{"id":2033,"date":"2014-01-10T18:05:43","date_gmt":"2014-01-10T17:05:43","guid":{"rendered":"http:\/\/www.aequa.org\/v1\/?p=2033"},"modified":"2014-01-10T18:05:43","modified_gmt":"2014-01-10T17:05:43","slug":"il-mestiere-del-casaro-dalla-valle-del-salto-alla-sardegna","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/il-mestiere-del-casaro-dalla-valle-del-salto-alla-sardegna\/","title":{"rendered":"IL MESTIERE DEL \u201cCASARO\u201d DALLA VALLE DEL SALTO ALLA SARDEGNA"},"content":{"rendered":"<p>IL MESTIERE DEL \u201cCASARO\u201d<br \/>\nDALLA VALLE DEL SALTO ALLA SARDEGNA<\/p>\n<p>di Ilaria Candeloro<\/p>\n<p>Classe 1930. Sono ormai settantenni gli ultimi della Valle del Salto che trovarono la loro strada professionale in Sardegna fin da giovanissimi. Facevano il mestiere di \u201ccasaro\u201d e lo hanno fatto cos\u00ec bene da aver formato una scuola, quella dei continentali, maestri dei Sardi stessi nella lavorazione del formaggio. Il flusso migratorio dalla Valle del Salto in Sardegna, verso i maggiori centri di produzione casearia, \u00e8 un fenomeno peculiare della provincia di Rieti, sorto un po\u2019 per caso gi\u00e0 agli inizi del XX secolo, quando una societ\u00e0 cooperativa romana (che operava nella Campagna Romana) decise di impiantare una filiale in Sardegna, dove era abbondante la produzione di latte. Fu cos\u00ec che port\u00f2 con s\u00e9 dei lavoranti dalla provincia di Rieti che gi\u00e0 operavano nella ditta. Successe poi che questi si affermarono con la loro bravura a tal punto da far spargere la fama di \u201ccasari doc\u201d, della cui presenza ogni ditta sarda avrebbe voluto fregiarsi. In breve tempo il fenomeno si diffuse a macchia d\u2019olio. Ognuno che andava anche una sola stagione a lavorare in Sardegna guadagnava un posto per qualche altro parente o compaesano e cos\u00ec lungo l\u2019arco del secolo tutta la popolazione maschile della valle del Salto, si pu\u00f2 dire, ha prestato la sua manodopera nell\u2019industria casearia sarda, chi per una stagione chi per molti anni.<\/p>\n<p>I racconti dei \u201ccasari\u201d<br \/>\nCos\u00ec uno dei \u201ccasari\u201d (1) ora in pensione narra l\u2019inizio di questo fenomeno:<br \/>\n&#8211; Si \u00e8 creato con ditte continentali. Perch\u00e9 \u00e8 la Societ\u00e0 romana, perch\u00e9 il nome stesso\u2026\u00e8 una societ\u00e0 di Roma, che \u00e8 andata in Sardegna e allora conosceva qualche pastore, mi ricordo Berardo Speranza\u00a0 uno dei primi, che sapevano fa\u2019 il formaggio e allora l\u2019hanno portato l\u00ec. Questi poi uno ha portato questo e cos\u00ec via.<br \/>\n&#8211; Come si chiamava questo signore?<br \/>\n&#8211; Sar\u00e0 morto 100 anni fa. Questo \u00e8 il primo che \u00e8 andato in Sardegna: Berardo Speranza.<br \/>\nIl racconto si colora di toni mitologici, cos\u00ec come nel nome del capostipite, una speranza per tutti coloro che poi, grazie a lui, poterono nel corso di tante generazioni usufruire di un lavoro ben pagato con cui mettere s\u00f9 altrettante famiglie. Questo racconto di fondazione, tuttavia, non \u00e8 pi\u00f9 nei ricordi di tutti quelli che sono partiti, perch\u00e9 l\u2019episodio si perde nella notte dei tempi e molti delle generazioni pi\u00f9 recenti non si sono mai chiesti chi avesse iniziato: andavano perch\u00e9 qualcun altro a sua volta li aveva portati.