{"id":1988,"date":"2014-01-09T17:44:25","date_gmt":"2014-01-09T16:44:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.aequa.org\/v1\/?p=1988"},"modified":"2014-01-09T17:44:25","modified_gmt":"2014-01-09T16:44:25","slug":"i-carbonai-di-cappadocia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/i-carbonai-di-cappadocia\/","title":{"rendered":"I CARBONAI DI CAPPADOCIA"},"content":{"rendered":"<p>I CARBONAI DI CAPPADOCIA<\/p>\n<p>di Mario Cosciotti<\/p>\n<p>Molte volte camminando tra i boschi di Cappadocia ho notato alcune piazzole ricoperte di terriccio nero misto a cenere, dove un tempo vi si faceva il\u00a0 carbone. Per conoscere come si praticava quella attivit\u00e0 lavorativa, mi sono recato da mio cugino Rinaldo D\u2019Innocenzo, oggi sessantaduenne, che da giovane ha fatto per molti anni il mestiere di \u201ccarbonaro\u201d.\u00a0 Appena gli ho accennato che volevo mi parlasse dei carbonai, gli occhi gli si sono illuminati e davanti ad un piatto di prosciutto appena tagliato e ad un buon bicchiere di vino rosso, ha iniziato a\u00a0 parlarmi del suo vecchio mestiere.<\/p>\n<p>Il lavoro iniziava all\u2019alba e finiva al tramonto<br \/>\nIl \u201ccarbonaro\u201d era un lavoro che s\u2019imparava sul terreno, con l\u2019esperienza; si apprendeva sin da bambino aiutando il padre, seguendo tradizioni e tecniche antiche. Erano tempi molto duri, quelli! Ogni anno, da giugno fino a settembre, il Comune di Cappadocia, coadiuvato dalle guardie forestali che gi\u00e0 avevano provveduto a marcare con vernice rossa tutte le piante da\u00a0 tagliare, assegnava il cosiddetto \u201ctaglio\u201d. Una volta saputo quale fosse stato il bosco da tagliare, insieme ad altre cinque persone appartenenti allo stesso nucleo familiare (tante ne occorrevano per far funzionare bene una carbonaia) si portavano sul posto e costruivano con frasche, foglie e terriccio, una\u00a0 capanna, che diventava la loro dimora per alcuni mesi. \u201c Per illuminarla \u2013 racconta D\u2019Innocenzo &#8211; usavamo la \u201ccantilena\u201d (1) e le candele. Una volta la settimana, di solito la domenica, ci raggiungeva dal paese portandoci i viveri (2) qualche familiare, cos\u00ec potevamo passare almeno una giornata in tranquillit\u00e0\u00a0 in quanto la domenica non lavoravamo, anche se c\u2019era sempre da prestare molta attenzione alla piazza fumante. Fatto un giro di ricognizione in mezzo al bosco, sceglievamo la piazza (3) sopra la quale in seguito avremmo accatastata tutta la legna; la piazza doveva essere piana e di forma rotonda con un diametro di almeno 12 metri, ed \u00e8 chiaro che era importantissima la sua posizione, perch\u00e9 in base alla distanza, voleva dire faticare molto o poco per trasportarvi la legna\u201d.<br \/>\nAltra cosa importantissima erano gli attrezzi da lavoro. Le accette dovevano essere di ottima qualit\u00e0 e affilatissime; il \u201csegone\u201d (4) era indispensabile per segare i grandi tronchi; utilissime erano le \u201cronche\u201d (5) usate per tagliare i rami degli alberi abbattuti; molto usata era poi la mazza di ferro con le zeppe per spaccare i grossi tronchi ed\u00a0 infine\u00a0 si usavano altri attrezzi, come: grosse zappe, badili, forcine a quattro punte, rastrelli e seghe pi\u00f9 piccole.<br \/>\nIl lavoro iniziava all\u2019alba e finiva al tramonto, quasi dodici ore di duro lavoro. Si cominciava con il primo grande albero di faggio (6), si sceglieva il punto dove farlo cadere e con l\u2019accetta si cominciava a colpire il tronco alla base. Con i primi violenti colpi di scure che risuonavano\u00a0 tutt\u2019intorno, la pace del bosco veniva cos\u00ec interrotta. Si doveva in questo modo raggiungere la profondit\u00e0 di circa 15 cm per tutta la larghezza del tronco, per poi passare alla fase successiva, che consisteva nel segare l\u2019albero all\u2019altezza del solco fatto con le scuri (7) utilizzando un grosso segone. Giunti a met\u00e0 