{"id":2039,"date":"2014-01-10T18:10:19","date_gmt":"2014-01-10T17:10:19","guid":{"rendered":"http:\/\/www.aequa.org\/v1\/?p=2039"},"modified":"2014-01-10T18:10:20","modified_gmt":"2014-01-10T17:10:20","slug":"la-dura-vita-e-il-lavoro-ad-arsoli-nel-secolo-xx","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/la-dura-vita-e-il-lavoro-ad-arsoli-nel-secolo-xx\/","title":{"rendered":"LA DURA VITA E IL LAVORO AD ARSOLI NEL SECOLO XX"},"content":{"rendered":"<p>LA DURA VITA E IL LAVORO AD ARSOLI<br \/>\nNEL SECOLO XX<\/p>\n<p>di Walter Pulcini<\/p>\n<p>\u201cProfesso\u2019, perch\u00e9 non parli mai de nui?\u201d La garbata richiesta dei frequentatori del Centro Anziani di Arsoli mi ha dato l\u2019opportunit\u00e0 di interessarmi alle loro vicende di vita mettendole, per\u00f2, a confronto con quelle della generazione precedente, quella dei loro padri, a cavallo tra il secolo XIX e quello XX (1).<\/p>\n<p>Un tempo si lavoravano i terreni<br \/>\nFino a tutto il 1940 centro della vita del paese era l\u2019agricoltura e ad essa si dedicavano la maggior parte degli arsolani, compresi i ragazzi. Venivano coltivati i terreni della pianura, della collina e anche della montagna, le zone di essa pi\u00f9 aride, dalle Fontanelle alle Macchie, da Piani Uggi a Valle Fiammetta, sul versante dei Simbruini, alle Selve, Colle Alto, Casanaglia e la Spagnola, sul versante dei Sabini, zone tutte aride e ricoperte da sterpaglie, strappate con tenacia per avere qualche metro in pi\u00f9 da seminare per raccogliervi, alle volte, poco pi\u00f9 di quanto seminato.<br \/>\nIl lavoro di dissodamento o la creazione di piccole radure, le c\u00e8se, dava vita anche ad altre attivit\u00e0. Con la pietra tolta dal terreno e la ramaglia si realizzavano le calec\u00e0re, forni per la cottura della pietra per ricavare la calce necessaria per le costruzioni, le imbiancature, per la cura dei vigneti, unita al solfato di rame; con la legna tagliata si erigevano le carbon\u00e8re, cumuli di legna ricoperti di terra che con una lenta combustione offrivano il carbone per la cucina.<br \/>\nIl grano prodotto nelle zone pi\u00f9 lontane era trebbiato in zona con ju vattituru e il ventilabro o era trasportato con la caia a dorso di mulo o di asino nelle are, le aie, realizzate in luoghi esposti alle correnti in modo che i chicchi sgranati dal calpestio di cavalli o buoi potessero essere ripuliti facilmente dalla pula.<br \/>\nNella parte collinare e in quella pianeggiante erano coltivate frutta e verdura, oltre all\u2019olivo e alla vite, e nei terreni pi\u00f9 umidi \u201cla fagiolina arsolana\u201d, vanto dei contadini locali, venduta in molti negozi di Roma (2). Olio, frutta e verdura, in special modo i pomodori, in estate diventavano merce di scambio nei paesi del vicino Abruzzo, una volta Regno, con patate, lenticchie e altri generi non prodotti in Arsoli. Tutto quanto si era deciso di esportare era posto nei bigonci e tenuto presso le capanne dove pernottava l\u2019incaricato del trasporto. Esso caricava i bigonci allo spuntare delle costellazioni dei \u201cTre bastoni\u201d (Eridanus) e della \u201cCagnin\u00e8lla\u201d (Cetus): l\u2019orologio che indicava l\u2019approssimarsi dell\u2019alba, come ci ha raccontato Angelo Tarquini, classe 1913, che da ragazzo accompagnava il nonno in questi viaggi. Non era infrequente il caso, come ci rifer\u00ec diversi anni fa Augusto Nardoni, classe 1888, che non si riuscisse a piazzare i prodotti o che si fosse costretti a vagare da un paese all\u2019altro perch\u00e9 preceduti da altri. Una volta Augusto, oltre a non aver potuto piazzare la sua merce, uscendo dall\u2019osteria dove era entrato per bere una fojetta (3), non trov\u00f2 neppure l\u2019asino che aveva lasciato legato alle classiche catenelle.