{"id":1998,"date":"2014-01-09T17:55:49","date_gmt":"2014-01-09T16:55:49","guid":{"rendered":"http:\/\/www.aequa.org\/v1\/?p=1998"},"modified":"2014-01-09T17:55:49","modified_gmt":"2014-01-09T16:55:49","slug":"il-principe-camillo-massimo-e-gli-abbellimenti-nel-palazzo-baronale-di-roviano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/il-principe-camillo-massimo-e-gli-abbellimenti-nel-palazzo-baronale-di-roviano\/","title":{"rendered":"IL PRINCIPE CAMILLO MASSIMO E GLI \u201cABBELLIMENTI\u201d NEL PALAZZO BARONALE DI ROVIANO"},"content":{"rendered":"<p>IL PRINCIPE CAMILLO MASSIMO<br \/>\nE GLI \u201cABBELLIMENTI\u201d NEL PALAZZO BARONALE<br \/>\nDI ROVIANO<\/p>\n<p>di Artemio Tacchia<\/p>\n<p>Gli ultimi restauri che stanno interessando il Palazzo baronale di Roviano (1) hanno ridestato curiosit\u00e0 ed interrogativi tra la gente e gli amministratori, soprattutto intorno al problema se \u201cricostruire\u201d la merlatura del muro di via Porta Scaramuccia oppure no. Naturalmente, come per ogni questione che riguarda i monumenti e la loro conservazione, le opinioni sono tante e contrastanti. C\u2019\u00e8 chi fa pressione sui responsabili della gestione del progetto perch\u00e9, in fase di sistemazione del muro, altrimenti detto \u201cde ji Toti\u201d (2), si ricollochino i merli \u201cguelfi\u201d che ricordano con nostalgia per averli visti in situ fino alla met\u00e0 del XX secolo e chi, al contrario, sostiene che una tale operazione non solo rappresenterebbe un \u201cfalso storico\u201d, come gi\u00e0 fece il principe Camillo Carlo Massimo (3) facendo credere alla popolazione che il manufatto, in passato, era parte delle mura di cinta del castello, ma che tale intervento risulterebbe essere anche pesante dal punto di vista dell\u2019impatto ambientale.<\/p>\n<p>Il Palazzo baronale era privo di merli<br \/>\nE\u2019 possibile che nel medioevo le tre torri che collegavano le mura del castello di Roviano fossero merlate. Poi, per\u00f2, a partire dal Rinascimento quando tutti i castelli cominciarono ad essere trasformati in palazzi residenziali, anche in quello di Roviano le torri vennero coperte con tetti. Abbiamo diverse testimonianze in proposito. La prima \u00e8 un disegno di F. Mochetti pubblicato su L\u2019Album dell\u20198 agosto 1846 (4). Roviano appare formato da quattro casupole sulle quali svetta spropositato il Palazzo dei Barberini Colonna di Sciarra con le sue tre torri coperte: due della vecchia residenza fortificata (la terza a sud era stata demolita da anni) e una degli appartamenti a nord (quella con il loggiato coperto con gli archi a tutto sesto riportati alla luce dai restauri attuali).<br \/>\nLa seconda si ricava dalla minuziosa descrizione fatta in occasione della \u201cConsegna di fabbricati nei feudi di Roviano e Anticoli Corrado\u201d affittati dalla principessa Carolina D\u2019Andria Pescopagano vedova del principe Maffeo Barberini Colonna di Sciarra (seniore) a Giacinto Todini di Scarpa (Cineto Romano) avvenuta nell\u2019ottobre 1859. In essa si legge: \u201cDal predetto vano (la \u201cPiccionaia\u201d, ndr) si passa ad una loggia coperta che \u00e8 all\u2019 interno della torre con pavimento e muri in cattivo stato che sostengono il sopraposto tetto ad una pendenza impianellato (&#8230;) In essa loggia altra scala di legno (&#8230;) ascende ad altro vano (altra piccionaia, ndr) (&#8230;) pavimento lastricato con qualche mancanza coperto a tetto impianellato con incavallatura relativa ad un lucernale senza fusto\u201d\u00a0 (5).