del tronco, quando il segone incominciava ad incastrarsi, si faceva una \u201czeppa\u201d di legno che veniva infilata nella fessura fatta dal segone, quindi\u00a0 battendovi sopra con la mazza di ferro, si faceva penetrare nel tronco quel tanto che serviva per non far schiacciare il segone dal peso dell\u2019albero. Si riprendeva quindi a segare finch\u00e9 l\u2019albero non cominciava ad ondeggiare ed a scricchiolare, a quel punto era fatta, si davano ancora alcuni colpi con la mazza di ferro sulla zeppa e l\u2019albero si abbatteva al suolo facendo un fracasso assordante. Da qui il detto: \u201cFa pi\u00f9 rumore un albero che cade che 1.000 alberi che crescono\u201d.<br \/>\nAbbattuto l\u2019albero, mentre due persone continuavano a segare il grosso tronco in\u00a0 vari pezzi tutti lunghi un metro, gli altri carbonari, prese accette, \u201cronche\u201d e seghe pi\u00f9 piccole, tagliavano tutti i rami, facendo vari mucchi di legna. \u201cMa \u2013 precisa D\u2019Innocenzo &#8211; non era finita. I grossi tronchi segati venivano tutti spaccati in quattro o sei parti a seconda la grandezza del pezzo, con mazze di ferro e zeppe. Ma pure questo lavoro aveva le sue difficolt\u00e0 specialmente quando i tronchi erano pieni di nodi. In un giorno tre persone riuscivano ad abbattere fino a tre grossi alberi. Avevamo vent\u2019anni, muscoli d\u2019acciaio e molta forza! Per tagliare 500 quintali di legna, tanti ce ne occorrevano per fare una carbonaia, impiegavamo 15 giorni di lavoro\u201d.<\/p>\n<p>La carbonaia<br \/>\nTerminata l\u2019operazione del taglio degli alberi, i boscaioli cominciavano a portare la legna sullo spiazzo. Per quella minuta si usava \u201cjo cavajo\u201d (8), che riempito si metteva a spalla e si trasportava verso la piazza; i tronchi pi\u00f9 grossi, invece, venivano portati da due persone. Quindi si dava inizio alla preparazione della piazza di carbone, attivit\u00e0 che richiedeva altri 15 giorni di lavoro.<br \/>\n&#8211; Tirata indietro la terra \u2013 ricorda D\u2019Innocenzo &#8211; e fatto un solco circolare sulla piazza, nel mezzo piantavamo un paletto di riferimento e tutt\u2019 intorno alzavamo in piedi i tronchi spaccati mettendovi sotto dei sassi in modo tale che gli stessi, sollevati da terra, potevano bruciare bene anche alla base. Al centro lasciavamo un\u2019 apertura di 35 cm che riempivamo con \u201cfrasche\u201d insieme a dell\u2019altra legna secca, cos\u00ec che, al momento dell\u2019accensione, sarebbe stato molto facile accendere il castello di legna; quest\u2019 apertura serviva poi per alimentare il fuoco durante la cottura del carbone. Tronco sopra tronco, metro sopra metro, la \u201ccastellina\u201d cresceva non solo in altezza ma anche in larghezza, perch\u00e9 tutt\u2019 intorno ad essa veniva appoggiata altra legna in piedi, in modo che tutti gli spazi fossero riempiti, e alla fine la carbonaia sembrava come una cupola che s\u2019innalzava verso il cielo. Finito l\u2019accatastamento si passava alla copertura; riempivamo sacchi di foglie secche e felci, poi con una scaletta salivamo sulla cima della carbonaia, rovesciavamo il tutto sopra la legna composta e\u00a0 tappavamo tutti i buchi. Quindi passavamo alla copertura con zolle erbose di terra umida, con la parte erbosa rivolta all\u2019interno e con terra fine per circa 10 cm, in modo che foglie e terra facessero una copertura impermeabile tanto alle piogge che ai fumi che tentavano di uscire dall\u2019interno della carbonaia. Quando avevamo finito, sembrava proprio di stare davanti ad un piccolo vulcano spento, anche se ancora per poco. A questo punto, si prendevano le braci da un fuoco preparato a parte, si saliva con una scala sulla cima della cupola e dal foro lasciato aperto le gettavamo gi\u00f9 sul fondo, finch\u00e9 la piazza non si fosse accesa\u201d.