<\/p>\n<p>Nella Campagna romana<br \/>\nLa precariet\u00e0 di tante famiglie e la necessit\u00e0 di denaro costringevano, inoltre, gli arsolani a recarsi a lavorare nella Campagna romana nei periodi della semina, della zappettatura, della mietitura e della falciatura, come ci raccontarono anni fa il gi\u00e0 citato Augusto, Angela Napoleoni\u00a0 e Tomassina Palmieri, meglio conosciuta come \u201cNonna Gigia\u201d, ambedue nate nel 1891. Al momento dei lavori, venivano in Arsoli i caporali incaricati dai fattori di reclutare manodopera e formare le gavette, gruppi di tre o pi\u00f9 uomini capaci e robusti. Essi, portando qualvolta anche qualche ragazzo, partivano a piedi, calzando le ciocie, verso le varie tenute dell\u2019Agro romano, la Massimina, le Sepolture di Nerone, Pantano, Lunghezza. Giunti sul posto di lavoro si sistemavano nelle fattorie (in estate anche in tende realizzate con lenzuola sorrette da bastoni), approntavano le rapazzole, i giacigli, e prendevano possesso dei fuculari, i punti di cottura per i modesti pasti. Gli alimenti variavano secondo le fattorie perch\u00e9 alcune passavano pagnott\u00e8lle, altre costringevano a prepararsi da soli polenta e pizza. La sera, pasto comune per tutti era l\u2019acqua cotta, ventresca, acqua e olio cotti in una padella e poi versati su fette di pane. Obbligatorio per tutti era mangiare aglio e cipolla per \u201ccacci\u00e0 l\u2019aria catt\u00eca\u201d, combattere la malaria che imperava nella Campagna romana.<br \/>\nGli intervistati ci hanno riferito aneddoti particolari: Augusto, al termine del suo lavoro, and\u00f2 a riscuotere il saldo della paga, ma invece si trov\u00f2 davanti i carabinieri fatti venire dal fattore per il timore di una reazione violenta. \u201cNonna Gigia\u201d, che era partita per collaborare ai lavori di mietitura nella tenuta della Massimina, durante il giorno legava i covoni (le gregne in romanesco, i manocchi in arsolano) e poi li componeva nella manocchiara, la biga, mentre la sera, essendo capitata con un gruppo di buontemponi, si divertiva a recitare allegre scenette collettive, a fare l\u2019attrice. La stessa, trovandosi presso la citt\u00e0, volle andare a visitarla in compagnia del fratello. Costretta a calzare le scarpe, se le tolse quando non riusc\u00ec pi\u00f9 a camminare e al fratello che la rimproverava rispose sfrontata:- Le scarpi me fau male e ppo ecco chielle me conosce! Un\u2019altra volta, mentre erano intenti ai lavori di mietitura, due giovani furono chiamati per arruolarsi nell\u2019Arma dei carabinieri. Essi salutarono sarcasticamente gli attrezzi da lavoro e andarono incontro al loro destino, che poi li vide ottimi marescialli.<br \/>\nI pi\u00f9 intraprendenti tra i lavoratori stagionali si fermarono nella Campagna romana, presero in affitto delle fattorie e fecero la loro fortuna, organizzando ricche vaccherie e ben attrezzati orti per produrre verdure da vendere nei mercati rionali della Capitale. Fino a quando il cemento non aveva invaso le zone di Torsapienza e Lunghezza era facile sentir parlare e incontrare fattorie come quelle dei Passeri e dei Piacentini, gente che con il duro lavoro e la vendita del latte e della verdura s\u2019era emancipata.<\/p>\n<p>Artigiani e operai tra le due guerre<br \/>\nNel periodo tra le due guerre, molti uomini furono costretti a lavorare nei cantieri della Societ\u00e0 Acqua Marcia o nella cava di Cineto Romano che raggiungevano a piedi e, quando fu possibile avere l\u2019abbonamento ferroviario, altri andarono a\u00a0 lavorare nelle cave di pozzolana e pietra lavica di Salone e di Lunghezza o a Roma nei lavori di demolizione per la realizzazione delle vie dell\u2019Impero e della Conciliazione o in quelli dell\u2019Eur, lavori che richiedevano robusti manovali e muratori. Qualche altro scelse la via militare o il lavoro in ferrovia.