{"id":2008,"date":"2014-01-10T17:45:16","date_gmt":"2014-01-10T16:45:16","guid":{"rendered":"http:\/\/www.aequa.org\/v1\/?p=2008"},"modified":"2014-01-10T17:45:16","modified_gmt":"2014-01-10T16:45:16","slug":"la-calecara-ovvero-la-cama-la-pietra-il-fuoco-e-lacqua-a-riofreddo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/la-calecara-ovvero-la-cama-la-pietra-il-fuoco-e-lacqua-a-riofreddo\/","title":{"rendered":"LA CALECARA, OVVERO LA CAMA, LA PIETRA, IL FUOCO E L\u2019ACQUA A RIOFREDDO"},"content":{"rendered":"<p>LA CALECARA, OVVERO LA CAMA, LA PIETRA,<br \/>\nIL FUOCO E L\u2019ACQUA A RIOFREDDO<\/p>\n<p>di Paola Elisabetta Simeoni<\/p>\n<p>\u201cIl ricordo \u00e8 un impressione: l\u2019impressione che resta nella memoria\u201d (Littr\u00e9 cit. da M. Aug\u00e9)<\/p>\n<p>\u201cL\u2019amore, la morte e il fuoco sono uniti in uno stesso istante\u201d (G. Bachelard)<\/p>\n<p>Sui terreni della famiglia Sebastiani Del Grande, grossi proprietari locali, lungo la strada per Vallinfreda, dove si trovava l\u2019aia e dove oggi \u00e8 la casa di Moroli, nei caldi giorni di agosto dopo il duro lavoro della mietitura e della trebbiatura, si faceva la calecara nella grande fornace a pozzo costruita in mattoni (1).<br \/>\nL\u2019analisi della operazione completa, che portava la pietra della montagna a diventare calce da costruzione, attinge a due diversi tipi di documentazione, legati alla memoria orale: quello dell\u2019addetto alla calcara (2), uno degli ultimi contadini a fare questo mestiere, e la testimonianza, molto diversa per estrazione culturale, di un villeggiante (3), che sin da bambino, passa le sue vacanze a Riofreddo. Questi ha scritto recentemente un romanzo di memorie, nel quale si avverte l\u2019insopprimibile necessit\u00e0 di narrare le suggestioni legate alla sua esperienza riofreddana, per ricordare e testimoniare, tramite l\u2019immaginazione poetica, memorie di un tempo speciale vissuto tra realt\u00e0, fantasticherie e risonanze emotive scatenate dall\u2019esplorazione di una realt\u00e0 culturale \u201caltra\u201d (4).<br \/>\nLe due fonti documentarie trovano punti di convergenza, ma riportano anche informazioni diverse; si esprimono soprattutto con linguaggi e \u201cvisioni del mondo\u201d differenti. Elementi comuni sono: la percezione emotiva di una operazione straordinaria, ai limiti tra realt\u00e0 e quotidiano, il coinvolgimento emotivo di fronte al grande fuoco che divora e trasforma, la bellezza delle fiamme, la sensazione forte e avvolgente del calore, l\u2019eccezionalit\u00e0 degli incontri sociali intorno al fuoco della fornace.<br \/>\nNei ricordi dell\u2019addetto alla calcara ritorna, accanto alla gioia del momento fantastico, la realt\u00e0 del duro lavoro contadino; nei ricordi del villeggiante, invece, memoria dei periodi trascorsi in villeggiatura a Riofreddo che vengono elaborati in una dimensione poetica e fantastica, queste ultime divengono lo spunto per evocare dimensioni mitiche e archetipiche dei fondamenti culturali e inconsci dell\u2019esistenza umana.<\/p>\n<p>La \u201ccama\u201d, la fornace, la pietra<br \/>\nCon lo scarto del grano, dice Federico Conti, la cama, cio\u00e8 la pula, \u201cla pulla, la rischia del grano, il cocchietto che acchiappa\u2026quella che se la metti in bocca non riesce\u2026cammina, i pezzetti di paglia che rimanevano con la cama\u201d\u2026 Tutto questo materiale veniva ammucchiato s\u00ec da formare una specie di grande covone \u201csi andava su, si andava su, si andava su\u2026 diventava un camone\u201d.<br \/>\nDal racconto di Piero Marietti questo \u201ccamone\u201d era : \u201cUn monte di cascame e di pula alto circa quattro metri e con una base dimensionata di conseguenza, che era il divertimento di tutti i ragazzi. Divertimento in realt\u00e0 osteggiato dai genitori, i quali dovevano poi ripulire corpi e i vestiti dei figli di un numero interminabile di pagliuzze attaccate e intruse fino a livelli insospettabili durante i salti e le affondate\u201d (5).