<br \/>\nCos\u00ec un altro \u201ccasaro\u201d in pensione (cognato del precedente) racconta dei suoi esordi:<br \/>\n&#8211; Mio padre gi\u00e0 era vecchio di Sardegna. La prima volta gli \u00e8 stato fatto il posto in Sardegna, mio padre era \u2018cieco\u2019, non conosceva niente, ci hanno scritto una lettera come si doveva comportare, come fare il formaggio, doveva prima il latte metterlo in caldaia, poi scaldarlo, tutto il procedimento, e poi cagliarlo, squagliarlo, tutto scritto. Poi \u00e8 andato l\u00e0 ci si \u00e8 trovato bene, poi piano piano ha cominciato con poco lavoro, poi c\u2019era anche un manovale pratico che lavora sempre nei caseifici, e il formaggio lo faceva fare a quello, e \u201cdai, tu sei giovane, pi\u00f9 di me, dai\u201d e guardava, s\u2019\u00e8 imparato mio padre con quel ragazzo. Dopo mi ha portato pure a me, ma erano parecchi anni che gi\u00e0 stava l\u00ec, poi siamo stati in una ditta Moretti, e mio padre faceva il capogiro, il controllo, a tutti i suoi\u00a0 caseifici, 12-14 caseifici. La sera tornava al caseificio mio, alla sera ritornava alla sede, alla mattina ripartiva con la corriera, con la macchina, andava a un altro caseificio\u2026<\/p>\n<p>Il capogiro e gli spuntini<br \/>\nIn questo racconto ci sono gli elementi della carriera-tipo cui si poteva andare incontro: si veniva per lo pi\u00f9 chiamati da un parente, si andava e si faceva un praticantato e poi negli anni se c\u2019era la costanza del lavoro, l\u2019impegno e l\u2019attitudine si diventava capogiro, cio\u00e8 controllore del lavoro degli altri. Il capogiro godeva di maggior prestigio, rischiava ancora meno degli altri di perdere il lavoro, poteva scegliere le persone nuove da reclutare e quindi vantava un potere \u201csindacale\u201d, anche presso la comunit\u00e0 locale perch\u00e9 \u00e8 evidente che dal paese d\u2019origine senza l\u2019appoggio del capogiro non si andava da nessuna parte.<br \/>\nNella valle del Salto diverse furono negli anni queste figure, dotate di spiccata personalit\u00e0 e carisma che molti, anche tra la popolazione comune, ricordano ancora oggi. Spicca fra tutti Giuseppe Picconi, mitico capogiro, che della Sardegna assimil\u00f2 usi e costumi, tanto da scegliere l\u00ec la donna da sposare e da tornare sempre meno nella terra d\u2019origine.<br \/>\nLa storia di Picconi mette in luce due aspetti interessanti all\u2019interno del fenomeno migratorio che interess\u00f2 la valle del Salto: uno riguarda le dinamiche dei flussi che hanno comportato assimilazioni e integrazioni culturali di diverso grado, l\u2019altro riguarda il ruolo della donna, lo \u201cscambio delle mogli\u201d, si direbbe nel linguaggio antropologico, che ha comportato anche qui diverse forme di acculturazione.<br \/>\nDa una prima ricognizione delle fonti orali ancora esistenti (tanti purtroppo non ci sono pi\u00f9) emerge come il flusso migratorio abbia conosciuto due forme tipologiche: stagionale e stanziale. Il primo, pi\u00f9 frequente, ha riguardato un gran numero di maschi soprattutto in et\u00e0 giovane, che partivano dal loro paese verso novembre-dicembre e vi facevano ritorno dopo circa sei mesi, per l\u2019estate. Questo tipo di emigrazione era anche funzionale all\u2019economia locale, in quanto il lavoro della terra era fermo durante i mesi invernali e quindi l\u2019arrotondamento mediante il lavoro in Sardegna era assai ben visto. Fra questi giovani non tutti facevano poi ritorno gli anni successivi. Per lo pi\u00f9 a tutti capitava di fare un paio di stagioni, ma coloro che scelsero di dedicare l\u2019intera vita lavorativa a questo lavoro stagionale, rendendolo cos\u00ec non pi\u00f9 un arrotondamento ma il lavoro principale, furono molti di meno, anche perch\u00e9 il tipo di lavoro era molto pesante. Un secondo tipo di emigrazione riguard\u00f2 quelle persone che si trasferirono stanziali in Sardegna, portando con s\u00e9 la famiglia, o in qualche caso, formandola sul posto. In questo caso si tratt\u00f2 di impieghi fissi in ruoli anche di responsabilit\u00e0 soprattutto presso aziende importanti, come la Galbani, che aveva i suoi stabilimenti a Chilivani (SS).