<br \/>\nArsoli aveva, poi, un buon numero di artigiani, gli \u201cartisti\u201d, che vivevano in maniera pi\u00f9 agiata. Numerosi erano i muratori che costruivano per intero le abitazioni senza l\u2019ausilio di specialisti; tra loro si distinse Antonio Mancinelli, che costru\u00ec a Carpineto la chiesa di S. Leone Magno, su commissione di papa Pecci, Leone XIII, oltre ad altri edifici interessanti ad Arsoli e fuori. C\u2019erano bravi falegnami, tra i quali Mario Pulcini che realizz\u00f2 tutta la parte lignea del teatro Brancaccio a Roma. Vi erano, poi, i lattonieri che con lamiera vecchia o nuova realizzavano imbuti, caffettiere, coperchi, lanterne e giocattoli sia per il paese che da vendere altrove. Una categoria particolare era quella dei calzolai, una ventina, i quali facevano scarpe pesanti in suola abbondantemente chiodate che vendevano anche nelle fiere. Tuttavia gli affari interni erano fiacchi perch\u00e9 molti andavano scalzi, specialmente i ragazzi, o con le ciocie. Non mancavano bravi artisti, come Carlo Tozzi che confezionava raffinate scarpe da donna in lucertola e serpente. Operavano anche i fabbri dei quali si vedono ancora preziosi pezzi in ferro battuto. Vi erano, infine, due facocchi, carradori, che costruivano e riparavano i carretti.<br \/>\nQuanto agli studi, pochi, i figli degli artigiani e dei commercianti, frequentavano le scuole tecniche di Tivoli; raggiungevano la laurea o il diploma i figli dei professionisti e qualche altro che entrava in seminario e usciva prima della ordinazione sacerdotale. I figli dei contadini frequentavano la scuola fino a sette o otto anni e poi erano utilizzati per badare alle bestie o per aiutare nei lavori di campagna meno pesanti, mentre le femmine erano destinate a badare ai fratelli pi\u00f9 piccoli. Questo fatto rese sensibile il fenomeno dell\u2019analfabetismo, fenomeno che fu sanato nel dopoguerra con i corsi di scuola serale e popolare.<\/p>\n<p>Anche le donne lavoravano<br \/>\nLe donne avevano anch\u2019esse il loro posto nella vita agricola perch\u00e9 dovevano curare galline e maiale, raccogliere legna fina nei boschi per accendere il fuoco o alimentare il forno per la cottura del pane, portare il pasto agli uomini. Nei periodi di pi\u00f9 intenso lavoro, le donne portavano con s\u00e9 anche i bambini piccoli mettendoli nella nannar\u00e8lla, una piccola culla di legno, o ponendoli nella scifa, un asse di legno; i bambini cos\u00ec sistemati erano posti all\u2019ombra di un albero o di grossi ombrelli.<br \/>\nNelle famiglie dei pastori, come ci ha raccontato Filomena Piacentini in Napoleoni, classe 1911, la vita era pi\u00f9 dura e impegnativa poich\u00e9 la mattina alle quattro doveva andare a ritirare il latte appena munto nei punti pi\u00f9 disparati del territorio; al ritorno doveva portare da mangiare al maiale, centro dell\u2019economia familiare, doveva recare il pranzo al pastore e al tramonto nuovamente a caricarsi sul capo il secchio con il pasto serale per il suino. Molte donne si dedicavano alla lavorazione della canapa coltivata nei terreni umidi, le canapine; le donne anziane approntavano il filo e le giovani tessevano lenzuola, strofinacci e altri tessuti con i grandi telai di legno. Le figlie degli artigiani e di altri benestanti si dedicavano all\u2019arte del ricamo insegnato loro dalle Figlie della Carit\u00e0. Altre donne, infine, si impiegarono come domestiche presso le famiglie borghesi del paese o quelle che venivano in villeggiatura che, poi, le portavano in citt\u00e0 durante il resto dell\u2019anno.