{"id":4385,"date":"2018-12-23T00:33:07","date_gmt":"2018-12-22T23:33:07","guid":{"rendered":"http:\/\/www.aequa.org\/v1\/?p=4385"},"modified":"2018-12-23T23:18:10","modified_gmt":"2018-12-23T22:18:10","slug":"il-dono-per-il-bambinello","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/il-dono-per-il-bambinello\/","title":{"rendered":"IL DONO PER IL BAMBINELLO"},"content":{"rendered":"<p><em><strong>di Gerardo Rosci<\/strong><\/em><\/p>\n<p>Non oro, non incenso, non mirra, ma legna, tanta legna per il fuoco di Natale davanti alla chiesa; questo era il\u00a0 dono che noi ragazzi offrivamo, con orgoglio, al Bambinello.<br \/>\n\u201cL\u00e9na, l\u00e9na, l\u00e9na pe jo foch\u2019e Natale a sera!&#8230;\u201d, era il richiamo che lanciavamo noi ragazzini di allora, a Petrella Liri; ci eravamo investiti dell\u2019incarico di raccogliere la legna per il fuoco di Natale. Un fuoco pi\u00f9 grande possibile che potesse raggiungere con il suo calore il Bambinello sull\u2019altare l\u00e0, in fondo alla chiesa. Andavamo in giro per il paese richiamando l\u2019attenzione delle donne e farci dare un \u201cciocco\u201d \u201cper riscaldare il Bambinello\u201d. A bassa voce, poi, ripetevamo: \u201cLegna, legna noi vogliamo, se non la date la rubiamo!&#8230;\u201d si, la voglia di realizzare un fal\u00f2 molto grande, ci faceva sentire, molto spesso, autorizzati dallo stesso Bambinello a rubare pezzi di legna da quelle cataste che si trovavano, numerose, in strada vicino alle abitazioni. Si, le cataste, che erano la scorta per tutto l\u2019anno, erano alla portata di tutti, ma nessuno del paese avrebbe osato toccarle; sarebbe stata una vergogna. Ma questo non valeva per noi: noi eravamo scusati dal fine benefico&#8230; Per\u00f2 i proprietari, qualche volta, se ne accorgevano e venivano a riprendersi il maltolto, molto spesso con gli interessi, davanti alla chiesa.<br \/>\nTutti noi ragazzi dovevamo, o avremmo dovuto, partecipare alla raccolta; se qualcuno svicolava, cercando di non farsi vedere, noi lo minacciavamo avvisandolo di non presentarsi assolutamente a riscaldarsi davanti al fuoco, Durante la festa. anzi, quando lo si vedeva, veniva fatto bersaglio dei nostri insulti e delle nostre sassate; e a lanciare i sassi, vi assicuro, eravamo tutti dei veri campioni; non miravamo mai al bersaglio grosso, ma lanciavamo il sasso raso terra per colpire, eventualmente, le gambe. Eravamo i primi \u201cgambizzatori\u201d. Oggi certe cose non si concepiscono, ma noi eravamo ruspanti ed un po\u2019 selvaggi, bench\u00e9 certamente non violenti come certi personaggi virtuali delle play station. Noi questa roba non l\u2019avevamo e se c\u2019era da litigare lo si faceva con una lotta a sbattere a terra, senza pugni o contusioni, ma dopo si tornava amici come prima. Certamente qualche sassata a volte arrivava in testa\u2026 e i segni li si poteva notare quando si veniva \u201ctosati\u201d; infatti, allora, per noi ragazzini c\u2019era solo un tipo di taglio di capelli: cortissimi o, come spesso capitava, a zero; per questo servizio, non essendoci un barbiere in paese, alcuni si avvalevano delle capacit\u00e0 di qualche familiare, quasi sempre il padre; in tal caso, l\u2019opera non era quasi mai perfetta, anzi, il pi\u00f9 delle volte uscivano fuori delle teste piene di sforbiciate a scale che suscitavano ilarit\u00e0 e commenti. \u201cCo tutte \u2018sse scale \u2018n capo po\u2019 azzecc\u00e0 fino \u2018n Paradiso!