<br \/>\nCon\u00a0 quello scarto si alimentava la calecara per fare i \u201csassi cotti\u201d, che servivano a loro volta a fare la calce per l\u2019edilizia locale. Negli anni \u201950 del secolo scorso Federico Conti lavorava con altri tre compagni, Vincenzo Rainaldi, detto \u201cSiracchio\u201d, Amedeo Ciotti e Davide Portieri, detto \u201cFaina\u201d (6). La prima operazione consisteva nell\u2019andare a raccogliere i sassi sulla montagna, sulla strada verso Vallinfreda, \u201cquando si prende quel pezzo di pianura, prima di prendere la costa\u2026l\u00ec [la pietra] era bonissima\u201d. Si prendeva con la gravina, con ju piccone, con la mazza rompevi le pietre pi\u00f9 grandi. Era una terra, quella, dove si lavorava il grano e i sassi venivano accatastati; oppure \u201csi andava [anche] alla cava degli scalpellini\u201d.<br \/>\nIl grande forno della calecara, 4 metri circa di altezza per 2 m &#8211; 2,5 metri di diametro, si trovava, come abbiamo detto, presso l\u2019aia dei Sebastiani Del Grande, loro l\u2019avevano costruita ed era quindi di loro propriet\u00e0, cos\u00ec come il terreno da cui traevano le pietre e il camion con il quale trasportavano i sassi da \u201ccuocere\u201d (7). Il forno era un grande pozzo cilindrico ricoperto di mattoni, in gran parte scavato nel terreno della montagna, una parte esterna, a muro. Nella parte frontale, alla base del forno, due aperture per l\u2019alimentazione, una pi\u00f9 in alto per introdurre la cama, l\u2019altra posta pi\u00f9 in basso per estrarre la cenere; l\u2019interno era vuoto e doveva essere riempito dalle pietre di cottura.<br \/>\nOccorreva una grande abilit\u00e0 per sistemare le pietre da cuocere: esse andavano disposte in tondo facendole sporgere leggermente in maniera da formare una \u201ccupola\u201d di forma conica: \u201cmano mano si accomodavano i sassi, quelli pi\u00f9 piccoli quelli pi\u00f9 grandi, venivano tutti incrociati\u2026 b\u00e8 per non farla spall\u00e0\u201d. In questo modo si veniva a formare alla base del pozzo uno spazio vuoto, per un mezzo metro circa. Pi\u00f9 in basso il pozzo finiva nel terreno a forma di cono rovesciato rispetto al primo, all\u2019interno del quale si infilava la cama\u00a0 per alimentare il fuoco. Lo spazio non occupato dalla zona di alimentazione veniva successivamente colmato da altre pietre fino a riempire tutto il forno. Si faceva quindi della malta con la terra e in cima al forno, sopra gli ultimi sassi, si metteva prima la paglia poi questa malta, lasciando di proposito tanti piccoli fori, le bocchette, per fare uscire il fumo prima e poi il fuoco: con il calore la paglia bruciava e la malta si seccava aderendo alle pietre. Il forno rimaneva cos\u00ec coperto da tutti i suoi lati: malta e mattoni non permettevano al calore di uscire.<br \/>\nCos\u00ec lo descrive Marietti: \u201cUna gran buca scavata nella parte posteriore dell\u2019aia comunitaria, laddove il terreno cominciava a salire invitato dal prepotente pendio del Monte Aguzzo, peraltro ancora lontano. Nella buca abitava, come calato dall\u2019alto a misura, un grosso trullo ricoperto poi di terra, quasi a volerlo mimetizzare. Solo la parte del trullo che si affacciava verso la discesa rimaneva scoperta e, a un osservatore occasionale, sarebbe sembrata una delle tante macere che contenevano e circondavano i campi intorno al paese. L\u2019apertura della calecara, un archetto di stile romanico alto al culmine un mezzo metro, veniva attraversata incessantemente da una pala col manico di ferro lunghissimo con la quale u calecalaro riponeva in quell\u2019infernetto i rimasugli spezzettati della trebbiatura\u201d (8).