<\/p>\n<p>Il cambiamento: pendolarismo e impiegati<br \/>\nIl periodo 1940 \u2013 1945, quello relativo agli eventi bellici, segn\u00f2 il ribaltamento completo delle condizioni di vita e di lavoro per cui la nuova generazione vide l\u2019agricoltura passare da attivit\u00e0 primaria a lavoro secondario. Nei primi anni la cura dei campi fu affidata agli anziani e alle donne ma, successivamente, l\u2019attivit\u00e0 agricola diminu\u00ec sempre pi\u00f9 e fu limitata ai terreni pi\u00f9 fertili, agli oliveti e ai vigneti impegnando qualche appassionato e coloro che avevano trovato nuove attivit\u00e0 e vi dedicavano qualche ora libera e i giorni festivi (4).<br \/>\nDurante la guerra e nel periodo immediatamente successivo i pochi giovani che avevano avuto la possibilit\u00e0 di studiare e coloro che, reduci dai campi di battaglia o dalla prigionia, potevano sfruttare i benefici loro riservati, si occuparono presso Enti pubblici e privati. La gran massa degli arsolani, a cominciare dai ragazzi di quindici anni, si occup\u00f2 invece nell\u2019edilizia che offriva larghe opportunit\u00e0 di lavoro in zona e, specialmente, a Roma con i lavori di ricostruzione e la speculazione dei palazzinari.<br \/>\nGli operai partivano tra le quattro e le cinque del mattino con treni freddi e scomodi, quelli che si erano rimediati dalle distruzioni della guerra, portando con s\u00e9 il pasto per il giorno: pane e frittata, pizza e verdura, il tutto avvolto con carta, spesso di giornale, e stretto nei grossi fazzoletti a quadri, la mutina, che solo pi\u00f9 tardi fu sostituita da borse o valigette nelle quali il pasto era pi\u00f9 sostanzioso: un termos ripieno di pasta, fagioli e verdure cotte il giorno precedente, il tutto accompagnato da una bottiglietta di vino. Sul treno, il carico umano ripiombava nel sonno e veniva disseminato nelle varie stazioni prossime a Roma e sciamava poi alla stazione Termini. Il viaggio di ritorno iniziava alle diciotto e trenta con un treno che, per la sua lentezza, era stato denominato \u201cNobile\u201d (5): la lettura del giornale, una chiacchierata sui fatti del giorno, una partitella a carte e un immancabile sonnellino accompagnavano il rientro a casa, che non avveniva mai prima delle ventuno, quando parte della famiglia, lasciata a letto al mattino, gi\u00e0 dormiva e poteva essere vista solo la domenica.<br \/>\nLe condizioni di viaggio migliorarono pi\u00f9 tardi con il ripristino o la nuova istituzione delle autolinee private Marozzi, Laurenti e Zeppieri che richiedevano una spesa maggiore ma consentivano di partire pi\u00f9 tardi e tornare prima.<br \/>\nGli arsolani, fatta eccezione per i muratori, furono assunti tutti come manovali ma, ben presto, grazie al loro impegno e alla loro capacit\u00e0, divennero tutti operai specializzati, da intonacatori a stuccatori, a ferraioli, a carpentieri, a mattonatori. Non tutti, per\u00f2, furono fortunati con i datori di lavoro poich\u00e9 alcuni di essi erano \u201cstanchi nel pagare\u201d e non sempre versavano i contributi, specie quelli INPS, con la conseguenza che molti, dopo una lunga vita di lavoro, percepiscono, ora, la pensione al minimo. Analoga sorte hanno avuto coloro che lavoravano con i cottimisti, operai pi\u00f9 capaci e pi\u00f9 scaltri che costituivano squadre che lavoravano \u201ca cottimo\u201d, a misura, e guadagnavano di pi\u00f9 ma senza contributi. Tra gli specializzati ci fu qualcuno, come Francesco Napoleoni, classe 1930, che negli anni tra il 1958 e il 1960 restaur\u00f2 gli stucchi del Teatro dell\u2019Opera di Roma e, apprezzato da molti architetti, lavor\u00f2 al restauro di gallerie d\u2019arte, ambienti raffinati a Roma e Londra.