<br \/>\n&#8211; S\u00ec 13 anni. Allora ero fisso. Prima andavamo, perch\u00e9 \u00e8 cos\u00ec: prima. Dunque io mi so\u2019 congedato nel \u201949, 46, 48, ho cominciato andare in Sardegna per\u00f2 allora andavamo stagionali, ce ne andavamo tanti da Lucoli, per\u00f2 andavamo in piccoli caseifici come si faceva allora.<br \/>\nNell\u2019esperienza di questo pensionato di Fiamignano hanno convissuto entrambi i tipi di lavoro con vantaggi e svantaggi in entrambi i casi. Il lavoro stagionale allontanava dalla famiglia, ma nello stesso tempo era un\u2019occasione di libert\u00e0 e di ritrovo con amici e compagni della stessa avventura. Di questa \u201cgoliardia\u201d rimangono testimonianza i ricordi dei cosiddetti \u201cspuntini\u201d, come li chiamavano i Sardi, appuntamenti gastronomici fra i vari \u201ccasari\u201d a fine giornata (che a volte percorrevano anche 100 chilometri per parteciparvi) con ogni ben di Dio da mangiare.<br \/>\n&#8211; La Sardegna pure io tante volte, non se ne pu\u00f2 parlare, perch\u00e9 in una zona si usa cos\u00ec in un\u2019altra cos\u00ec, per esempio in tanti posti fanno il maialetto sottoterra, arrostito, non lo so, per\u00f2 si fanno degli spuntini, io ne ho fatti parecchi, che uno non ne ha l\u2019idea. La sera magari a quei tempi come dicevo noi in ogni paese stavano dei paesani perch\u00e9 tutti venivano in Sardegna. Una sera ci ha invitati Giggi il Cantatore, a Ogliena a Nuoro [\u2026] una sera andavano da un amico una sera da un altro. &#8211; &#8211; Uno va l\u00ec e trova delle cose nuove, avevano fatto un muro a pietra, la brace, ci stavano degli spiedi, tre quattro maialetti, un castrato, la sera perch\u00e9 tutti lavoravamo di giorno, magari facevamo 100 kilometri [\u2026]\u2026per esempio ci invitava il casaro di Fiamignano, ci invitava no? E lui insieme ai suoi padroni, i suoi amici trovavamo \u2018sta festa, carne, vino, guarda certi spuntini\u2026<br \/>\nNel lavoro stanziale c\u2019\u00e8 il ritrovarsi con l\u2019intera famiglia, uno scambio maggiore di rapporti coi locali, un radicamento maggiore nella Sardegna, dove si mettono radici, a volte anche affettive, e l\u2019ambiente lavorativo e domestico si cerca di\u00a0 \u201caddomesticarlo\u201d e di renderlo pi\u00f9 dolce, pi\u00f9 ospitale:<br \/>\n&#8211; Qui eravamo appena arrivati, ciavevamo piantato le rose, perch\u00e9 l\u00ec era tutto un deserto\u2026<br \/>\n&#8211; Quindi avevate anche un po\u2019 di terra?<br \/>\n&#8211; Ciavevamo l\u2019orto\u2026<br \/>\n&#8211; Poi a me mi piaceva l\u2019uva avevo piantato l\u2019uva\u2026<br \/>\n&#8211; Alla fine facevamo pure il vino\u2026<br \/>\n&#8211; Perch\u00e9 avevo piantato parecchie viti\u2026<br \/>\n&#8211; Per esempio, i vostri vicini di casa erano amici, vi frequentavate?<br \/>\n&#8211; S\u00ec per\u00f2 poi questi vicini dopo sono andati in congedo, hanno dovute lasciare le case sono venuti altri che non\u2026<br \/>\n&#8211; Questo \u00e8 un matrimonio che mio figlio ha fatto da testimone al matrimonio di quella ragazzetta che sta a Chieti\u2026<\/p>\n<p>Le donne dei \u201ccasari\u201d<br \/>\nQui entra in gioco anche il ruolo della donna, preziosa mediatrice fra il maschio lavoratore e la realt\u00e0 locale. Nelle interviste ai \u201ccasari\u201d in pensione \u00e8 discreta, ma indispensabile la presenza della donna, che riporta aspetti importanti di queste