\u201d. E poi bisognava sopportare anche le canzonature di qualcuno che diceva: \u201ccoccia pelata senza capigli, tutta la notte ci cantano i grilli e ci fao la serenata, bona sera coccia pelata!\u201d; altri andavano a Cappadocia, da Vincenzino, che era, allo stesso tempo, barbiere, calzolaio, edicolante, fonte di qualsiasi informazione e pettegolezzo e non so che altro. Chi avrebbe mai potuto immaginare un taglio a caschetto oppure lungo come le femmine! E poi come ci saremmo potuti difendere dai pidocchi? Le nostre madri ci ispezionavano spesso e ci facevano pettinare col pettine \u201cfitto\u201d previa una passatina di olio d\u2019oliva, misto a petrolio, sulla cute.<br \/>\nI nostri pantaloni non erano \u201cfirmati\u201d, ma fermati da bretelle (stracc\u00e0li) o da qualche vecchia cinta; qualche ragazzo li portava corti anche d\u2019inverno, nonostante il freddo. Quando i ciocchi erano troppo pesanti, li assicuravamo ad una corda od altro, a cui fissavamo una serie di bastoni equidistanti l\u2019uno dall\u2019altro, che fungevano da maniglie per altrettante coppie di ragazzi, per trascinarli via come tanti cani da slitta. In<br \/>\nquesto modo riuscivamo a trasportare, fin davanti alla chiesa, con il freddo e con il fango, anche dei tronchi abbastanza grandi, abbandonati fuori paese.<br \/>\nPoi, quando arrivava il momento, la sera della vigilia di Natale, con l\u2019aiuto di qualche adulto, se ne faceva un grande mucchio, davanti la chiesa, e lo si accendeva. che riverente eccitazione, Che soddisfazione nel riscaldarsi a quel fuoco! Finalmente ci sentivamo coinvolti ed importanti al pari degli adulti; noi eravamo in prima fila; loro erano un po\u2019 pi\u00f9 arretrati, con le braccia al disopra delle nostre spalle, tese verso le fiamme a mani spalancate; poi, prima di cena, si assisteva alla funzione religiosa serale. ll \u201ccenone\u201d, anche se abbastanza frugale, era sempre un grande avvenimento; chiaramente era a base di magro: spaghetti aglio e olio oppure col sugo di tonno; per secondo c\u2019era quasi sempre l\u2019anguilla marinata con contorno. Poi c\u2019era la frutta: un\u2019arancia o un mandarino e qualche \u201cficora\u201d (fico secco). Infine, \u00e8 il caso di dire \u201cdulcis in fundo\u201d, c\u2019era un pezzo di \u201cnucciata\u201d, cio\u00e8, una specie di torrone fatto in casa, a base di farina, frutta secca, zucchero, miele, e non so che altro: ricordo solo che era tanto buono. Per\u00f2, era ancora pi\u00f9 buono perch\u00e9 era una novit\u00e0 che non tutti si potevano permettere, un pezzetto di torrone bianco, quello che si comprava al negozio. C\u2019era, poi, la letterina di Natale, che l\u2019insegnante ci aveva fatto scrivere, sotto dettatura, con tante belle parole che non avremmo mai avuto il coraggio di dire ai nostri genitori direttamente; non ci saremmo mai rivolti a loro in italiano, perch\u00e9 i sentimenti si esprimevano nella lingua materna, in dialetto; c\u2019erano anche le promesse di essere pi\u00f9 buoni; semplici ed innocenti bugie, scritte al fine di rimediare un po\u2019 di soldi\u2026 che ci permettevano di poter giuocare a tombola con gli amici in attesa della nascita del Bambinello. Non in tutte le famiglie si giuocava quella sera, ma i giovani ed i ragazzi, normalmente, si riunivano in casa di altri amici, per giocare a tombola, a mazzetto, a sette e mezzo, a mercante in fiera od altro. All\u2019approssimarsi della mezzanotte si stava con l\u2019orecchio teso per sapere quante volte