PARLANDO CON LIVIO JANNATTONI

 

di Marcello Proietti

Parlare con Livio Jannattoni voleva dire scoprire una Roma sconosciuta, offesa, dimenticata, addirittura ignorata dai suoi stessi abitanti. Egli dedicò tutta la sua attività di “scrittore di cose romane” a descrivere la sua città, con amore e cruda realtà, mettendone in evidenza vizi e virtù, calcando la mano impietosamente verso i suoi concittadini ai quali non perdonava la filosofia del “tira a campa’, quarcuno cé penzerà, volémose bene”.
Stigmatizzando il colpevole, cronico disinteresse per la città, per i suoi monumenti, per la mancanza di rispetto nei confronti di tutto ciò che costituisce patrimonio di utilità pubblica, cioè della collettività diceva:
“Noi non siamo proprio civili, il romano è un primitivo assoluto con doti splendenti e tanti difetti che provoca un’enorme simpatia o un’antipatia immediata. Le ville i musei che sono stati la mia università sono in un abbandono che accora. Quale sarà il futuro del Corso? Un’insolita miscela di post-paninari e gnòmi della Finanza, preoccupa maggiormente il calar di tono della città. Non è il solito grido d’allarme, i danni ci sono stati e ce ne saranno ancora. Ormai c’è assuefazione a questa situazione”
Con sofferenza chiamava sciatteria questa apatica noncuranza. Ricordo la sua indignazione quando uno storico Caffè nei pressi di pazza di Spagna fu trasformato in una sorta di paninoteca ed altro. “Passànno, ’na pùzza d’ojo fritto che té s’arivorta ’o stommaco”, fu il suo fiorito commento. Questo suo atteggiamento, che non gli procurava facili amicizie, si manifestava non soltanto negli scritti, ma in tutte le espressioni della sua attività rivolta a promuovere e coordinare iniziative culturali nelle quali la sua partecipazione consisteva sempre nel dare con generosità senza altro corrispettivo che la soddisfazione morale dei risultati.
Dotato di vasta cultura e notevole memoria spaziò dal giornalismo all’editoria collaborando con diverse testate, dal romanissimo Messaggero a Paese Sera alla Voce Repubblicana, e con primarie case editrici con le quali pubblicò studi e saggi sul Belli, Trilussa ed altri importanti lavori su Roma e sul Lazio lasciando incompiuta l’ultima fatica, La cucina di Roma e del Lazio, opera prevista in 40 fascicoli, dei quali 33 pubblicati fino al 1992, anno della sua scomparsa, raccolti poi nel 1998 in un volume dalla Newton Compton Editori.
Coltivava le amicizie vere. Per lungo tempo rimase in corrispondenza con i familiari dei soldati caduti in Jugoslavia durante la Ssconda guerra mondiale, alla quale partecipò come ufficiale della divisione Perugia, riportando una ferita alla testa. Ogni anno a maggio s’incontrava in Umbria con i militari superstiti.
Nel 1958, ad iniziativa di giornalisti della “Fiera Letteraria”, assidui frequentatori, insieme a pittori, artisti e scrittori, della Trattoria Angelino a Roma in Piazza Tor Margana, venne istituito il Premio Tor Margana. Il Premio consisteva in una Torre d’Argento, originale scultura di Roberto Ruta ed era diretto a rendere omaggio a personaggi della cultura distintisi nel corso dell’anno. La giuria formata da Elio Filippo Accrocca, Libero Bigiaretti, Luigi Pallottino e Livio Jannattoni, nei vari anni premiò Bruno Zevi, Maria e Goffredo Bellonci (ideatori insieme all’eclettico Guido Alberti del Premio Strega), Salvatore Quasimodo, Eduardo de Filippo, Carla Fracci, Severino Gazzelloni, Anna Magnani ed altre personalità della cultura. Durante la premiazione di Anna Magnani, nel 1961, a sorpresa fece irruzione in sala Pier Paolo Pasolini, con la troupe di Accattone al completo, che dedicò una sua poesia a Nannarella.
Molti anni dopo raccontandomi con viva emozione l’avvenimento e parlando del rifiuto della Magnani di far Compagnia con Ettore Petrolini sussurrò fra sé e sé: “Non era bella Anna, era affascinante”, poi aggiunse: “quando lasciò la casa tra il verde della Valle dell’Aniene, sotto Mandela, che figurò anche in scene del film Campo de’ Fiori, subentrai io nella locazione”.
La completa produzione della sua attività, consistente in ritagli di giornali, appunti, fotografie e altro materiale, suddivisa in tre grandi gruppi: Lazio; Roma ed altro; Chiesa; una raccolta di 368 faldoni, dagli anni ‘40 agli anni ‘90 del secolo scorso contenuti in una scaffalatura lunga 38 metri, fu donata dalla figlia Cecilia all’Istituto di Studi Romani – Fondazione Marco Besso.
Tra gli scritti di Livio Jannattoni certamente merita particolare attenzione Lazio intimo e sconosciuto edito dalla Newton Compton Editori nel 1979. Con questo suo libro, si ripromette di svelare e condividere con i lettori le bellezze del Lazio, spesso sconosciute anche agli stessi suoi abitanti. Profondo conoscitore della sua regione, visitata più volte in lungo e in largo, raramente in auto, descrive “la variegata bellezza che insiste su un pedale di ritrosia, sia per quanto riguarda il carattere che il paesaggio e i modi semplici delle popolazioni, la loro ospitalità, traggono a volte lontanissimi accenti dalle genti silvane che al Lazio seppero dare un volto, una radice storica, una vitalissima esistenza.”