<br \/>\nPer i primi quattro giorni il buco veniva riempito fino a met\u00e0, perch\u00e9 l\u2019accensione doveva avvenire a \u201cfoco morto\u201d (9). Una volta accesasi bene, il buco della carbonaia veniva riempito per intero gettandovi\u00a0 dentro cesti di \u201cmozzi\u201d (10) e \u201cschiappe\u201d (11); quindi si tappava con una grossa zolla di terra per non lasciar brillare la fiamma. Questa operazione i carbonai la ripetevano mattina e sera, per 15 giorni, soprattutto se nella carbonaia erano composti 500 quintali di legna. Ogni volta si prendeva un palo s\u2019infilava dentro il buco per liberarlo da qualche ostruzione e poi di nuovo si riempiva coi \u201cmozzi\u201d. Appena la carbonaia era partita, i boscaioli prendevano un bastone, lo appuntivano e all\u2019altezza di due metri tutt\u2019intorno le facevano i \u201cfumaroli\u201d: dei buchi, dall\u2019alto verso il basso, uno ogni 60 centimetri.<br \/>\nLa combustione era il momento pi\u00f9 delicato perch\u00e9 la legna doveva cuocere lentamente e qui entrava in gioco la massima abilit\u00e0 del carbonaio. I fori servivano perch\u00e9 l\u2019aerazione all\u2019interno della \u201ccarbonara\u201d fosse sempre adeguata alle esigenze del momento. Bisognava regolare i fori di sfiato e il flusso d\u2019aria all\u2019interno della catasta seguendo i movimenti del fuoco e\u00a0 osservando i colori del fumo: grigio-bianco all\u2019inizio, quando la legna emetteva ancora acqua; blu-azzurro, quando la temperatura saliva al massimo; cessavano invece quando la carbonizzazione era terminata. Anche il colore della terra in base al calore cambiava. I lavoranti dovevano seguire anche il mutamento del vento, per questo dovevano costruire, sempre con frasche e rami, dei paravento alti due metri e lunghi tre, da mettere a protezione della carbonaia, per prevenire il pericolo di incendi, cosa che se fosse accaduta, avrebbe mandato letteralmente \u201cin fumo\u201d\u00a0 tutto il lavoro di un mese. \u201cMa questo \u2013 precisa con orgoglio il nostro carbonaio &#8211; a noi non \u00e8 accaduto mai!\u201d<br \/>\nLa carbonizzazione durava circa 30 giorni, a seconda del tipo e della quantit\u00e0 di legna, e durante questo periodo, a turno i carbonai montavano di guardia per controllare che tutto andasse per il meglio. Arrampicati sulla scala, sopra quel vulcano fumante, avvolti dal fumo, era un continuo aprire e tappare buchi affinch\u00e9 la carbonizzazione avvenisse in modo corretto. Per ottenere questo era indispensabile che il calore si diffondesse in modo univoco verso tutte le parti del cumulo di legna. \u201cEra una dura lotta, fra noi \u2013 racconta ancora D\u2019Innocenzo &#8211; che operavamo al di fuori e il fuoco che bruciava all\u2019interno della carbonaia.<br \/>\nFinita la distillazione, quando la carbonaia cessava di fumare, si lasciava raffreddare per 24 ore. Poi si partiva dal basso, si scostava la terra con badili e rastrelli, e aperta una falla si estraeva il carbone che si accatastava attorno alla piazza, lasciandolo raffreddare bene. \u201cSubito, per\u00f2, dovevamo ricoprire la falla aperta per evitare che il carbone rimasto dentro si riaccendesse. Poi, finalmente, potevamo ammirare quella piccola montagna di carbone rimasta miracolosamente intatta come l\u2019avevamo sotterrata, frutto del nostro duro lavoro\u201d- ricorda soddisfatto D\u2019Innocenzo. \u201cDurante l\u2019estrazione del carbone, portavamo ai piedi soltanto zoccoli di legno, per evitare le bruciature prodotte dai pezzetti di carbone ardente. Altra cosa terribile era la polvere nera e finissima, ti entrava dappertutto e non c\u2019era verso di togliersela di dosso; diventavamo cos\u00ec neri che solo i denti ci restavano bianchi.