vicende. La donna era il centro organizzativo della casa, colei attraverso cui\u00a0 si giocano i rapporti col vicinato e che spesso interveniva anche direttamente nel lavoro del marito con una prestazione d\u2019opera occasionale che consentiva alla famiglia di arrotondare il gi\u00e0 buono stipendio principale che spettava all\u2019uomo. Le mansioni che riguardavano le donne erano certamente meno faticose, ma non meno estenuanti: si trattava di lavori come confezionare i cesti di ricotta, cucire i teli da inserire nelle forme del formaggio, pulire le caldaie. Mentre il lavoro dell\u2019uomo era stagionale o fisso, quello della donna andava \u201ca cottimo\u201d, a giornata ed era sempre conseguente a quello del marito, mai autonomo rispetto a esso.<br \/>\n&#8211; Allora, mo\u2019 ti dico una cosa pure io. Quando lavoravo\u00a0 pure io, ci alzavamo alle 5 di mattina, dalle 5 alle 5 del pomeriggio. La mattina quando che ci alzavamo \u2013 c\u2019era pure mio fratello &#8211; alle 5 si doveva incartare la ricotta, che potevano essere 700-800 ricotte, minimo, e ci dovevamo sbrigare perch\u00e9 passava la Galbani e si dovevano preparare i cesti con le bolle, fatta questa ricotta si dovevano lavare i cestini\u2026alle caldaie<br \/>\n&#8211; Faceva lavori diversi la signora?<br \/>\n&#8211; S\u00ec non faceva lavori pesanti perch\u00e9 poi c\u2019ero io che rappresentavo perch\u00e9 altrimenti non l\u2019avrei mandata.<br \/>\n&#8211; Dopo lavati i cestini cominciava a rientrare il latte, tutta la giornata non bastava\u2026<br \/>\n&#8211; Quindi lei lavorava alla Galbani?<br \/>\n&#8211; Con le ditte, con mio marito, dove lavorava lui lavoravo io.<br \/>\nDai racconti delle donne si coglie anche meglio il tipo di rapporto che si veniva a creare con i locali e certamente questo doveva essere migliore con i capi che non fra pari, proprio per la miglior fama di cui godevano i Reatini rispetto ai Sardi<br \/>\n&#8211; Non c\u2019era invidia per il fatto che voi\u2026<br \/>\n&#8211; Pure le donne\u2026per\u00f2\u2026Io ciavevo una qualifica\u2026<br \/>\n&#8211; L\u2019operaio qui non poteva partire se non era qualificato\u2026<br \/>\n&#8211; E come si otteneva la qualifica?<br \/>\n&#8211; La qualifica la d\u00e0 la ditta dove si lavorava. Il giorno del licenziamento, essendo fatto un buon comportamento sul lavoro allora dava la qualifica. C\u2019era la I, la II, la III era ancora pi\u00f9 grande, ma bastava avere la I o la II che queste donne che diceva mia moglie non potevano protestare, protestavano lo stesso, ma non avevano la qualifica, non potevano lavorare.<\/p>\n<p>Gli scambi<br \/>\nA parte le inevitabili invidie del caso, lo scambio fra Sardi e Reatini sembra non aver mai prodotto spiacevoli conseguenze, anzi: i Reatini hanno buoni ricordi dei Sardi e viceversa. Anche le poche donne sarde sposate dai Reatini si integrarono bene nella realt\u00e0 locale apportando, seppur con molta discrezione, i loro usi e costumi all\u2019interno della comunit\u00e0.\u00a0 Forse su questo punto resta ancora da indagare perch\u00e9 da fuori ci si aspetterebbe un maggior interscambio, ma \u00e8 come se al di l\u00e0 di un gran rispetto reciproco non ci sia stato molto mescolamento di tradizioni: quanti dolci o ricette sarde \u00e8 possibile riscontrare fra i paesi della valle del Salto? Forse \u00e8 pi\u00f9 diffusa la presenza dei tessuti ricamati nelle case dei \u201ccasari\u201d in pensione, ma le donne reatine quanto hanno realmente riportato dalla Sardegna? E quanto le donne sarde sposate da Reatini hanno importato qui del loro paese?