<br \/>\nFederico e i suoi tre compagni vendevano le pietre cotte, il cui ricavato era diviso a met\u00e0 con il padrone, come era consuetudine a quei tempi a Riofreddo. Ogni calecara produceva circa 100 quintali di calce e la differenza dipendeva da come veniva la cupola: \u201cse facevi uscire meno i sassi per fare il giro si alzava di pi\u00f9\u201d.<br \/>\nIn una estate si arrivavano a fare fino a cinque calecare, producendo cio\u00e8 circa 500 quintali di sassi cotti: \u201cstavamo 15 giorni a brucia\u2019 minimo e 15 notti, 24 ore su 24 se faceva foco\u201d\u2026 \u201cTre d\u00ec e tre notti a fa\u2019 foco, una d\u00ec a sforna\u2019, un giorno a fa\u2019 sassi, a volte anche due giorni secondo come ti incontravi, un giorno a portarli, e un giorno a comporla\u2026 erano 7 giorni.. anche 8 giorni\u201d. Per fare cinque calcare occorreva quindi anche pi\u00f9 di un mese. Cos\u00ec calcola Federico la quantit\u00e0 di lavoro, che lui ricorda relativamente ben pagato rispetto ad altri lavori del mondo contadino, e, mentre fa il computo dei giorni, si accorge che, in realt\u00e0, non aveva calcolato le notti e che, quindi, in fondo, il lavoro della calcara non era affatto ben retribuito: \u201cera forse qualche lira di pi\u00f9, si lavorava di pi\u00f9, per\u00f2 ci dovevi contare pure la notte, perch\u00e9 se ci metti la notte, non era neanche una lira al giorno\u201d.<br \/>\nDi fatto questo lavoro veniva considerato un\u2019opera straordinaria, trasformazione della materia prima con il fuoco in un momento centrale del periodo segnato dall\u2019abbondanza, dal cibo, dal lavoro collettivo della mietitura e della trebbiatura, e per questo la sensazione di Federico \u00e8 che fosse meglio retribuito degli altri. Era comunque un lavoro al quale si attribuiva un grande valore sociale contraddistinto da un carattere fantastico, meraviglioso, magico. Sollevava inoltre sicuramente la curiosit\u00e0 dei forestieri, numerosi in quel periodo dell\u2019anno, come testimonia Piero Marietti.<br \/>\nLa particolarit\u00e0 di questo momento \u00e8 regolarmente punteggiata dal \u201cleit motiv\u201d del ricordo, \u201cerano tempacci\u2026[ma] si stava meglio\u201d. Infatti era una loro straordinaria specificit\u00e0 che altri paesi non avevano: era \u201cbella da vede\u2019\u2026se ci fossero stati i mezzi di oggi, le cineprese\u201d, dice Teresa, moglie di Federico.<br \/>\nLa calecara, pi\u00f9 di altri momenti della vita lavorativa contadina, era al centro della vita paesana. Sin dalle mie prime indagini sul terreno a Riofreddo, la calecara, realt\u00e0 visibilmente centrale nella rappresentazione del identit\u00e0 del paese, \u00e8 stato uno dei temi preferiti. La spettacolarit\u00e0 e specificit\u00e0 dell\u2019operazione, l\u2019originalit\u00e0 del processo lavorativo rispetto agli altri paesi: venivano dai paesi vicini a comprare i sassi cotti, da Vallinfreda, da Vivaro, da Orvinio, da Oricola (dove sembra per\u00f2 se ne trovasse un\u2019altra sempre di propriet\u00e0 dei Sebastiani Del Grande), da Carsoli.<\/p>\n<p>La compagnia, la cenere, il cibo<br \/>\nPerch\u00e9 di pi\u00f9 il complesso lavoro di trasformazione dalla materia con il fuoco, che noi sappiamo in tutti i tempi e in diverse culture essere momento e argomento di riflessioni filosofiche, scientifiche, parascientifiche e magiche, \u00e8 creatore di immagini mitiche e simboliche dai profondi significati archetipici.<br \/>\nTanti mi hanno raccontato che, in quei giorni e in quelle notti dedicate alla calecara, durante i quali Federico e i suoi compagni si alternavano al lavoro \u201cdue ore due, due ore due altri\u201d\u2026mentre \u201cuno infornava e l\u2019altro avvicinava la cama, oppure uno mandava la cama dentro, l\u2019altro tirava fuori la cenere con una zappa\u201d (9), il luogo era frequentato di giorno e soprattutto di notte da visitatori, che venivano a tenere compagnia, a chiacchierare, ma soprattutto a mangiare le patate cotte nelle cenere e a bere un bicchiere di vino.