<br \/>\nIntorno ai capelli raccolti in una crocchia sulla nuca si appoggiava la cartonella, cerchio di cartone ricoperto esternamente con un nastro di seta pieghettato e abbellito con\u00a0 fiori di stoffa, fissato alla chioma con uno spillone d\u2019argento (m\u00e0ula). La presenza di ben 7 cartonelle nel corredo di Erminia, particolarmente ricco di capi eleganti, \u00e8 indizio di una certa agiatezza.<br \/>\nIn chiesa le donne sposate portavano in testa un fazzoletto di maglia fissa piegato a rettangolo (pannu \u2018n capu), coordinato a quello che ornava le spalle, assicurato alla cartonella con uno spillone, per poterlo togliere quando uscivano. L\u2019importanza dei fazzoletti di maglia fissa, che sottolineavano con le loro trasparenze la grazia della figura, si pu\u00f2 dedurre dalla variet\u00e0 e dalla finezza dei ricami, eseguiti quasi sempre dalle stesse fanciulle (3).<br \/>\nLa ricchezza delle parannanzi di maglia fissa, tulle finemente ricamato in bianco e smerlato tutt\u2019intorno, era messa in rilievo dai colori vivaci delle vunn\u00e8lle su cui venivano portate. Lo stesso tipo di nastro che ornava la cartonella era usato anche per la cinta, che copriva il punto di vita e si incrociava sul davanti, sopra lo zinale, dove era fissata da una spilla.<\/p>\n<p>Gli ornamenti e i gioielli<br \/>\nI gioielli nominati nei documenti dotali esaminati in precedenza non sono molti, ma bisogna pensare che secondo la tradizione era compito dello sposo portare in regalo alla moglie una cospicua quantit\u00e0 di gioie.<br \/>\nIl pezzo pi\u00f9 importante fra quelli menzionati \u00e8 il collino (girocollo di maglia ritorta), a cui si appendeva un ciondolo d\u2019oro (pannantiffe), accompagnato da catenine d\u2019argento, orecchini lunghi di corallo o perle (b\u00f3ccule) e corde di coralli, fra cui una, probabilmente ornata di un Crocifisso (4), era denominata rosario.<br \/>\nSpilloni d\u2019argento grandi e piccoli davano una nota preziosa alle acconciature delle nostre antenate. La m\u00e0ula, germoglio di malva con foglie in filigrana ornato al centro da un fiore collegato allo stelo da una molla oscillante, abbelliva con la sua solennit\u00e0 l\u2019abito da sposa ed era poi indossata solo nelle feste patronali. Spilloni pi\u00f9 piccoli, con guarnizioni di corallo (5), come quello portato in dote da Erminia, o con la capocchia raffigurante una ghianda (per questo chiamati jannette), sorreggevano i capelli e il fazzoletto da testa nella vita quotidiana (6).<br \/>\nIl ventaglio costituiva un\u2019insolita raffinatezza per poche fortunate (non se ne fa menzione nei documenti dotali pi\u00f9 volte citati), ma spesso lo si trova in mano alle Vunn\u00e8lle in fotografie scattate negli anni Trenta (7).\u00a0\u00a0 (FOTO 4 VUNNELLE)<\/p>\n<p>La fortuna della vunn\u00e8lla<br \/>\nLe cause della prosperit\u00e0 economica che ha concesso ai monticellesi di modificare in modo cos\u00ec fastoso il costume femminile vanno ricercate nella sua storia.<br \/>\nCome ricorda Jean Coste (8), fin dall\u2019epoca dei Borghese (1678-1809), \u201cMonticelli occupa una posizione particolare, poich\u00e9 la maggior parte del territorio \u00e8 di propriet\u00e0 del Comune, mentre i Borghese ne hanno meno del 6%. Dopo il 1809, soppresso l\u2019ordine feudale, Monticelli si libera dalle corrisposte legate a quest\u2019ultimo. Nel corso dell\u2019Ottocento anche le propriet\u00e0 dirette dei Borghese vengono cedute progressivamente agli abitanti\u201d.<br \/>\nPer la sua ricchezza e per la grazia delle donne che lo indossavano la vunn\u00e8lla merit\u00f2 di essere raffigurata da Bartolomeo Pinelli in quattro diverse acqueforti, una delle quali diede a don Celestino Piccolini, storico di Montecelio, lo spunto per l\u2019articolo \u201cUna incisione del Pinelli sul vestito delle donne di Monte-Celio\u201d, apparso nel 1957 (9). Un\u2019altra bella immagine ottocentesca, opera del pittore tedesco E. L. Schweinfurt, \u00e8 stata utilizzata dalla Pro Loco per un pieghevole sulla sfilata delle Vunn\u00e8lle nell\u2019ultima domenica di settembre, che \u00e8 attualmente la principale attrattiva folcloristica del paese.<br \/>\nNon si contano le testimonianze fotografiche che ci tramandano i particolari del costume e il bel portamento di chi lo indossava, dalle pi\u00f9 antiche (1860-70) agli anni \u201960, ma esistono anche alcuni pregevoli ritratti conservati da privati da cui possiamo intuire quali fossero i valori che si legavano a quel tipo di societ\u00e0.