avessero suonato le campane per la messa di mezzanotte. Alla messa di mezzanotte non si poteva assolutamente mancare; le assenze dalla messa erano sempre notate dai parenti. L&#8217;atmosfera era veramente magica; a quell\u2019ora, in altre notti, normalmente si dormiva; non era ancora stato importato quel buffo personaggio, vecchio e grasso, vestito di rosso. Ma chi se lo immaginava uno strano personaggio con la barba bianca? non era ancora stato raffigurato nei nostri libri di lettura. E poi, che senso avrebbero avuto delle renne scandinave, in un paesino come il nostro? Le nostre capre e le nostre mucche le avrebbero rimandate via a forza di cornate\u2026. Ma il consumismo globale ce lo ha, poi, quasi imposto, relegando in un angolo il caro, poetico e semplice presepe. Quel presepe che, quando ero bambino, ad ogni Natale realizzavo in un angolo della casa, con quel bel muschio rigonfio, che abbondava nei nostri boschi. Un presepe semplice e povero; i personaggi non erano tridimensionali; non avendo la disponibilit\u00e0, n\u00e9 un negozio in paese dove, eventualmente acquistarli, me li costruivo ritagliandoli dalle cartoline d\u2019auguri natalizi e li sistemavo l\u00ec, in quelle stradine fatte con la rena, tra collinette spruzzate di farina.<br \/>\nAvevamo il Bambinello, noi; e poi c\u2019era la Befana che ci aspettava pochi giorni dopo, per riempire, con qualche caramella, un torroncino, mandarini e fichi secchi, le nostra calze di cotone nero, con la soletta bianca, fatte con i ferri dalle nostre donne. Aspettavamo con ansia la nostra cara e dolce vecchietta, che non era brutta come la rappresentano ora, ma dolce e premurosa, come le nostre nonne. Tinta di fuliggine, volava silenziosa di tetto in tetto, con il suo sacco pieno di cose buone, infilandosi magicamente nelle calde canne dei numerosi camini. Le campane che chiamavano i fedeli alla messa, suonavano tre volte, ad un intervallo di una decina di minuti; l\u2019ultima chiamata terminava con il suono prolungato della campana piccola; si diceva che \u201caccennava\u201d, cio\u00e8, che era ora di entrare in chiesa.<br \/>\nCi si avviava verso la chiesa, alla fioca luce dell\u2019illuminazione di allora. Nelle strade semibuie, sotto un cielo superstellato, ci si incontrava, con altri amici paesani; ci si riconosceva a distanza ravvicinata, all\u2019ultimo momento e ci si salutava chiamandosi per nome.<br \/>\n&#8211; Aoh, commare Mar\u00ec! Bon Natale!<br \/>\n&#8211; Compare Franc\u00ec, bon Natale; non te stevo a reconosce co \u2018sto scuro. Ha accennato?<br \/>\n&#8211; Ancora no, ha sonato du\u2019 vote, ma sta pe\u2019 accenn\u00e0. Ecco tocca cammin\u00e0 piano piano ch\u00e9 co \u2018sta cria de n\u00e8ve s\u2019ha da sta att\u00e9nti, se no cinne iamo pe\u2019 tera.<br \/>\n&#8211; St\u2019anno de n\u00e8ve n\u2019ha fatta poca, per\u00f2 fa tanto friddo! E po\u2019 stanotte, co \u2018sto cielo stellato le strade s\u2019hao gelate.<br \/>\n&#8211; Eh, sci, doppo sta poca neve s\u2019\u00e8 misso a tramontana e s\u2019\u00e8 gelato tutto e jo v\u00e9nto arza \u2018na beferina che te sbatte add\u00f3sso e te spacca la faccia.<br \/>\nLe donne anziane, col fazzolettone in testa, procedevano piano, con cautela; sotto i pesanti scialli tenevano tra le mani lo scaldino di terracotta, con dentro la brace, coperta di cenere perch\u00e9 potesse durare pi\u00f9 a lungo. Durante il percorso qualche giovanotto si avvicinava a loro, con una sigaretta spenta in mano salutando:<br \/>\n&#8211; Ciao zia Nicoli\u2019, me faristi appicci\u00e0 daglio scallino? I prosperi ji tengo, ma me ss\u2019ao mpussi, e non s\u2019appicciano. Grazie Zia nicoli\u2019, bon Natale.