\u201d<br \/>\nGli scarti della piazza si chiamavano \u201ctizzi\u201d (12) e venivano riutilizzati o per alimentare un\u2019altra carbonaia o per cucinare dentro la capanna. La resa del carbone era di un quintale ogni cinque quintali di legna. Una volta raffreddato, il carbone veniva messo dentro sacchi di iuta con la \u201cvaglia\u201d (13) e chiusi con i \u201crandoli\u201d (14). Per estrarre tutto il carbone si impiegavano cinque giorni, condizionati anche dai \u201cmujari\u201d (15), che facevano un solo viaggio al giorno. I vetturini riempivamo 10 balle (cinque some, una soma erano due balle) e appena i muli erano carichi ripartivano alla volta del paese.<br \/>\nA Cappadocia il carbone veniva venduto agli abitanti, che ne facevano vari usi; lo mettevano nelle \u201cfornacelle\u201d (16), che si usavano per poggiarvi sopra \u201ctigami\u201d (17) e \u201cpignate\u201d (18) quando si cucinava, oppure lo usavano per scaldarsi con i bracieri o per metterlo nei vecchi ferri da stiro.<\/p>\n<p>Conclusione<br \/>\nIl mestiere del \u201ccarbonaro\u201d oggi, con l\u2019avvento delle nuove risorse energetiche, gas in bombole, metano, energia elettrica, \u00e8 scomparso, ma di tutti i mestieri, penso che questo sia stato uno dei lavori pi\u00f9 massacranti che l\u2019uomo abbia mai fatto. Oggi in commercio troviamo solo la carbonella che mettiamo nei nostri Barbecue, ed anche se \u00e8 di ottima qualit\u00e0, viene per\u00f2 prodotta tutta a livello industriale.<\/p>\n<p>1-Lume a carburo.<br \/>\n2-Pane, formaggio, salsicce, farina di\u00a0 polenta, uova, ventresca.<br \/>\n3-Luogo piano senza sassi.<br \/>\n4-Una sega lunga quasi 2 metri.<br \/>\n5-Roncole.<br \/>\n6-I nostri boschi sono quasi tutti\u00a0 ricoperti da faggi e proprio dal legno di faggio insieme a quello di quercia, detti legni nobili, si ricavava il\u00a0 carbone pi\u00f9 pregiato e pi\u00f9 richiesto.<br \/>\n7-Si raccontava di due carbonai che, mentre segavano i tronchi, anzich\u00e9 lavorare scherzavano, dicendo: \u201cA me &#8211; a te, a me &#8211; a te , a me &#8211; a te\u00a0 reposimoce na cria (riposiamoci un poco)\u201d. Un giorno il padrone sent\u00ec le loro voci\u00a0 e, avvicinatosi, vide in che modo lavoravano quei due. Senza dir loro nulla, alla fine del mese, quando si presentarono per ritirare la paga, prese il cassetto dove erano i soldi e facendolo scorrere su e gi\u00f9 disse loro: \u201cA me &#8211; a te , a me &#8211; a te , a me &#8211; a te reposimone na cria\u201d. I due si guardarono in faccia e capirono che il padrone aveva visto in che modo lavoravano e senza dire una parola uscirono con la paga dimezzata.<br \/>\n8-Una specie di forca di legno con una tavoletta di legno legata sopra.<br \/>\n9-Lentamente senza mai sviluppare la fiamma.<br \/>\n10-Pezzetti di ramo secco di 10 cm.<br \/>\n11-Quelle prodotte dalla scure quando si taglia un albero.<br \/>\n12-Legno bruciato solo in parte.<br \/>\n13-Paletta di legno con due manici ai bordi.<br \/>\n14-Due bastoncini che si attorcigliavano agli angoli del sacco per chiuderlo.<br \/>\n15-I vetturini che con i muli trasportavano le balle di carbone.<br \/>\n16-Piccole vaschette di ghisa bucate sotto per far uscire la cenere.<br \/>\n17-Tegami di coccio.<br \/>\n18-Pentole, di coccio anch\u2019esse.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I CARBONAI DI CAPPADOCIA di Mario Cosciotti Molte volte camminando tra i boschi di Cappadocia ho notato alcune piazzole ricoperte di terriccio nero misto a cenere, dove un tempo vi&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[18],"tags":[],"class_list":["post-1988","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-pillole-di-aequa"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1988","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1988"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1988\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1989,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1988\/revisions\/1989"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1988"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1988"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1988"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}