\u201cPrima la giovent\u00f9\u2026ce st\u00e9a la fame&#8230;la notte se le and\u00e9a a robba\u2019 a quelli che le avevano seminate\u2026se le mangiava a loco e se bev\u00e9a\u201d. \u201cIo \u2013 continua\u00a0 Federico \u2013 prendevo due testi de latta, allora spaccavo le patane, ci mettevo u sale, il peperoncino e poi mettevo l\u2019altro testo sopra e lo mettevo nella cenere, oppure le mettevo sane sane dentro la cin\u00ecce\u201d (10).<br \/>\n\u201cEra un piacere risolvere il dopo cena intorno alla bocca della calecara,\u2026accanto al calecalaro\u201d, racconta Piero Marietti e, proseguendo, scrive: \u201cSi sedette sulla paglia asciutta tenuta asciutta dal continuo flusso di luce e si dispose a osservare i movimenti che adagiavano le patate nel letto di cenere bollente ricoprendole con altra cenere. In fin dei conti le patate dovevano gradire quel modo di essere cotte: erano abituate per nascita e crescita alle oscurit\u00e0 sotterranee\u201d (11).<br \/>\nL\u2019uomo della calecara era un personaggio che possedeva il fascino dell\u2019alchimista, proprietario di conoscenze arcane. \u201cVi \u00e8 un dominio (o signoria) sul fuoco, come espressione di potenza magica e dimostrazione del raggiungimento di condizioni superiori alla normalit\u00e0\u201d (12), cos\u00ec scrive ancora Marietti: \u201cU calecalaru sembrava un\u2019entit\u00e0 intrinsecamente legata alla sua funzione e forse la sua sapienza gli veniva in realt\u00e0 dall\u2019essere un non-esistente, nel senso che gli umani generalmente danno all\u2019esistenza\u2026 Figlio della necessit\u00e0 e del ritmo delle stagioni era stato partorito gi\u00e0 uomo e sempre immutabile\u2026 ad ogni fine di trebbiatura \u2026 era l\u2019artefice imprescindibile dell\u2019ultima trasformazione necessaria a chiudere il povero ciclo economico della montagna contadina\u2026 Temperature, tempi, modi e atmosfere erano sottratti alle regole della chimico-fisica e affidati al solo controllo del calecalaro\u201d (13).<br \/>\nSembra fargli eco Federico: \u201cLa calce sono millenni che si adopra e resiste, mentre, chi lo sa col cemento dopo che so passati altri 50 o 60 anni\u2026roba chimica; la calce non \u00e8 chimica\u201d (sic).<\/p>\n<p>L\u2019acqua, la calce<br \/>\nL\u2019opposto del fuoco, l\u2019acqua, \u00e8 protagonista delle ultime fasi della lavorazione della calce. Dopo tre giorni di cottura il fuoco che usciva dalle bocchette diventava violetto e dal colore si capiva che le pietre erano cotte. Si faceva un controllo sulla cima del forno tirando fuori un sasso e controllando il suo stato. Si smetteva di alimentare il fuoco e si facevano raffreddare le pietre, per un giorno e una notte o anche due giorni; si levava quindi la malta e si incominciavano a levare i sassi raffreddati.<br \/>\nPaesani e forestieri venivano a comprarsi le pietre. \u201cSe il sasso crudo faceva un quintale, cotto ne faceva mezzo, ma pure di meno. Un sasso di un chilo, tre o quattro etti poteva pesare. Si metteva alla bascula e si pesava\u201d. Poi \u201cognuno se la smorzava per conto suo\u201d. I riofreddani li mettevano nel fosso Bagnatore e scavavano delle buche pi\u00f9 o meno grandi secondo la quantit\u00e0 di calce. La calce era poi conservata sotto terra, \u201ca ju puzzu\u201d, a volte si faceva il pozzo vicino al fiume, ma anche in cantina. \u201cIo vicino a casa l\u2019ammassavo, ciavevo un pozzetto fatto a muro proprio alla cantina, la buttavo l\u00e0, ce mettevo l\u2019acqua; si doveva smorza\u2019 diveniva come burro, l\u2019acqua non gliela dovevi fa\u2019 manca\u2019 per\u00f2. Quando me serv\u00e9a andavo l\u00e0 ne prendevo un po\u2019\u2026\u201d. \u201cQuando la tenevi fuori sotto terra, pioveva e l\u2019acqua ci andava sopra; se la tenevi dentro, ogni tanto ce dovevi mettere l\u2019acqua se no se rasciugava, diventava gialla e non si scioglieva bene, e dopo l\u2019adopravi\u201d. Poi \u201c si faceva la calce con la\u00a0 zappa, si faceva il tondo con la pozzolana (14) si metteva la calce dentro poi si metteva l\u2019acqua\u201d.