<br \/>\nNella scheda n. 145060, redatta dai tecnici della Regione Militare Centrale di Roma per riportare il punto trigonometrico individuato sul Palazzo per il periodo 1871-92, \u00e8 scritto che la quota alla \u201cgronda del tetto della torre\u201d (6) risulta ad una altezza di 531,39 metri s.l.m. e nel disegno la torre appare con il tetto e due sole finestre arcuate (oggi sono tre).<br \/>\nIn una foto del 1888, scattata in occasione dell\u2019inaugurazione della ferrovia Roma-Sulmona, si vedono chiaramente, anche dai colori delle pietre pi\u00f9 bianche rispetto ai grigi del paesaggio intorno, il muro di via Porta Scaramuccia completamente alzato e rifinito solo per met\u00e0 con i merli guelfi e la torre coronata con sei merli per faccia. Quest\u2019ultima opera, per\u00f2, dovette sembrare eccessiva perfino al principe Massimo se, in un\u2019altra fotografia di fine Ottocento, presa sempre dalla stazione ferroviaria, si vede la torre principale tutta smozzicata e\u00a0 \u201cnuovamente\u201d oggetto di lavori per diminuire i merli da sei a cinque, come poi si sono conservati fino ad oggi (7).<br \/>\nNel Registro della \u201cCasa Massimo, feudi di Roviano ed Anticoli Corrado\u201d, infine, che si conserva nell\u2019Archivio comunale, nella parte dove vengono riportate le notizie generali si legge: \u201cNegli ultimi tempi fu dal principe Massimo merlata la torre\u201d (8).<br \/>\nTutti questi documenti dovrebbero bastare a confutare l\u2019opinione che \u201ci merli guelfi\u201d c\u2019erano da sempre sulla torre e sul muro de \u201cJi Toti\u201d.<br \/>\nAd inventarsi \u201cl\u2019abbellimento\u201d per necessit\u00e0, in quanto non riusciva a dimostrarne il possesso, fu il principe Massimo che lo scrive di proprio pugno il 31 maggio 1878 in una lettera indirizzata al suo procuratore Guglielmi di Tivoli, al quale capziosamente suggerisce: \u201cBisogna (\u2026) pensare che quell\u2019arco (Porta Scaramuccia, ndr) non era costruito per porta di entrata del paese, ma bens\u00ec faceva parte del giro delle mura di cinta del Castello di cui erano un\u2019appendice\u201d (9).<br \/>\nMa questo muro non c\u2019era e per renderlo \u201cun\u2019appendice\u201d unitamente alla Porta Scaramuccia, che in quel momento era materia di contenzioso con il Comune, aveva bisogno di farlo costruire ex-novo. Cos\u00ec, visto che ci doveva mettere le mani e i soldi, tanto valeva trasformare tutto il Palazzo baronale e renderlo un poco somigliante all\u2019altra sua residenza principale di Arsoli.<br \/>\nCome era tendenza nella aristocrazia romana di allora, il principe Massimo, nella speranza di \u201criproporre l\u2019immagine di un potere feudale, in realt\u00e0 in completa decomposizione\u201d , aveva tentato con i numerosi lavori e abbellimenti di \u201cricostruire un ambiente allusivo della storia del castello dal medioevo al cinquecento, mai esistito prima, tuttavia carico di simbolismi feudali, materializzati nel baldacchino, con le insegne della famiglia\u201d (10).<\/p>\n<p>La ricostruzione di Porta Scaramuccia<br \/>\nNessuno si sarebbe mai sognato di erigere un muro merlato sul lato a nord-ovest del Palazzo se, prima, non ci fosse stata l\u2019incauta e provocatoria demolizione dell\u2019arco della Porta Scaramuccia ordinata dal sindaco Giuseppe Scacchi la mattina del 3 gennaio 1878 con il pretesto di allargare la strada (11). Fino ad allora, il terreno roccioso tra il castello e la via era scosceso ed in basso lo spazio era utilizzato ad orto e delimitato da un piccolo muro di cinta con piccoli ambienti rustici. Anzi questo \u201corto fuor di Porta Scaramuccia\u201d, che era la met\u00e0 dell\u2019attuale giardino pensile (l\u2019altra met\u00e0 apparteneva ai Parisi), ospitava alcuni \u201cpozzi neri\u201d e fungeva anche da \u201cimmondezzaio\u201d. Quest\u2019ultimo si prolungava tra le stalle e gli orti (tra i quali quello della chiesa) fino alla\u00a0 strada denominata \u201cdel Borgo\u201d, oggi via Trento (12).