Tuttavia non può fare a meno di ricordare le “sevizie belliche”, triste retaggio del Secondo conflitto mondiale, nonché “gli oltraggi ecologici” colpevolmente permessi e le “pianificazioni indiscriminate” arbitrariamente realizzate. Ma, nonostante ciò, il Lazio non solo mantiene la sua attrattiva turistica, ma la consolida autonomamente e non in subordine a quella della Capitale.
Il racconto del Lazio parte da Roma, si dipana lungo il mare – Ostia, Santa Marinella, Civitavecchia – attraversa la Tuscia, la Sabina, la Valle dell’Aniene, devìa verso i Castelli Romani, la Ciociaria, fino ai confini con la Campania. Tutto il lungo percorso costellato dalla descrizione puntuale delle bellezze naturali dell’amata regione e della sua storia spesso ignorata o ricordata come appendice di quella romana.
Fu proprio durante la stesura di Lazio rustico e sconosciuto che il mio rapporto con Livio Jannattoni, da semplice prestazione professionale, si trasformò in amicizia. Alla metà degli anni ‘70 avevo da poco lasciato il lavoro in banca per collaborare come professionista associato in un importante studio tributario, il quale tra i suoi clienti annoverava un gruppo di case editrici. Fu così che conobbi Livio Jannattoni. Tra di noi si istaurò subito un’empatia spontanea agevolata da due fattori importanti: romani entrambi, nati nel quartiere di San Lorenzo, davanti l’attuale Parco delle Vittime del bombardamento del 1943, io, nei pressi dei prati del Policlinico, scomparsi negli anni ‘30 dopo la costruzione della sede del Consiglio Nazionale delle Ricerche e dell’Università La Sapienza, lui (“té nùn èri ancora nato, llì cé stava ’n montaròzzo dé tèra, pòi è arivàto er travertino”, mi diceva).
Un altro elemento che contribuì a consolidare il nostro rapporto fu la scoperta del reciproco interesse per il territorio della Valle dell’Aniene. Per me ereditato dalle radici di nonni originari di Saracinesco, per Jannattoni il fatto di aver rilevato, qualche anno prima da Anna Magnani una casa a Mandela.
L’occasione, per lui che conosceva perfettamente la Valle dell’Aniene, si rivelò letale. Folgorato dalla magnificenza delle Ville di Tivoli e dalla selvaggia natura dei luoghi che si affacciano sulla Valle. Nel 1957, prima sul quotidiano Il Tempo e successivamente su Paese Sera, aveva scritto due articoli sollecitando la definitiva sistemazione della strada provinciale che va dal ponte sull’Aniene dalla Stazione di Mandela a Saracinesco. La sollecitazione ebbe effetto e, con la fattiva collaborazione del Comune e del sindaco Augusto Maugliani, finalmente la strada venne ultimata negli anni successivi, in concomitanza con la realizzazione del film La Ciociara, diretto da Vittorio De Sica. Tutto ciò, unitamente all’apertura della “Hostaria Marguttiana”, alimentò un notevole movimento turistico di “fine settimana” e sollecitò nuovo interesse per il paese da parte dei saracinescari residenti a Roma che tornarono a passare le vacanze estive a Saracinesco.
In quel tempo videro la luce l’associazione culturale “Amici di Saracinesco” un’Associazione sportiva e la Pro-Loco, attualmente tutte fuse in unico organismo: Associazione Pro-Loco di Saracinesco. Anche il Centro Anziani iniziò a funzionare in quel periodo, organizzando gite, pellegrinaggi, vacanze al mare con soddisfazione di gente che il mare non l’aveva mai visto.
Fatti, notizie, aneddoti, curiosità, confrontati con le analoghe situazioni che si verificavano anche in una città grande come Roma, permeata di sano rustico provincialismo, spesso costituivano argomento di critico dialogo tra me e Jannattoni, entrambi contaminati da sentimenti di amore-odio per i luoghi delle nostre radici, carichi di luci e ombre, di contrasti e contraddizioni.
Egli mi aveva regalato da poco il bellissimo volume edito dall’Istituto Poligrafico dello Stato, a cura di Umberto Parricchi, Un paese immaginario: Anticoli Corrado.
La lettura del libro suscitò in me un fiume di curiosità che puntualmente furono appagate nei nostri periodici incontri grazie alla sua vasta cultura, alla sconfinata memoria e soprattutto alla paziente e semplice capacità di informare, spiegare senza mai assumere atteggiamenti cattedratici.
A Natale del 1991 mi regalò Roma intima e sconosciuta, accompagnato da una spiritosa dedica: “A Proietti, che tacita come può le mie paturnie da fisco. Con stimatissima amicizia. L. J”. Fu il suo ultimo lavoro. Scomparve a luglio dell’anno successivo, all’età di 76 anni. Rileggendo il libro e costatando l’immensa bellezza offerta da Roma e da lui descritta con incisiva e sovente cruda realtà, arrossisco prendendo atto della scarsa conoscenza della città in cui sono nato, cresciuto, dove vivo. Anche ciò che ho visto l’ho guardato con superficialità, dandolo per acquisito, per scontato, con la presunzione che per il solo fatto di averlo a portata di mano mi autorizzasse ad usarlo senza dare nulla in cambio, neanche il disturbo di cercarlo (“c’ho ’ntruppàto”), nascondendomi dietro il comodo alibi della difficoltà di sottrarre tempo a “importanti, indifferibili impegni di lavoro”. Aveva ragione il Belli nel dire:

“Che rabbia de sentì ’sti forestieri
de tremmonti, che, senz’èsse romani,
arriven’oggi ar Popolo, e domani
ne sanno più de li romani veri”.