<\/p>\n<p>Fuoco &#8211; acqua. Riflessioni conclusive<\/p>\n<p>\u201cLa coscienza non si limita a proiettare significati affettivi sul mondo che la circonda: vive il mondo nuovo che ha costituito\u201d (J. P. Sartre, Idee per una teoria delle emozioni)<\/p>\n<p>\u201cLe coppie degli opposti rientrano nella fenomenologia\u2026 della totalit\u00e0 dell\u2019uomo. Per questo motivo il loro simbolismo attinge espressioni di natura cosmica come cielo-terra. L\u2019intensit\u00e0 dell\u2019opposizione si esprime in simboli come fuoco-acqua, alto-basso, vita-morte\u201d (15).<br \/>\nNella calcara sembra infatti svolgersi una operazione alchemica, non chimica (vedi sopra), di unione e trasformazione, che congiunge gli estremi e che connota la totalit\u00e0 cosmica. \u201cL\u2019alchimia parlava di un\u2019acqua e di una terra alimentate dal fuoco; di una materia generata dallo zolfo\u201d, osserva a sua volta Bachelard, mentre sostiene che \u201cil fuoco \u00e8 un elemento che desta risonanze sessuali\u201d (16). Il simbolismo sessuale \u00e8 sempre legato miticamente e simbolicamente ai temi fondamentali della vita e della morte e dal punto di vista alchemico alle opere di trasformazione della materia.<br \/>\nCi viene in aiuto Marietti. L\u2019uomo del fuoco, \u201cimmergendo la lunga pala nell\u2019immenso sesso ardente della donna\u2026 ne cav\u00f2 ripetutamente la cenere, luminosa e occhieggiante, finch\u00e9 rimaneva nei paraggi del grande fuoco, grigia e appagata, ma ancora calda, come percorsa sotterraneamente dal flusso del sangue di quel parto reiterato\u2026 Quindi aliment\u00f2 la fornace con palate di paglia votata al sacrificio e il fremere grato di quell\u2019utero infernale si rivers\u00f2, attraverso la vagina di pietra, nel limitato intorno ai due astanti, illuminandolo con singulti e contrazioni di bagliore che, dapprima marcati e frequenti, si andarono smorzando di forza, ripetendosi a fatica a misura che veniva raggiunto il nuovo regime\u201d (17).<\/p>\n<p>Riferimenti bibliografici<br \/>\nM. Aug\u00e9, Le forme dell\u2019oblio. Dimenticare per vivere, Milano Il Saggiatore, 2000 (ed.or. Les formes de l\u2019oubli, Editions Payot &amp; Rivages, Paris, 1998)<br \/>\nG. Bachelard, L\u2019intuizione dell\u2019istante. La psicoanalisi del fuoco, Bari, Dedalo, 1973 (ed. or. L\u2019intuition de l\u2019instant, Paris, Gonthier, 1966 e La psychanalyse du feu, Paris, Gallimard, 1967)<br \/>\nCollezione dell\u2019Enciclopedia (di Diderot e di D\u2019Alembert), \u201cL\u2019agricoltura\u201d (a cura di Andrea Menzione), Milano, Mazzotta, 1982<br \/>\nA. Di Nola, Enciclopedia delle religioni, vol. 2, 1970, voce \u201cFuoco e focolare\u201d, pp.1659-1668<br \/>\nEnciclopedia della scienza e della tecnica, Milano, Mondadori, vol. II, voce\u00a0 \u201cCalce\u201d, 1963 (ed.or. Mc -Graw-Hill Encyclopedia of Science and Technology, 1960)<br \/>\nF. Fedeli Bernardini \u2013 P.E. Simeoni, Ricerca e territorio. Lavoro, storia, religiosit\u00e0 nella valle dell\u2019Aniene, Roma, Leonardo-De Luca, 1991.<br \/>\nC. G. Jung, Opere, 14, Mysterium coniunctionis. Ricerche sulla separazione e composizione degli opposti psichici dell\u2019alchimia, Bollati Boringhieri, 1991 (1 edizione 1989) (ed. or. Mysterium coniunctionis. Untersuchungen \u00fcber die Trennung und Zusammensetzung der seelischen Gegens\u00e4tze in der Alchemie, Olten, Walter-Verlag,1971).