<br \/>\nCon l\u2019esplodere del clientelismo politico, molti lasciarono i cantieri per l\u2019ambito posto fisso, assunti come bidelli, personale ausiliario negli ospedali e in altre attivit\u00e0 ministeriali. L\u2019artigianato and\u00f2 decadendo, soppiantato dalle macchine e dall\u2019industria; rimasero solo qualche falegname, alcuni muratori, i meccanici. Le mutate condizioni economiche fecero sviluppare il mestiere del sarto per uomo che confezionava abiti anche per clienti romani. Pure le donne fecero il loro ingresso nel mondo del lavoro impiegatizio come: bidelle, addette ai vari servizi, insegnanti, che si aggiunsero al gruppo di operaie che gi\u00e0 erano utilizzate nel locale pastificio. Molte furono anche le sartine che, unitamente alle maglieriste, si prepararono negli appositi corsi che si organizzavano presso il laboratorio delle suore dove operavano da tempo ottime ricamatrici.<br \/>\nDiversa fu anche la sorte dei ragazzi che, contrariamente a quelli della generazione precedente, frequentarono per intero la scuola elementare e si iscrissero anche alla scuola media, specie dopo il 1959, anno in cui fu istituita in Arsoli la scuola secondaria. Oggi quasi tutti frequentano i corsi superiori e in molti si iscrivono all\u2019Universit\u00e0. La vita, ad Arsoli, \u00e8 totalmente mutata.<\/p>\n<p>1 &#8211; Oltre alle apposite interviste per questo lavoro, molto materiale lo avevo gi\u00e0 raccolto e in parte pubblicato. Vedi, W. Pulcini, Conosciamo il nostro paese, Tivoli, 1959, e Il dialetto di Arsoli, Tivoli, 1972. Relativamente agli approfondimenti dei vari lavori che si leggono nel presente articolo, si rimanda a: W. Pulcini, Arsoli, la storia, le bellezze, i personaggi, le attivit\u00e0, Roma, 1999.<br \/>\n2 &#8211; Un duro colpo alla produzione della fagiolina fu inferto, negli anni Trenta, dai lavori di riordino delle sorgenti dell\u2019Acqua Pia Antica Marcia e ancor pi\u00f9 dall\u2019allargamento della zona di rispetto.<br \/>\n3 &#8211; La fojetta era la classica bottiglia a collo largo con la quale l\u2019oste serviva mezzo litro di vino.<br \/>\n4 &#8211; La sistemazione delle strade rurali, avvenuta negli anni sessanta, l\u2019introduzione dell\u2019ora legale, la disponibilit\u00e0 di auto, furgoni e mezzi meccanici per lavorare la terra, oltre al miglioramento delle comunicazioni con Roma e gli altri luoghi di lavoro hanno riportato pi\u00f9 gente sui campi e la situazione \u00e8 andata migliorando in questi ultimi tempi grazie al gran numero di pensionati, ancora efficienti, che hanno trovato nei loro terreni pi\u00f9 comodi l\u2019opportunit\u00e0 di impiegare il tempo libero. Sterpi e boscaglie, tuttavia, hanno invaso i terreni pi\u00f9 scomodi e le zone di montagna che i nostri antenati avevano dissodato, spinti dalla necessit\u00e0, negli anni bui della miseria.<br \/>\n5 &#8211;\u00a0 Forse in riferimento al lento volo del dirigibile e all\u2019eploratore del Polo Nord.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>LA DURA VITA E IL LAVORO AD ARSOLI NEL SECOLO XX di Walter Pulcini \u201cProfesso\u2019, perch\u00e9 non parli mai de nui?\u201d La garbata richiesta dei frequentatori del Centro Anziani di&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[18],"tags":[],"class_list":["post-2039","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-pillole-di-aequa"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2039","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=2039"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2039\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2040,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2039\/revisions\/2040"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=2039"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=2039"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=2039"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}