{"id":706,"date":"2013-11-15T23:46:26","date_gmt":"2013-11-15T22:46:26","guid":{"rendered":"http:\/\/www.aequa.org\/v1\/?p=706"},"modified":"2013-11-24T23:32:02","modified_gmt":"2013-11-24T22:32:02","slug":"gli-arcari-di-camerata-nuova","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/index.php\/gli-arcari-di-camerata-nuova\/","title":{"rendered":"GLI ARCARI DI CAMERATA NUOVA"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.aequa.org\/v1\/wp-content\/uploads\/2013\/11\/san-giuseppe-lavoratore.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-973\" alt=\"san-giuseppe-lavoratore\" src=\"http:\/\/www.aequa.org\/v1\/wp-content\/uploads\/2013\/11\/san-giuseppe-lavoratore-300x232.jpg\" width=\"300\" height=\"232\" srcset=\"https:\/\/www.aequa.org\/v1\/wp-content\/uploads\/2013\/11\/san-giuseppe-lavoratore-300x232.jpg 300w, https:\/\/www.aequa.org\/v1\/wp-content\/uploads\/2013\/11\/san-giuseppe-lavoratore.jpg 800w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Gli arcari di Camerata Nuova erano esperti lavoratori del legno di faggio, che tagliavano in inverno e subito <i>scotecheanu<\/i> (decorticavano) per evitare che tarlasse. Erano depositari d&#8217;una maestr\u00eca (<i>legno a spaccu<\/i>) unica nella Valle dell&#8217; Aniene e la esercitavano nelle sere d&#8217;inverno, quando, terminato il lavoro nelle carbonaie sparse sulle montagne, tornavano in paese, trasportando sui muli <i>rocchi di favi<\/i> da spaccare in <i>quarti<\/i> dai quali ricavare, infine, le tavole.<\/p>\n<p>In paese, dai pi\u00f9 anziani vengono ricordate le famiglie Fracassi, Ciolli, Lozzi ed altri che lavoravano anche alle dipendenze della segheria Traini, costruita sui monti in mezzo alla foresta. I <i>favi<\/i> (faggi) potevano prenderli, secondo l&#8217;antico diritto dello &#8220;<i>jus lignandi<\/i>&#8220;, nei boschi di Camposecco, anche se dovettero lottare molto dal 1917 al 1923 contro il Comune di Camerata che voleva scipparli di questo uso civico. All&#8217;inizio del Novecento, la loro fama s\u2019era cos\u00ec diffusa, grazie anche alla loro continua presenza nelle fiere pi\u00f9 importanti di tutto il Lazio e d\u2019Abruzzo, che vennero chiamati a Roma per arredare di <i>arche<\/i> e <i>scannui<\/i> (sedili) i Ministeri e in Calabria per fare i resistenti <i>cassi<\/i> (forme per il formaggio pecorino).<\/p>\n<p>Fino agli anni Settanta gli ultimi arcari hanno continuato quest&#8217;arte che oggi, malgrado un laboratorio attivato dalla Pro-Loco nel 1982 e le iniziative di sostegno ad una Cooperativa da parte del Parco dei Monti Simbruini, \u00e8 agonizzante. E&#8217; rimasto qualcuno della famiglia Fracassi (Ugo) che costruisce <i>arcucce<\/i> per hobby, ma con una tecnica e un&#8217;attrezzatura diverse dalle tradizionali.<\/p>\n<p>Lo spopolamento del paese e le mutate condizioni sociali ed economiche sono stati i killer di questa remunerativa attivit\u00e0 che, fino agli anni Cinquanta, \u00e8 stata fiorente con il commercio delle <i>arche<\/i> per contenere la biancheria o fare il pane, degli <i>arcuni<\/i> per conservare il grano, mensole portaoggetti, delle <i>cunnue<\/i> (culle), dei <i>cassi<\/i>, dei portasale e, soprattutto, dei <i>vanghini<\/i> (manici per vanghe e zappe) e delle traverse per la ferrovia.<\/p>\n<p>Questi mobili ed utensili, che in molte cantine e cucine delle abitazioni della valle dell\u2019Aniene ancora si conservano, li trasportavano sui muli smontati e poi, una volta giunti nei luoghi dove si svolgevano le fiere o nelle abitazioni dei contadini, pazientemente li rimontavano. Per le arche e arconi avevano un trucco di mestiere: segnavano le tavole con disegni, graffiature, spighe, linee in maniera da non sbagliare a reincastrarle.<\/p>\n<p>Era, comunque, un lavoro duro che richiedeva molta destrezza nell&#8217;uso dei vari attrezzi: <i>mannara<\/i> (ascia tagliente), <i>cortejji pe tir\u00e0<\/i> (coltelli col doppio manico e lama ricurva), accetta, <i>carraturu<\/i>, graffietto, <i>raschiaturu<\/i>. Anche le donne e i bambini partecipavano alla costruzione delle arche o dei <i>cassi<\/i>, stando attenti a <i>sfum\u00e0<\/i> (affumicare) le tavole o a riscaldarle alla fiamma dei <i>car\u00ecci<\/i> (trucioli) per poi passarle a <i>ju piegaturu<\/i>, ad eseguire con il compasso delicati e geometrici disegni. Gli arcari non usavano chiodi n\u00e9 colle: tutte le tavole venivano incastrate una nell&#8217; altra e fermate con cugni. Persino\u00a0 i banchi da lavoro: <i>u criccu<\/i> o <i>ju scortellaturu<\/i> se li cotruivano da soli con pezzi di legno e tavole.<\/p>\n<p>Nel Museo della Civilt\u00e0 Contadina \u201cValle dell\u2019Aniene\u201d di Roviano sono conservati molti attrezzi di lavoro degli arcari, nonch\u00e9 arche e arconi bellissimi di Camerata Nuova.<\/p>\n<p><b>Artemio Tacchia<\/b><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; &nbsp; &nbsp; Gli arcari di Camerata Nuova erano esperti lavoratori del legno di faggio, che tagliavano in inverno e subito scotecheanu (decorticavano) per evitare che tarlasse. 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