<br \/>\n&#8211; Grazie beglio mi, bon Natale pure a ti. Madonna, comme te si fatto rosso; ma gi\u00e0 fumi? eh, jo fume fa male alla saccoccia!<br \/>\nCon un sorriso, acconsentivano di buon grado che avvicinassero il loro viso al loro scaldino. Consigliavano di non fumare, non tanto per la salute, perch\u00e9 allora non si conoscevano molto i danni procurati dal fumo, ma di non bruciare i soldi in quel modo. Nella semi oscurit\u00e0, ci si ritrovava di nuovo, tutti davanti alla chiesa, a strofinare le mani verso il fuoco; i volti illuminati dalla fiamma, con gli occhi ed il naso strizzati per il calore e per il fumo, si sorrideva e ci si scambiava frasi d\u2019auguri.<br \/>\nCi si riscaldava anche dietro, volgendo le spalle al fal\u00f2. le donne, avvolte nei loro scialli, entravano direttamente in chiesa mentre molti uomini indugiavano, aspettando che il sacrestano suonasse a distesa quella campanella accanto alla porta della sacrestia.<br \/>\nAll\u2019ingresso della chiesa c\u2019era sempre una scopa, come pure all\u2019ingresso delle abitazioni, per pulirsi le scarpe dalla neve e non portarla dentro. Quella grande chiesa nuova era terribilmente gelida, con quelle mattonelle in graniglia di cemento e con quella volta cos\u00ec alta; mia madre se ne lamentava spesso; a quel tempo non c\u2019era nessun sistema di riscaldamento. La messa aveva carattere solenne, cio\u00e8, era cantata. Angeluccio il sacrestano, dopo aver acceso tutte le luci, anche quelle dei tre grandi lampadari che pendevano dall\u2019alto dell\u2019arco dell\u2019abside, suonava a distesa ed a lungo la campanella, con aria seria e quasi autoritaria, come si addiceva alla circostanza. Quindi, come organista e cantore, andava a sedersi all\u2019armonium, dietro l\u2019altare, mentre don Serafino, l\u2019anziano sacerdote officiante, saliva sull\u2019altare, accompagnato da uno o due ragazzi chierichetti.<br \/>\nNormalmente, alla messa solenne della domenica, quella delle undici, lui da solo eseguiva la parte cantata; dopo essersi schiarita la gola con qualche sonoro colpo di tosse, iniziava il canto, accompagnato da una limitato giro di accordi di quell\u2019armonium, al cui suono si univa il cigolio dei pedali. A Natale per\u00f2, come anche durante le festivit\u00e0 di riguardo, c\u2019era sempre qualche altro cantore che si univa di rinforzo, a formare un duetto od un trio. La voce di testa e un po\u2019 nasale di Angeluccio mal si amalgamava con quella forte, gutturale ed un po\u2019 sguaiata di Checchino il calzolaio, o con l\u2019altra piatta e adenoidea di Franco, per cui ognuna di esse sforava, distinguendosi perfettamente dalle altre; per\u00f2, la loro unione, con il riverbero dalla volta dell\u2019abside, esaltava la solennit\u00e0 del natale e gratificava l\u2019assemblea dei fedeli.