<br \/>\nSugli scambi di donne anche qualche racconto \u201cpiccante\u201d emerge dai ricordi degli anziani, come quello relativo a\u00a0 quella donna sarda che capit\u00f2 in un paese della valle del Salto a ricercare il maschio che l\u2019aveva sedotta durante il suo soggiorno in Sardegna: la donna pretendeva di essere sposata, ma l\u2019uomo qui aveva gi\u00e0 famiglia, cos\u00ec lei venne \u201crispedita\u201d in Sardegna e lui in Sardegna non pot\u00e9 pi\u00f9 mettervi piede. Certamente di storie cos\u00ec ne dovettero capitare pi\u00f9 d\u2019una, visto che stare sei mesi fuori dal paese riguard\u00f2 molti e molti uomini. Da questo punto di vista il lavoro stanziale garantiva alla donna sposata una migliore posizione sociale, potendo lei pi\u00f9 facilmente seguire in Sardegna il marito a cui veniva assegnata una casa nei pressi dell\u2019azienda casearia.<\/p>\n<p>Il cambiamento<br \/>\nCol mutamento delle tecnologie anche il lavoro in Sardegna ha conosciuto inevitabili cambiamenti: la lavorazione manuale del formaggio \u00e8 stata completamente sostituita dalle macchine, molte aziende hanno chiuso perch\u00e9 il lavoro viene centralizzato in pochi centri produttivi, magari non in Sardegna, e cos\u00ec a partire dalla fine degli anni ottanta anche il flusso migratorio dei Reatini si \u00e8 indebolito fino a interrompersi del tutto. Gli anziani \u201ccasari\u201d in pensione non attribuiscono per\u00f2 a questo il mancato reclutamento dei giovani d\u2019oggi nell\u2019industria casearia, ma alla scarsa volont\u00e0 di questi ultimi a impegnarsi in un lavoro che solo il forte bisogno economico spinge ad accettare: \u00e8 un lavoro durissimo, che non ammette vacanze, malattia, assenze, che non permette uno stile di vita normale, ma impone ritmi durissimi con sveglia alle 2 di notte e lavoro ininterrotto fino alle 5 del pomeriggio; tutte le fasi di lavorazione del formaggio, dalla pulitura del latte alla cagliata alla cottura sono incastrate in\u00a0 un catena che non si pu\u00f2 arrestare e solo dedicandovisi senza sosta si riesce a mantenere il ritmo produttivo. Perci\u00f2, dicono gli anziani, i giovani oggi non partono pi\u00f9: ancora i Sardi li aspetterebbero a braccia aperte, ma per fortuna la povert\u00e0 di un tempo che spingeva gli uomini a partire non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 e gli uomini del 2000 possono permettersi lavori migliori, forse meno retribuiti ma pi\u00f9 dignitosi nella qualit\u00e0 di vita.<br \/>\n&#8211; Adesso non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 nessuno che viene da qui?<br \/>\n&#8211; No, ora sono tutti Sardi.<br \/>\n&#8211; La gente\u2026 noi anziani non siamo pi\u00f9 andati e i giovani\u2026<br \/>\n&#8211; Io o lui o un altro, di lavorare l\u00ec non ci vanno..<br \/>\n&#8211; Lei che lavoro fa?<br \/>\n&#8211; Io lavoro all\u2019autostrada, al traforo del Gran Sasso.<br \/>\n&#8211; Quindi vuol dire che qua si trova pi\u00f9 lavoro rispetto a prima.<br \/>\n&#8211; S\u00ec, ma non \u00e8 solo il lavoro, \u00e8 perch\u00e9 \u00e8 un lavoro insopportabile.<\/p>\n<p>1- Al presente lavoro ha collaborato il prof. Vincenzo Scasciafratti nell\u2019ambito del \u201cProgetto Archivio della Memoria\u201d promosso dall\u2019Amministrazione provinciale di Rieti. Dei\u00a0 \u201ccasari\u201d e delle loro mogli intervistate, che ringrazio sentitamente, riportiamo solo le iniziali dei nomi: S. P., C. F., F. A., G. C.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>IL MESTIERE DEL \u201cCASARO\u201d DALLA VALLE DEL SALTO ALLA SARDEGNA di Ilaria Candeloro Classe 1930. 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