<br \/>\nLa vicenda della demolizione di Porta Scaramuccia si inserisce in un contesto di duro scontro politico che, a pochi anni dalla \u201cpresa di Roma\u201d, vedeva in lotta due fazioni: il partito \u201cguelfo\u201d del principe, con in testa i Nardoni (affittuari dei suoi beni e sostenuti dal fratello arciprete) e il partito \u201claico\u201d o \u201cmunicipale\u201d che era capeggiato dal sindaco Giuseppe Scacchi e dai Tiritante. In mezzo gli altri piccoli possidenti locali che si schieravano, a seconda delle convenienze, ora con l\u2019uno ora con l\u2019altro. La vera materia del contendere, in verit\u00e0, era l\u2019opposizione dei contadini e dei piccoli proprietari alla pretesa del principe Massimo di esigere ancora le corrisposte prediali (l\u2019ottava dei prodotti lavorati sulle terre di Roviano) e il pagamento di vari canoni, di origine feudale (13).<br \/>\nIl sindaco ed il mastro muratore Francesco Grisanti, comunque, uscirono indenni dal procedimento penale (\u201cnon farsi luogo a procedere per inesistenza di reato\u201d) per aver agito a salvaguardia della pubblica incolumit\u00e0, mentre il principe Massimo, non potendo provare in alcun modo i diritti di possesso sulla Porta, baratt\u00f2 col Comune il riconoscimento della propriet\u00e0 in cambio di soldi per la costruzione del cimitero e dell\u2019impegno a ricostruire l\u2019arco a proprie spese.<br \/>\nLa Porta venne restaurata un paio d\u2019anni dopo e il principe, oltre a ricollocarci la sua arma gentilizia, vi inser\u00ec la memoria marmorea in latino che tuttora, cos\u00ec tradotta, si legge: \u201cCamillo Massimo, Signore di Arsoli Roviano e Anticoli, ripristina l\u2019arco di antica costruzione, dal volgo detto Porta Scaramuccia, rovinante e spaccato, a sue spese per decoro e ornamento del castello. Anno 1880 \u201d.<br \/>\nGi\u00e0 qualche anno prima, per\u00f2, si era messa mano alla Porta. Stando a quanto si legge dal resoconto di un intervento dell\u2019assessore Luigi Nardoni nel Consiglio comunale del 22 ottobre 1878, parrebbe che nell\u2019ottobre del 1877 (e il sindaco lo aveva lasciato fare) lo stesso Massimo \u201cfu quegli che ristaur\u00f2 l\u2019Arco, facendovi li merli\u201d e mettendoci la propria arma gentilizia (14). Probabilmente il principe, nell\u2019ambito dei vari lavori intrapresi nel Palazzo, in occasione della collocazione dell\u2019arma gentilizia aveva creato dei piccoli merli, tanto che nel progetto di ripristino redatto dall\u2019ing. Giuseppe Tosi si parla di creare un \u201caumento del rustico\u201d e \u201cdella merlatura\u201d, cosa poi realizzata anche per far posto alla memoria suddetta.<br \/>\nComunque, ottenuta la Porta, il principe Massimo prosegu\u00ec nell\u2019attuazione di un progetto impegnativo (anche se poi non riuscir\u00e0 a portarlo tutto a termine) che invest\u00ec, con lavori di restauro, rifacimento e abbellimento che durarono fino alla fine dell\u2019Ottocento, non solo il muro a nord-ovest ma l\u2019intero Palazzo baronale, modificandolo in maniera significativa (15).