<br \/>\nIniziava con il Kyrie; poi il sacerdote intonava il Gloria, scoprendo quel Bambinello dal viso di porcellana, completamente avvolto, comprese le braccine, in fasce celesti, come venivano vestiti i neonati di una volta. Il coretto proseguiva, in una tonalit\u00e0 prestabilita, quasi sempre diversa da quella del sacerdote. La melodia consisteva in una serie di brevi e veloci recitativi su una stessa nota, che anticipavano lente frasi cantate. Dello stesso stile erano il Credo, il Sanctus e l\u2019Agnus Dei. Ad un certo momento della messa veniva cantata \u201cla pastorella\u201d, che era un modo locale di identificare il \u201ctu scendi dalle stelle \u201c. Terminata la messa, la gente si ammassava all\u2019uscita per andare a scaldarsi ancora davanti al fuoco. Le donne preferivano andare direttamente a casa. Se c\u2019era abbastanza neve, le ragazze diventavano bersaglio delle palle di neve dei giovani, per cui, timorose, indugiavano all\u2019interno della chiesa. Il bravo Angeluccio doveva intervenire, talvolta, con aria pseudo autoritaria, intimando ai ragazzi, di non infierire con le palle di neve, ma facendo l\u2019occhietto come per dire: tirate, tirate!<br \/>\nGli uomini preferivano rimanere un poco vicino al fuoco, a chiacchierare ed a scaldarsi. qualcuno si accendeva la pipa o il sigaro o la sigaretta con un pezzetto di legno acceso dal fal\u00f2; fiammiferi ce n\u2019erano pochi; gli accendini erano una rarit\u00e0, e poi, vuoi mettere il gusto di accendere direttamente dal fuoco? Era un\u2019altra cosa. Qualche vecchio prendeva direttamente con la mano un piccolo carbone acceso e, facendolo saltellare nella mano callosa, per non scottarsi, lo faceva ricadere sul fornello della sua pipa di terracotta, che aveva caricata con il tabacco di un mozzone di sigaro toscano.<br \/>\nPer pi\u00f9 di tre giorni quel fuoco continuava a bruciare e noi ragazzi lo accudivamo soddisfatti, sperando che il suo calore potesse raggiungere, miracolosamente, il Bambinello esposto sull\u2019altare, al freddo in quella gelida chiesa.<br \/>\nFino all\u2019Epifania il Bambinello restava esposto. In tale lasso di tempo si facevano preghiere e devozioni: quelle pi\u00f9 frequenti erano gli \u201cstrascini\u201d, che consistevano nel percorrere, una o pi\u00f9 volte, in ginocchio, tutta la lunghezza della fredda navata centrale della chiesa, recitando il Credo ed altre preghiere, fin sotto l\u2019altare. I genitori ci incoraggiavano spesso a fare tali devozioni:<br \/>\n&#8211; Beglio de mamma, vatte a fa \u2018n po\u2019 de strascini a jo Bambineglio.<br \/>\nEd io ci andavo e correvo sulle mie ginocchia, sorpassando qualche anziana devota che, col fazzolettone sulla testa, avanzava lentamente, tenendosi con una mano le lunghe vunnelle, bisbigliando con profonda devozione le sue preghiere in un latino approssimativo, storpiato ed a lei incomprensibile, sicura, comunque, che erano preghiere che il Bambinello avrebbe ascoltato e capito ugualmente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Gerardo Rosci Non oro, non incenso, non mirra, ma legna, tanta legna per il fuoco di Natale davanti alla chiesa; questo era il\u00a0 dono che noi ragazzi offrivamo, con&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[5],"tags":[],"class_list":["post-4385","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-aequa-da-leggere"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/4385","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=4385"}],"version-history":[{"count":5,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/4385\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4387,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/4385\/revisions\/4387"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=4385"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=4385"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=4385"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}