<br \/>\nLueger, Enciclopedia della tecnica (a cura di Herman Franke), vol.10, \u201cTecnica delle costruzioni\u201d (a cura di Dimitrov N. e Henninger O.), Roma, PEM s.p.a., 1970.<br \/>\nP. Marietti, Il tesoro di Nonio. Il destino nel suono di un nome, Roma, Gangemi, 2001<br \/>\nJ. P. Sartre, L\u2019immaginazione. Idee per una teoria delle emozioni, Milano, Bompiani, 1962 (ed.or. L\u2019imagination, Paris, Presses Universitaires de France, 1936 e Esquisse d\u2019une th\u00e9orie des \u00e9motions, Paris, Editions Scientifiques Hermann, 1939)<\/p>\n<p>1 &#8211; Questo articolo, qui in una versione ridotta, \u00e8 stato presentato al secondo incontro \u201cTra Arno e Tevere. Il fuoco rituale. Documenti del folclore religioso e del lavoro\u201d, organizzato dal Gruppo Interdisciplinare per lo studio della cultura tradizionale dell\u2019Alto Lazio, presso il Museo delle Tradizioni Popolari di Canepina (VT). \u00c8 stato in seguito pubblicato, nella sua versione integrale con il titolo \u201cLo straordinario quotidiano a Riofreddo: la \u201ccama\u201d, la pietra, il fuoco e l\u2019acqua\u201d nel volume a cura di Assunta Achilli e Laura Galli, \u201cIl fuoco rituale\u201d, EDUP, Roma, 2003. Si ringrazia il Prof. Quirino Galli per aver permesso questa pubblicazione.<br \/>\n2 &#8211; Federico Conti, intervista svolta il 25.11.2000 con la collaborazione di Emilio Di Fazio, Archivio sonoro del Museo delle culture \u201cVilla Garibaldi\u201d Riofreddo (RM).<br \/>\n3 &#8211; Piero Marietti. Riofreddo \u00e8 sin dalla seconda met\u00e0 del XIX secolo luogo di villeggiatura.<br \/>\n4 &#8211; Piero Marietti, Il tesoro di Ntonio. Il destino nel suono di un nome, Roma, Gangemi, 2001.<br \/>\n5 &#8211; P. Marietti, op.cit., p.51.<br \/>\n6 &#8211; Conti sostiene che gli uomini che lavoravano alla calcara sono sempre stati quattro. Marietti parla di un solo uomo che lavorava alla calcara.<br \/>\n7 &#8211; Un tempo le pietre si trasportavano con il carretto a due ruote e si facevano da 4 a 6 viaggi.<br \/>\n8 &#8211; P. Marietti, op.cit., pp. 53-54. Il termine \u201ccalecalaro\u201d non \u00e8 stato riscontrato durante le ricerche sul campo come parola usata dai paesani.<br \/>\n9 &#8211; I due uomini che non lavoravano, si \u201cbuttavano per terra alla \u2018cama\u2019, un \u2018cappottacciu\u2019\u201d o una vecchia coperta addosso per riposare.<br \/>\n10 &#8211; Le patate si mangiavano tradizionalmente con tutta la buccia.<br \/>\n11 &#8211; P. Marietti, op.cit., p.53.<br \/>\n12 &#8211; A. Di Nola, Enciclopedia delle Religioni, vol. 2, 1970, p.1666.<br \/>\n13 &#8211; P. Marietti, op.cit., pp.53-54.<br \/>\n14 &#8211; La pozzolana si acquistava a Vicovaro, a Savona o anche a Roma.<br \/>\n15 &#8211; C.G. Jung, op. cit., pp.13-14.<br \/>\n16 &#8211; G. Bachelard, op. cit. p.175.<br \/>\n17 &#8211; P. Marietti, op.cit., p.55.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>LA CALECARA, OVVERO LA CAMA, LA PIETRA, IL FUOCO E L\u2019ACQUA A RIOFREDDO di Paola Elisabetta Simeoni \u201cIl ricordo \u00e8 un impressione: l\u2019impressione che resta nella memoria\u201d (Littr\u00e9 cit. da&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[18],"tags":[],"class_list":["post-2008","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-pillole-di-aequa"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2008","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=2008"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2008\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2009,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2008\/revisions\/2009"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=2008"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=2008"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=2008"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}