<\/p>\n<p>\u201cInnovazioni ed abbellimenti\u201d<br \/>\nIn un voluminoso Registro appartenuto alla \u201cCasa Massimo\u201d riguardante i possedimenti nei \u201cFeudi di Roviano ed Anticoli Corrado\u201d ed ora conservato nell\u2019Archivio comunale, particolarmente utili tornano le pagine 288-289 scritte, insieme agli \u201cAppunti estimativi\u201d, dall\u2019Ing. Salvatore Passeri nel 1896, in quanto elencano tutta una serie di \u201cInnovazioni ed abbellimenti fatti in Roviano dal P.pe Camillo Carlo Massimo\u201d a partire dal 1875.<br \/>\n\u201c Sul Portone del Castello \u2013 scrive il Passeri \u2013 fu posto uno stemma dell\u2019Ecc.ma Casa ricavato in terra cotta da quel bellissimo in stucco rilevato esistente nel 2\u00b0 cortile del Palazzo delle Colonne in Roma, e questo di Roviano \u00e8 semplicemente sormontato da un amorino in piedi, senza il serto di fiori intorno. Nell\u2019interno del Cortile sulla porta di faccia (oggi \u00e8 l\u2019entrata del Museo, ndr) che d\u00e0 accesso al piano Nobile fu collocata una Madonna col S. Bambino contornata da fiori, e frutti, bassorilievo in terra cotta colorata, lavorata in Bologna alla fabrica Minghetti sullo stile del Luca della Robbia. La contigua scala che mette al piano superiore venne ricoperta di tettoia (&#8230;)\u201d.<br \/>\nIl 3 novembre 1875 il principe fece collocare nella summenzionata camera \u201cun gran Baldacchino in panno rosso trinato giallo, sormontato da 4 gigli intagliati in legno celeste, e oro, con suo bancone, e dassello colle Armi di Casa Massimo, e Lucchesi Palli, esistente in Roma, e poi destinato per Arsoli: il fusto per\u00f2 era quello di un altro Baldacchino, che stava in Arsoli nella Sala dei Zuccari e che venne disfatto per vecchiezza\u201d. L\u2019antica Spezieria pubblica, gi\u00e0 esistente nel Seicento, che all\u2019epoca era situata \u201cin una stanza terrena sotto la Casa Pretoriale\u201d, in Piazza S. Giovanni, fu trasportata \u201cin un ambiente del Palazzo\u201d e accresciuta \u201cdi molti vasi antichi\u201d (16).<br \/>\nNel 1879, come abbiamo visto, il principe Massimo si accord\u00f2 con maestranze arsolane per far ricostruire l\u2019arco di Porta Scaramuccia. \u201cIn questa occasione venne anche merlata la torre quadrata pi\u00f9 eminente del Palazzo: i tetti del quale furono restaurati sulla fine del 1889 impiegandovi circa 500 canali presi a Petescia\u201d.<br \/>\nNel medesimo periodo della ricostruzione di Porta Scaramuccia, con gli stessi muratori arsolani Luigi Alfani e Ulisse Giordani, \u201cvenne rialzato il muro di cinta verso il Palazzo che congiunge coll\u2019Arco stesso e sull\u2019alzamento vennero piantati dei merli, e questo lavoro venne combinato per Lire seicento (\u00a3 600)\u201d (17).<br \/>\nTuttavia, malgrado tutti questi lavori esterni e gli indubbi \u201cabbellimenti\u201d, anche con la messa in opera della finestra bifora sulla facciata est che d\u00e0 sulla corte, il Palazzo nelle mani degli affittuari, ai quali fu consegnato nel 1880 gi\u00e0 \u201cnello stato inservibile e inaffittabile\u201d, continuava ad andare in rovina. \u201cLo stato generale \u00e8 deplorevole&#8230;l\u2019abbandono \u00e8 generale e quasi pu\u00f2 dirsi della massima parte inabitabile&#8230;La vecchia cisterna o serbatoio \u00e8 ricolmo di immondizie e si sospetta anche che perda&#8230; \u00e8 necessario o assolutamente demolire per non pagare le imposte o restaurare per non perdere il reddito che potrebbe dare\u201d- scriveva il Passeri, sollecitando un deciso intervento pi\u00f9 sulle strutture interne che esterne. Cos\u00ec, \u201c