<br \/>\nLe stampe ottocentesche e i ritratti pi\u00f9 antichi ci presentano un abito leggermente diverso da quello che ci \u00e8 stato tramandato: \u00e8 del tutto sparito, ad esempio, il busto \u201cdi nobilt\u00e0\u201d, con le maniche staccate e collegate alle bretelle con delle fettucce, documentato nelle stampe ottocentesche e ancora presente nella dote di Erminia Cardoni, ma tutto sommato Montecelio pu\u00f2 contare su un notevole numero di capi antichi gelosamente conservati e oggetto delle amorose cure da parte di chi ha la fortuna di possederne.<br \/>\nGrazie al ritorno di fiamma dei monticellesi per la loro tradizione pi\u00f9 bella, avvenuto a partire dal 1970 dopo decenni di relativo oblio, si \u00e8 formata un\u2019abile schiera di rifinite sarte e ricamatrici, per lo pi\u00f9 allieve delle suore-maestre, che continuano a produrre copie perfette degli originali, sia per moltiplicare la versione pi\u00f9 ricca, prima appannaggio di poche famiglie, sia per sostituire i capi danneggiati. Cos\u00ec anche nel nuovo millennio ogni anno, l\u2019ultima domenica di settembre, pi\u00f9 di 200 donne e fanciulle fanno a gara per uscire di casa indossando gli abiti delle loro antenate, segno che il filo che ci unisce al passato non si \u00e8 del tutto interrotto.<\/p>\n<p>1- Cnfr m. sperandio, &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.Aequa n. 24, gennaio 2006, pp. &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;<br \/>\n2- Nella mostra tenutasi il 25 settembre 2005 presso l\u2019Antiquarium di Montecelio \u00e8 stata esposta una parannanzi bianca finemente ricamata da Vincenza Sozzi nel 1899, all\u2019et\u00e0 di soli 12 anni.<br \/>\n3- Quelli indossati nella sfilata di settembre a Montecelio sono quasi tutti originali e risalgono alla seconda met\u00e0 dell\u2019Ottocento.<br \/>\n4- Cfr. p. ciambelli, Collane, in AA. VV., \u201cL\u2019ornamento prezioso. Una raccolta di oreficeria popolare italiana ai primi del secolo\u201d, Roma-Milano 1986, tav. 23, nn. 94, 99, pp. 152-153.<br \/>\n5- Sugli ornamenti da testa cfr. p.guida, Ornamenti da testa, ibid., pp. 160-164, tav. 29, n 166 (m\u00e0ula), tav. 68, n 328 (spillone con corallo).<br \/>\n6- Il nome jannetta \u00e8 attestato da un documento ottocentesco dell\u2019Archivio Comunale di Montecelio, che racconta come una ragazza cadesse senza conseguenze nella cisterna (pozzo) comunale perch\u00e9 si era sporta troppo per afferrare la jannetta che le stava cadendo dai capelli mentre attingeva l\u2019acqua. Ho potuto documentare questo tipo di spillone presso la famiglia Curr\u00e0, che ne conserva alcuni.<br \/>\n7- Ne possiedo uno della seconda met\u00e0 dell\u2019Ottocento, purtroppo in cattivo stato, appartenuto a mia nonna, Maria Balestrieri. E\u2019 formato da due fogli di carta che rivestono stecche d\u2019osso, intagliate e incise sul lato principale, dove sono stampate scene di corteggiamento, mentre il retro \u00e8 abbellito da fregi con dorature in rilievo.<br \/>\n8- j. coste\u00a0 in M. T. Petrara, M. Sperandio, Montecelio ieri e oggi, Montecelio 1990, p. 6.<br \/>\n9-Vedi in Atti e\u00a0 Memorie della Societ\u00e0 Tiburtina di Storia e d\u2019Arte, XXX-XXXI (1957-58), pp. 91-95. Un cenno alla vunn\u00e8lla \u00e8 in v. salviani, Immagini e Memoria. Iconografia dei costumi popolari della Valle dell\u2019Aniene e dintorni, Tivoli 2001, p. 17, Tav. XIII, 2.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>IL COSTUME FEMMINILE DI MONTECELIO E LE VUNN\u00c8LLE di Maria Sperandio Nel\u00a0 numero precedente di Aequa ci siamo occupati principalmente di illustrare i contenuti di alcuni interessantissimi documenti o assegna&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[18],"tags":[],"class_list":["post-1982","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-pillole-di-aequa"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1982","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1982"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1982\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1983,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1982\/revisions\/1983"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1982"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1982"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1982"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}