nel 1896 fu fatta una verifica generale di tutti i vani del Palazzo di Roviano fino alle cucine sotterranee per farvi i restauri pi\u00f9 necessari, specialmente agli infissi, mattonati (\u2026) dovendosi per\u00f2 servire in gran parte delle persiane, e delle finestre tolte dal 1\u00b0 piano del Palazzo d\u2019Arsoli in occasione che vi furono fatte le mostre di finestre bifore in pietra. Fra questi restauri fu pure compreso di togliere un tramezzo nella stanza al 1\u00b0 piano (ove a tempo di Sciarra avevano formata la Cappella) e cos\u00ec restituire la camera come era in origine, ed \u00e8 la camera antecedente al Salone grande\u201d. Furono fatti altri lavori: sostituzione di travi, tinta alle pareti, pittura dei soffitti al 1\u00b0 piano \u201cda affidarsi a qualche discreto pittore che sappia imitare lo stile antico\u201d, raccomandava allora il Passeri. Probabilmente in quegli anni fu dipinta la stanza al primo piano, dove oggi vi \u00e8 la sezione dell\u2019olivicoltura e della viticoltura del Museo, e fu spostata la cappella nella stanza degli affreschi cinquecenteschi.<\/p>\n<p>Conclusione<br \/>\nE\u2019 passato oltre un secolo dagli interventi edilizi e architettonici del principe Massimo. I merli del 1880 appiccicati lungo il muro sono rimasti in piedi appena cinquant\u2019anni, lesionati anche dalle forti sollecitazioni del terremoto del 1915. Riproporli oggi non ha alcun senso, anzi, se proprio ci fossero i soldi e la voglia di intervenire sul Palazzo bisognerebbe ripristinare la loggia e il tetto del mastio e pensare seriamente alla protezione delle facciate.<\/p>\n<p>1- Gli interventi progettati nel \u201cPiano di Recupero Integrato\u201d approvato dal Comune e finanziato dalla Regione Lazio, oltre a prevedere l\u2019abbattimento di edifici non compatibili nel Centro Storico, il rifacimento con sampietrini bianchi delle strade, dei giardini e delle piazze, l\u2019acquisizione e il restauro di abitazioni private fatiscenti, comprende anche il restauro e il recupero residenziale dell\u2019ala del Palazzo baronale a nord-ovest e la sistemazione di tutto il giardino pensile, compreso il muro de \u201cJi Toti\u201d. Con finanziamenti della Comunit\u00e0 Europea, invece, per ospitare il \u201cMuseo della Civilt\u00e0 contadina Valle dell\u2019Aniene\u201d \u00e8 stato restaurato tutto il Palazzo baronale, compresa la torre.<br \/>\n2- La strada, prima di chiamarsi \u201cvia di Porta Scaramuccia\u201d, era intitolata al patriota Enrico Toti.<br \/>\n3- Il feudo di Roviano venne acquistato il 3 luglio del 1872 dal principe Don Camillo Massimo che di battesimo si chiamava Carlo. Nella famiglia Massimo \u00e8 Camillo X, secondo quanto stabilito da Camillo di Ascanio Massimo nell\u2019istituzione della primogenitura (1640). Cfr. T. Passeri, Il principe D. Camillo al battesimo Carlo Massimo e la sua presa di possesso in Arsoli, 1874 Roma.<br \/>\n4- Il disegno illustra l\u2019articolo di V. Anivitti, Le ruine di S. Maria dell\u2019Oliva sulla via Sublacense al\u00a0 miglio XXXIII, in L\u2019Album, pp. 191-192, Roma 1846.<br \/>\n5- Documento in fotocopia presso archivio privato.<br \/>\n6-\u00a0 idem.<br \/>\n7- archivio privato e A. Mannucci \u2013 G. Mezzetti, Il fumo della vaporiera. 1879-1976, p. 143, Tivoli 1976. Anche nel dipinto-invito alla corsa-prova per l\u2019agibilit\u00e0 della ferrovia (11.7.1888), tronco Cineto &#8211; Colli di Monte Bove, il Palazzo baronale di Roviano \u00e8 ancora rappresentato con le torri coperte da tetti, cfr A. Mannucci, Centenario della ferrovia Roma-Sulmona, p. 62, 1988 Tivoli.<br \/>\n8- archivio Comunale, Appunti estimativi dell\u2019ing. Salvatore Passeri, feudi di Roviano ed Anticoli Corrado, 1896.<br \/>\n9- a. tacchia, Porta Scaramuccia, 1982, Tipografia Tambro\u00a0 Pomezia, p. 22.<br \/>\n10- E. parisi, Il castello di Roviano: centro e immagine del potere baronale e declino feudale, pp. 35-40, in Ricerca e territorio. Lavoro, storia, religiosit\u00e0 nella valle dell\u2019Aniene, a cura di F. F. Bernardini e P. E. Simeoni, 1991, Leonardo De Luca Editori.<br \/>\n11- Sulla Porta Scaramuccia ed in particolare sulla vertenza tra il principe Massimo e il Comune di Roviano vedi a. tacchia, op. cit..<br \/>\n12- Vedi\u00a0 pianta del Catasto Gregoriano (1816-19) e, soprattutto, il Cabreo redatto dal Mucci per conto dei Colonna Barberini di Sciarra (1862 ?) pubblicato in aggiunta alle \u201cMemorie principali della Terra di Roviano\u201d di don Bartolomeo Sebastiani a cura dell\u2019Associazione \u201cLa Marzella\u201d, Roviano 1998. Ancora nel 1912, secondo una pianta redatta da Enrico Marchionne, la porzione dell\u2019area\u00a0 pi\u00f9 a nord, denominata \u201cgiardino\u201d era dei\u00a0 Parisi (per questo documento ringrazio l\u2019ingegnere Vincenzo Marchionne). Il muro fu costruito tutto dal principe Massimo in cambio di \u201caiuti\u201d nella vertenza da parte di Giuseppe Parisi, segretario comunale e proprietario dell\u2019orto-giardino?<br \/>\n13- I contrasti con il principe Massimo dureranno, comunque, fino alla fine del secolo. Si risolveranno solo con transazioni e convenzioni firmate con altri sindaci pi\u00f9 \u201cvicini\u201d a lui e la vendita del feudo ai Brancaccio nel 1902, con i quali, comunque, erano imparentati.<br \/>\n14- Cfr A. tacchia, op. cit., p. 23 e nota 25 e documenti in Appendice.<br \/>\n15- Il principe voleva rivestire, come ad Arsoli, tutte le finestre del Palazzo che danno sulla corte con le bifore. Il progetto non fu portato a termine e queste, in grande quantit\u00e0, sono rimaste ammonticchiate in una stanza al pian terreno fino ai primi anni Ottanta. Iniziati i restauri, sono sparite.<br \/>\n16- Ad oggi, \u00e8 rimasto sul portone d\u2019ingresso al Palazzo solo lo stemma in terracotta; tutto il resto forse ha preso la via prima per Arsoli, quando i Massimo vendettero ai Brancaccio, e poi per S. Gregorio da Sassola prima del 1979, anno in cui la principessa Donna Ceccarelli ved. Brancaccio vendette il castello al Comune di Roviano.<br \/>\n17- Archivio privato, Relazione anonima, Roviano, Arco di Porta Scaramuccia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>IL PRINCIPE CAMILLO MASSIMO E GLI \u201cABBELLIMENTI\u201d NEL PALAZZO BARONALE DI ROVIANO di Artemio Tacchia Gli ultimi restauri che stanno interessando il Palazzo baronale di Roviano (1) hanno ridestato curiosit\u00e0&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[18],"tags":[],"class_list":["post-1998","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-pillole-di-aequa"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1998","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1998"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1998\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1999,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1998\/revisions\/1999"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1998"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1998"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1998"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}